“Messina è la capitale del Regno di Sicilia, approdo sicuro nel canale o stretto fra il Mediterraneo e il mare, chiamato lo Stretto ovvero il Faro di Messina. Il regno è governato da un viceré, lì inviato dal re di Spagna, che tiene la sua corte in due luoghi, cioè sia a Messina che a Palermo, ma che viene tuttavia sostituito ogni 18 mesi. Il suo dominio è più ampio a Palermo che a Messina perché in quella città egli, con i suoi alti consiglieri, nomina gli amministratori a suo piacimento, senza conoscere i nominati né alcun’altra persona, e propone le leggi, ripartisce gli incarichi etc. […] L’Università si trova solo a Messina ed è lì che si formano tutti i dottori del Regno. Solo Messina ha la zecca e batte moneta,Palermo no. Per poter conservare i suoi privilegi e lo statuto di città, Messina gestisce i propri soldati, distribuiti in sette castelli, e anche nella città di Palermo mantiene un proprio castello e delle truppe. Il municipio vero e proprio non dispone di armi, a causa delle molteplici rivolte che vi si sono verificate. Le due città di Messina e Palermo sono di continuo in disaccordo e questo disaccordo viene costantemente alimentato dal re di Spagna per fare in modo che esse non si riappacifichino, perché altrimenti si assocerebbero e si libererebbero dal giogo spagnolo. Entrambe le città sono densamente abitate: si stima che nel 1664 nella città di Messina vi fossero centoventimila anime.”

Così il vedutista olandese Willem Schellinks annotava nelle pagine di diario della sua lunga visita siciliana. Il celebre pittore e poeta olandese riesce a condensare tutta la sua arguzia e capacità di osservazione in queste poche righe. Il pittore arriva nella città dello stretto il 10 agosto 1664. In circa quattro mesi di tempo, Schellinks, ha il tempo di conoscere a fondo la città, assistere a diverse importanti celebrazioni e, soprattutto, lasciare in eredità ai posteri nove preziosi disegni acquerellati della città vista dal mare oggi conservati alla Österreichische Nationalbibliothek di Vienna. Oltre alle nove viste, che riportiamo in quest’articolo, anche diversi schizzi di chiese e palazzi cittadini, oggi conservati nelle collezioni più prestigiose, come il Louvre di Parigi e il Metropolitan Museum di New York.

Quando Schellinks giunge in Sicilia, Messina è probabilmente nel momento del suo apice storico. È la città del mercato della seta, del porto franco, delle bellezze di artisti come Caravaggio, Polidoro da Caravaggio, Montorsoli e Calamech, dell’Università e della Zecca, della magnificente Palazzata e della incessante movida della Marina.

E, del resto, Schellinks non sarebbe in città se non perché al centro di fiorenti commerci, anche con i ricchi mercanti olandesi, attivi nella seta e nel commercio di pietre preziose. Questa condizione economica aveva certamente favorito la presenza del pittore presso ospiti messinesi tra cui il senatore Antonio Ruffo, principe di Scaletta, che lo meraviglia mostrandogli tre dipinti di Rembrandt, che l’olandese non si sarebbe mai aspettato di trovare a queste latitudini. Tra questi, il celebre “Aristotele guarda il busto di Omero”, che molti anni dopo, attraverso una serie di compravendite successive, fu battuto all’asta, nel 1961, per 2 milioni e 300 mila dollari al Metropolitan Museum of Art di New York, la più alta cifra in assoluto mai spesa fino ad allora per un quadro.

Ma c’era certamente anche un altro motivo per la sua visita a Messina. Schellinks, con le sue vedute marine, aveva certamente anche una missione di spionaggio militare, per informare i servizi segreti olandesi dei punti fortificati delle città straniere ritenute strategiche. Del resto, quando descrive gli undici castelli (“tutti forniti di artiglieria e truppe ben equipaggiate”), le quattro fortezze reali (“Rocca di Gonzaga, Castellazzo, Guelfonia, Salvatore”), i quattordici bastioni, i quattro sobborghi (“Zaera, Porta, San Deo e Porta Reale”), le cinque strade, le quattro piazze, i sette mercati e le quattordici fontane, lo fa con una precisione disarmante.

