I nostri gusti sessuali e le etichette con cui cataloghiamo il mondo

"Io non sono lesbica". Un semplice assunto come punto di partenza per una riflessione sulle griglie e gli schemi che adottiamo per comprendere la realtà. Costretta spesso a conformarsi alla nostra rappresentazione

 

Io non sono lesbica. 

Boom! Strano a dirsi? Immagino quanto sia strano crederci.

Ebbene a me è capitato di sentirmi chiedere, certo con un po’ di imbarazzo: “Quindi cosa sei?”. 

In apparenza sembrerebbe una domanda scortese, io non sono un “cosa”, semmai sono un “chi” e il mio “chi” è sicuramente un fatto più complesso del semplice orientamento sessuale. Io sono i miei studi, la mia storia, i miei sogni, ciò che ho letto, ciò che ho visto, ma certamente anche i miei amici e le mie relazioni. Ma senza fare troppa retorica, è vero anche che la domanda “cosa sei?” risponde ad una precisa necessità sociale che è quella di inquadrare la persona con cui ti stai relazionando all’interno di schemi che ci permettono di comprenderla. A che scopo? Per sapere se ci possiamo fidare, anzitutto. In realtà, più o meno consapevolmente, lo facciamo con qualsiasi cosa a scopi prevalentemente pratici. Per sapere come funzionano le cose e come potercene servire, costruiamo delle griglie all’interno di cui organizziamo tutti i dati che ci provengono dal mondo. Le griglie non sono il modo in cui è fatto il mondo, sono semplicemente il nostro modo di leggerlo. Per fare un esempio banale possiamo parlare dei numeri: in natura non esiste il quattro, il cinque, l’ottantasette, i numeri primi, i fattori di dieci….ma la matematica risponde alla precisa necessità dell’uomo di inscrivere i fenomeni naturali in codici che grossomodo ne descrivono il funzionamento.

Questa lunga digressione era utile per capire perché io non sono lesbica. È una definizione che più di altre mi sta stretta. Cosa vuol dire questa parola? Non si riferisce a me, anche se per qualcuno il suo significato apparentemente mi descrive. Questo posso dirlo perché “lesbica” non è la mia verità dal mio punto di vista, ma lo è secondo la prospettiva di altre persone. Ciò non significa che “lesbica” non possa essere la verità che qualcuno sceglie di raccontare di sé, Giorgia ad esempio (nome di fantasia) è una mia amica lesbica. Lo sanno tutti, non ha bisogno di dirlo. Solo a volte lo dice, quando è più pratico allontanare un molestatore seriale da social uscendosene con “Sono lesbica”, piuttosto che cercare di spiegargli perché, anche qualora fosse stata una grandissima estimatrice del fagiano, avrebbe comunque preferito piantarsi il basilico piuttosto che concedersi al soggetto in questione.

Mi sono immaginata allora l’intervento di qualcuno di voi che abbia un po’ di dimestichezza con la terminologia in uso presso la comunità LGBTQI, che sentendomi parlare (o leggendomi, fate un po’ voi) avrebbe prontamente affermato “Allora sei Queer!”. 

Non ricordo se ci siamo mai soffermati sull’acronimo “LGBTQI”. Forse più noto il suo ormai datato predecessore (LGBT), la sigla “LGBTQI” è utilizzata ad oggi come nome collettivo che indica una comunità formata da: lesbiche (L), gay (G), bisessuali (B), transgender (T), queer (Q) e intersessuali (I, ex ermafroditi). 

La categoria che forse ci crea più problemi nella comprensione è quella dei queer. Queer significa “strano” o “insolito”, dal tedesco “quer” che significa “di traverso, diagonalmente”. I queer rappresentano una sorta di posizione politica di contestazione contro ogni definizione. Sono coloro che rifiutano i tradizionali orientamenti e le identità sessuali o di genere, perché si sentono oppressi dall’eteronormatività che rende minoranze ogni diversità. Wark Mc Kenzie, teorico e scrittore queer dice in proposito:

Non si fa un piacere a qualcuno dandogli un nome che non vuole.(…) Poiché questa è, in ultima analisi, la violenza della comunità: essa costringe la realtà a conformarsi alla rappresentazione, escludendo tematiche, corpi e possibilità che non si accordano alla sua immagine. In ogni comunità, ognuna senza eccezioni, c’è un armadio in cui sono chiusi quelli che sentono di dover nascondere la loro imperfetta corrispondenza con l’immagine che definisce la loro appartenenza (…). Io non appartengo all’appartenenza, ma forse appartengo alla non-appartenenza.”

Quindi sì è vero, probabilmente appartengo alla non-appartenenza e sicuramente non mi si fa un piacere a darmi un nome che non voglio. Per questo non chiamatemi lesbica, ma tutto sommato nemmeno queer. 

 

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