“Appello ai siciliani”, di Giuseppe Campione

A quasi venticinque anni esatti dalla morte di Paolo Borsellino, pubblichiamo il testo redatto la notte della strage di via d'Amelio per inaugurare una nuova insolita resistenza alla mafia. "Più che un dovere, un diritto di vita".

 

L’ Appello ai Siciliani fu redatto la notte della strage di Borsellino e della scorta. Il 19 luglio del ’92. Dopo un inutile vertice di ministri e vertici istituzionali in Prefettura, incontro che poi ebbi modo di definire come “un venedì santo celebrato da miscredenti”, a Palazzo d’Orleans tenni la prima riunione del mio governo eletto da pochi giorni, sull’ondata di indegnazione ed emozione prodotta dalla tragedia di Falcone, di sua moglie e della scorta. Fu da questa strage che per la prima volta in Sicilia fu possibile determinare un’iniziativa congiunta della sinistra cattolica e dei post comunisti, come segnale di una ripresa forte, capace in qualche misura di ri-iniziare un percorso di cambiamento difficile, spaventosamente difficile, ma asssolutamente necessario. Ripercorsi con i colleghi la storia più recente della regione: il senso dell’omicidio Lima, un regolamento dei conti, che non era riuscito attraverso i suoi referenti romani a impedire il buon esito del maxi processo; il delitto del procuratore Scopelliti, che per la prima volta in Cassazione riusciva a determinare un consenso sui risultati giudiziari del pool antimafia… e altro, molto altro, andando indietro tra delitti eccellenti ed enfatizzazione delle azioni mafiose, praticamente senza contrasto. Tra indifferenza, assuefazione, oblio.
Ne venne fuori l’idea dell’Appello ai Siciliani tutti, a rileggere se stessi, in un grande momento di autocoscienza, abbandonando le litanie dei giustificazionismi, del destino crudele, e ad inaugurare, a cominciare dalla politica e dal governo, una nuova insolita resistenza, per un processo finalmente di reale e visibile cambiamento civile… altrimenti, si diceva, il sacrificio dei nostri poveri eroi ammazzati dalla mafia prché volevano rendere ” gentile il destino della nostra terra” resterà inutile. A parte la ripetitiva liturgia delle lamentazioni e commemorazioni…

 

Appello ai siciliani

 

Una nuova strage colpisce la Sicilia, già tante volte dilaniata da un potere segreto che non conosce altro linguaggio se non quello della rapina e della morte.  Ancora una volta avvertiamo, assieme a un dolore inconsolabile, l’evidenza di una verità che non conosce sfumature: noi siamo prigionieri della mafia ed essa controlla la nostra schiavitù con la ferocia di un aguzzino sanguinario.

Non bastano più né le parole di cordoglio né le dichiarazioni di buoni propositi. La cecità e la viltà di certi politici, gli squallidi interessi dei faccendieri, la connivenza di corrotti e di miserabili ci ha tolto ogni dignità umana e noi ci sentiamo ora come in gabbia. Non bastano più né le parole di cordoglio né le dichiarazioni di buoni propositi. Ora è tempo di riconoscere le nostre responsabilità storiche, di Siciliani; di chiamare alle sue – gravissime – lo stato italiano; di denunciare i poteri occulti nazionali e internazionali; di snidare e isolare tutti i numerosi collaborazionisti della mafia che si annidano nella politica, nella burocrazia, negli affari e nella società.  Ora è tempo di fare politica per i bisogni reali, per la verità, per la qualità del nostro presente e del nostro futuro.  E in queste direzioni il governo regionale intende assolvere i suoi doveri più rigorosi.

Ma è anche tempo di chiedersi se i Siciliani siano un popolo; se questo popolo – troppo a lungo oppresso – ha l’orgoglio e la dignità dei veri popoli.  Ora è tempo di dimostrare che siamo o possiamo essere solidali quanto basta per compiere il nostro diritto e il nostro dovere di popolo: quello di inaugurare una vera resistenza contro l’usurpazione mafiosa.  Ognuno di noi è dunque chiamato a collaborare perché sia reso gentile il destino della nostra terra, della nostra vita, della vita dei nostri cari e dei nostri amici. I nostri poveri morti ammazzati si onorano soprattutto con un vero e proprio risorgimento siciliano, occasione storica perché la nostra splendida terra, ricca di intelligenza e di affetti, sappia infine concepire e vedere all’orizzonte il bene civile della libertà.  Ma nessuno ci libererà mai abbastanza, neanche i nostri poveri eroi, se non faremo una lotta popolare di liberazione dalla mafia, dai suoi complici e dai suoi ispiratori.  La nostra resistenza dovrà essere intelligente e inesorabile, poiché dovrà misurarsi con l’astuzia dell’avversario e sfuggire alle sue reazioni violente.  Ma nessuno ci salverà da un costante pericolo di morte e dalla progressiva desolazione, se non saremo solidali nel tentare di scoprire, isolare e catturare i nemici della nostra libertà. La resistenza alla mafia, più che un dovere, è un diritto di vita.  Non più eroi – poveri, carissimi, indimenticabili eroi morti – ma un popolo che prepari la sua grande fuga da una schiavitù ingiusta e umiliante. Un intero popolo che sa risorgere alla vita civile.

 

Questo appello fu elaborato, la notte della Strage, con Michele Perriera, dopo aver sentito anche Vincenzo Consolo, e poi a lungo discusso, l’indomani mattina a Palazzo D’Orleans, con Sergio Mattarella, Gianni Parisi e Nino Buttitta. 
Poi fu pubblicato su i maggiori quotidiani del Paese, e anche su alcuni stranieri.
 

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