Queste le impressioni, annotate nel diario, oggi conservato alla Biblioteca nazionale di Copenaghen, che il lungomare messinese destò in Schellinks.

“La Palazzata ovvero molo lungo il mare fuori della città, è straordinariamente ben strutturata secondo gli ordini dell’“Architectura” poiché tutto (ma solo una volta superate le mura cittadine) è stato costruito con ordine, misura e uniformità, con finestre e balconi preziosi, e racchiuso entro una cornice generale, presentandosi ciascun edificio come un palazzo indipendente, ma trovandosi l’uno accanto all’altro, e avendo ciascuno la sua splendida vista sulla marina. […] Lungo il molo e sotto gli alberi si svolge il “tour à la mode” per tutta la marina, con una calca impressionante di carrozze tirate da bardotti, qualcuna da cavalli. Di fronte al palazzo del viceré, nei mesi estivi, viene allestito un padiglione in legno per i musicisti i quali, nei tempi a loro assegnati, anche le domeniche, i martedì e i giovedì, vi danno splendidi concerti, suonando e cantando sia sulle porte che lungo il molo. […]

Abbiamo assistito al commercio della seta, che arriva fissata in groppa ad una moltitudine di cavalli. […] Il modo in cui la seta viene selezionata, pesata e imballata è davvero degno di essere visto. La seta deve essere imballata e caricata a bordo e trovarsi fuori dalla Sicilia dopo il tramonto, ovvero l’“Ave Maria”, altrimenti si è soggetti alla dogana, che è ingente. Non appena le navi e le galee olandesi hanno effettuato il carico, si sono allontanate, le galee verso casa, le navi per andare a gettare l’ancora verso la costa calabrese, trovandosi lì nel territorio del Regno di Napoli.”

Nel suo lungo soggiorno Schellinks avrà anche l’opportunità di assistere anche alle manifestazioni religiose in onore dell’Assunta che non sembrano differire molto da quelle ancora oggi celebrate per il Ferragosto messinese.

“La mattina di quel giorno il Gigante e la Gigantessa vengono portati in processione attraverso la città, vestiti all’antica e in groppa a un cavallo: tutto ciò ha dimensioni fuori del normale. La tradizione è sorta in ricordo di Cam, figlio di Noè, e di sua moglie Rea, ritenuti i fondatori dell’antica Zancle, l’odierna Messina. […] Nel pomeriggio abbiamo visto “la Vara”, che è una grandissima macchina, o mezzo di trasporto, in ferro, di grandezza spropositata, completamente realizzata con ruote dentate che girano in direzioni diverse, con dei soli sui lati e ai cui lunghi raggi vengono fissati dei bambini piccoli in grande numero, per tutto l’apparato, e tutti elegantemente vestiti di seta con ghirlande e corone dorate sulla testa, preparati in casa dai genitori e poi fissati ai ferri come se fossero seduti; quei ferri, con i bambini sopra, vengono poi fissati al grosso apparato dai mastri o fabbri con viti di ferro etc. Questo enorme e pesante apparato con i bambini attaccati dappertutto, girando grazie a ruote dentate e contrappesi etc. procedeva lentamente, portato a forza di braccia, attraversando la strada principale fino al palazzo, dove sul balcone e alle finestre si trovavano il viceré, la sua consorte, molte dame, il consiglio e una folla di cavalieri. Lì di fronte, accanto al portale della Chiesa Grande, erano sistemati su entrambi i lati il “Gigante” e la “Gigantessa”. I balconi e le finestre del palazzo erano ricoperti di addobbi in velluto e ricamati insieme a preziosi arazzi raffiguranti la vita di Achille in otto pezzi. La folla era straboccante, le carrozze innumerevoli, la calca era tale da far paura. Finita la festa, il viceré ha lasciato il palazzo di città per raggiungere il suo palazzo, la folla ha ripreso la via di casa verso sera.”

