Quello che è scritto nei manuali di geografia, riconosceva Ludwig Wittgenstein, è il “substrato di tutto quel che si può cercare ed asserire”, è insomma la base di tutto quello che possiamo pensare. Ma già un geografo di nome Kant l’aveva capito: senza il ricorso alle coordinate geografiche, cioè al tempo e allo spazio tra loro indissolubilmente connessi, non soltanto ogni comprensione del mondo ma anche ogni minima esperienza di esso sarebbe di fatto impossibile. Sotto tal riguardo l’intera modernità riesce di fatto afferrabile soltanto come l’epoca non della semplice “immagine del mondo”, come Heidegger vorrebbe, ma più precisamente della sua immagine cartografica cioè geografica. E’ quel che a metà Seicento dice, a modo suo, Thomas Hobbes, quando spiega che Dio ha rivelato agli uomini soltanto una scienza, la geometria: che della rappresentazione geografica della realtà costituisce appunto la forma sintattica. Geometrico, cioè geografico, è così per  Hobbes il Leviatano, lo stato moderno territoriale centralizzato come lo chiamerà Carl Schmitt: geografico nella sua struttura dunque nella sua natura, che corrisponde a quella di un “Dio mortale”, alla possente “machina machinarum” esportata dall’Occidente sull’intera faccia della Terra nei secoli del colonialismo, al dispositivo in grado di esercitare ancora oggi “il monopolio della violenza” sull’intera distesa del globo.

E di fronte al quale, inermi perché dotati soltanto del proprio corpo, sprovvisti di ogni accessorio che valga a qualcosa in più della semplice riproduzione della nuda vita, restano le donne e gli uomini stretti nelle forme della vita associata che chiamiamo civile, uomini e donne riuniti in comunità coerenti, coscienti e solidali di cui dalla fine dell’Ottocento si preoccupa la branca più capace di pietà dell’intero sapere geografico: la geografia nota all’inizio con il conio tedesco di antropogeografia che appunto ha per intento l’indagine della connessione sub specie spatii di tali comunità al loro interno, tra di loro e nei confronti dell’armatura politica statale, interstatale, internazionale e – da qualche tempo in qua  –  globale.  Un  sapere  ancora  fedele  all’originario  impulso orientato non all’analisi degli oggetti ma dei processi e delle relazioni di cui il tessuto della vita associata si costituisce nel rapporto dialettico e problematico con i quadri ambientali e le strutture della vita materiale. Un sapere ancora fedele,  a farvi caso, al grande ed inesausto programma di lavoro della geografia umana inventata un secolo fa da Paul Vidal de La Blache e dai suoi allievi: la cui ambizione era quella di fare una geografia non soltanto delle forme di distribuzione sulla superficie del nostro pianeta degli esseri umani, ma anche delle loro paure, dei loro timori, delle loro speranze, del loro grado di felicità oltre che dei loro bisogni. Un programma che l’avanzamento della strumentazione tecnologica di cui oggi disponiamo rende in misura notevole ancora più a portata di mano. E che in ogni caso ai giorni nostri – in cui da più parti si invoca un nuovo Rinascimento se non un nuovo umanesimo – conferma nella geografia la forma di sapere più umanistica che si possa  concepire, quella che è alla base di ogni altra futura possibilità di conoscenza.

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