Sparatoria al M’ama, chi sono i due fermati Aloisi e Cutè

Due amici, molto uniti e con destini molto diversi: uno la passione per passatempi costosi, l'altro con un patteggiamento nell'ambito dell'operazione "Doppia Sponda". La ricostruzione dei fatti secondo le indagini

 

MESSINA. Alessandro Cutè e Gianfranco Aloisi sono legati da una profonda amicizia. Entrambi sposati e con figli. Entrambi giovani,  sebbene con un leggero scarto d’età – 22 anni Cutè, 24 Aloisi – si ritraggono spesso in foto assieme; ora in un locale, ora in un ristorante, con una bimba tra di loro. Sui loro profili, danno mostra di una vita vissuta pienamente assieme. A dividerli soltanto i precedenti di Cutè, fermato già per l’operazione Doppia Sponda, dopo essersi reso inizialmente irreperibile, esattamente come ieri, un’operazione antidroga della Dda di Messina che portò all’arresto di due gruppi di spaccio nella zona di Mangialupi, e successivamente al rinvio a giudizio di 24 persone per spaccio e detenzione di arma da fuoco. Tra questi anche Cutè che lo scorso maggio ha chiesto il patteggiamento.

L’arresto era stato a gennaio scorso, Giusy, la moglie di Cutè, disperata, scriveva su facebook che “la sua vita” era dietro le sbarre. Ci restò poco. Con tutta probabilità mantenendo la detenzione illegale d’arma da fuoco, perché secondo gli investigatori, che da giorni erano sulle sue tracce e su quelle di Aloisi, sono stati loro a sparare. Lesioni gravissime, questa è l’accusa che ora gli contesta il sostituto procuratore, Antonio Carchietti, davanti al quale, ieri, i due amici, accompagnati dai difensori hanno fatto scena muta. Parleranno forse nell’udienza col gip, che entro 48 ore da quando ieri sera si sono costituiti, dovrà convalidare o meno il fermo. Si sono infatti presentati spontaneamente in procura, con gli avvocati Salvatore Silvestro e Franco Rosso. Ma i due ragazzi erano ricercati dalle forze dell’ordine da quella notte. Dalla notte di sabato di loro non c’era, infatti, più traccia. La stessa notte, cioè, degli spari e del ferimento di Tania Cariddi.

Ovvero la notte di fuoco del M’ama, che rimarrà adesso segno indelebile nella movida estiva. Cinque colpi d’arma da fuoco, sparati in direzione dell’ingresso del M’ama. Secondo gli inquirenti, sono i due amici ad aver sparato. Cutè e Aloisi non erano riusciti ad entrare nella serata del venerdì. E dopo un acceso diverbio, avevano avvertito il buttafuori: “Ora andiamo a casa, prendiamo la pistola e ti spariamo”. Questo hanno raccontato i testimoni, questo sembrano confermare anche le immagini acquisite dai carabinieri dal bar-focacceria di fronte all’ingresso del M’ama.

Detto, fatto. Poco dopo Aloisi e Cutè, tornavano con una pistola  e sparavano ben cinque colpi a raffica, in direzione dell’ingresso del locale. 

In quel momento usciva dalla “serata”, Tania, accompagnata dalla sorella e da un’amica. Stavano per tornare a casa a Bisconte le tre donne, ignare che quella notte, invece, sarebbe finita con una fuga in ospedale. Dei cinque colpi di pistola sparati dai due amici, ben tre hanno colpito Tania, uno al fianco, gli altri due ad entrambe le gambe. Ferite che hanno lasciato una scia di sangue nel parterre di Grotte che porta all’ingresso del M’ama. Poi la corsa al Papardo, dove è stata operata d’urgenza e dove adesso, per fortuna fuori pericolo, sta iniziando la ripresa. 

Tre proiettili estratti al Papardo, finiti sotto la lente dì ingrandimento degli esperti di balistica del Ris, e nel decreto di fermo firmato da Carchietti.  

Mentre Tania veniva trasportata d’urgenza in ospedale, sotto i ferri, Cutè e Aloisi fuggivano in motorino, un comunissimo Honda SH. Da quel momento, di loro nessuna traccia, per tre lunghi giorni, in cui i Carabinieri hanno setacciato il rione Mangialupi alla ricerca dei due giovani. Lo scenario delineato dalle indagini dei militari e sulla base del quale è stato emesso il provvedimento sembra questo.

Domenica, infatti, arriva il decreto di fermo da parte di Carchietti, e ieri in tardo pomeriggio  la costituzione dei due in caserma dai Carabinieri, accompagnati dai legali Salvatore Silvestro e Franco Rosso, poi il trasferimento in carcere a Gazzi e, al primo interrogatorio, la scelta di avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande del magistrato per l’ipotesi di reato di lesioni gravissime. 

E’ andata così la “caccia all’uomo” che per tre giorni, dalle due di sabato mattina a ieri sera, ha tenuto botta nelle discussioni di tutta la città per l’assurdità del fatto, la futilità dei motivi, e l’epilogo tragico che solo per miracolo non ha avuto, mentre i militari mettevano assieme tutti gli indizi che hanno portato Aloisi e Cutè a costituirsi. Chi sono i due?

Due amici per la pelle, apparentemente molto diversi tra loro: uno immortalato con l’Audi Q5 e la moto d’acqua con la quale gareggia, l’altro in posa per le foto segnaletiche, l’uno in giro per discoteche e crociere, l’altro in ambiente familiare con la figlioletta in braccio e qualche problema con la giustizia. Non potrebbero essere apparentemente più diverse le vite di Gianfranco Aloisi e Alessandro Cutè, i due giovani di 25 e 22 anni oggi accomunati dall’essere sospettati di aver sparato solo perché “rifiutati” dai buttafuori di un locale e desiderosi di “mandare un messaggio”.

 

Se Cutè ha il precedente nell’operazione antidroga, per cui ha chiesto il patteggiamento, nessun precedente invece per Aloisi, titolare di un autolavaggio nei pressi del Viale Europa e amante del lusso, delle barche, dei viaggi e degli sport acquatici, anche a livello agonistico. Ma anche delle “bravate” in macchina, come si evince da un video postato sulla sua bacheca Facebook (in basso): in cui è taggato anche l’amico Cutè.

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