Un’altra esperienza, intimamente legata al DNA della città, è quella della caccia al pescespada di cui, oltre alle vivide impressioni dell’artista, restano impressi i disegni delle “feluche” e dei “luntri” con le vedette sui pennoni e i fiocinatori pronti ad arpionare. Nello sfondo si staglia netta la superba chiesa di Grotte, con la sua pregevole struttura a torre circolare e la grande cupola, come poi ricostruite da Basile nel ‘900. Colpisce inoltre l’attenzione l’amenità di un paesaggio completamente privo di abitazioni in cui, qualche carrozza, sembra passeggiare piacevolmente. Così Schellinks descrive la pesca che, quasi due secoli più tardi, avrebbe tanto meravigliato e incuriosito anche Alexandre Dumas.


“In primavera il pesce spada rimane (così ci è stato riferito dagli amici a Messina) presso la costa calabrese e intorno all’istmo dello stretto, ovvero del “Faro” di Messina, non lontano dalle località marittime di Bagnara e della famosa Scilla, luoghi dai quali provengono anche gli esperti pescatori che sanno pescare questo pesce spada (come si racconterà in seguito). Quando la prima stagione è passata, nei mesi estivi di giugno, luglio e agosto, il pesce spada si sposta e arriva presso la costa siciliana, nel golfo o insenatura dello stretto e non distante, direi quasi di fronte all’antico tempietto greco chiamato ora “Nostra Donna della Grotta”, non lontano dal famoso “Paradiso”. A volte poi, pare che si sposti in grossi banchi dalla Sicilia fino allo Stretto dell’Eusino, ovvero mar Nero, presso Costantinopoli. Il suo aspetto è simile a quello di un delfino ma ha al sommo della bocca un lungo osso sporgente, ossia la spada, ma senza sega, liscio e regolare, grande e largo quanto la grandezza del pesce, il quale può pesare dalle trenta alle cinquanta, ma anche dalle ottanta alle cento libbre. È molto delicato, dal sapore simile allo storione o al salmone, e viene nella maggior parte dei casi esportato perché molto apprezzato, ragion per cui si trova raramente da poter comprare al mercato. Viene dunque pescato da pescatori calabresi, con cinque o sei uomini distribuiti su due barche, delle quali la più grande viene pesantemente zavorrata perché ha un albero maestro molto alto e sottile, issato con otto o dieci corde fissate saldamente a degli spuntoni sporgenti tutt’intorno di traverso alla barca, in modo che le corde tengano in piedi il lungo albero. A quest’ultimo viene fissata una scala di corde e assicelle. In cima a questo albero sale un uomo per avvistare il pesce sott’acqua e che, quando lo vede, si mette a gridare indicandolo ai rematori della barca più piccola, i quali si dirigono velocemente verso quel punto, mentre gli arpionatori, situati su un albero piccolo, seguono il pesce parlandogli in uno strano linguaggio, un linguaggio che il pesce (così dicono) ascolterebbe. L’arpionatore che si trova sulla punta anteriore del barcone spara a quel punto la lancia, a cui viene fissato l’arpione con una corda, contro il pesce il quale, ferito, scatta guizzando verso terra e viene quindi inseguito, grazie alla corda, e poi catturato e portato a terra.”

Dopo una breve parentesi palermitana e qualche gita sulla sponda calabrese, il 10 dicembre Schellinks lascia definitivamente Messina, per ripartire alla volta di Napoli. Del suo passaggio messinese restano oggi le pagine del diario e stupendi disegni, ma nessuna via, nessun luogo, a Messina, lo ricorda.

Per approfondire
Rosanna De Gennaro e Paolo Giannattasio: Messina nel diario di viaggio e nei disegni di Willem Schellinks. In “Prospettiva” n. 157-158, Gennaio-Aprile 2015
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