Un altro viaggiatore illustre che ha avuto il privilegio di esplorare la nostra città in un momento storico davvero particolare: Edmondo De Amicis, tra i più amati scrittori dell’Unità d’Italia, ormai uomo maturo, torna in Sicilia, dopo quarant’anni da quando, da ufficiale di fanteria trasferito presso il distretto di Messina partì alla volta della guerra contro l’Austria. Lo scrittore ligure-piemontese non è affatto nuovo alla letteratura di viaggio. Ha già scritto dei suoi viaggi in Spagna, Inghilterra, Olanda, Marocco, Costantinopoli e Argentina. In Sicilia arriva nel novembre 1906 e diventa testimone privilegiato e inconsapevole degli ultimi periodi della vecchia Messina, prima che il grande terremoto del 1908 faccia da tremendo spartiacque nella storia della città. I suoi resoconti di viaggio verranno pubblicati due anni dopo con il titolo di “Ricordi d’un viaggio in Sicilia” e saranno l’ultima pubblicazione di De Amicis, il quale morirà neanche sessantenne subito dopo, nel marzo 1908, senza assistere alla devastazione che Messina avrebbe subito da lì a pochi giorni.

Dalle sue pagine ricche di dettagli, emerge la trasformazione che questa terra ha subito, nel passaggio delicato dall’Unità d’Italia al nuovo secolo.

Leggiamo tra i suoi ricordi: Non avevo più visto la Sicilia da quarant’anni, niente di meno: dall’anno di grazia 1865 […] quali mutamenti in questi quarant’anni! Basta dire che nel 1865 non c’era ancora in tutta l’isola un chilometro di strada ferrata in servizio. Si stava costruendo quella da Messina a Catania, e ricordo bene le grida di meraviglia con cui le contadine messinesi, dai colli circostanti alla città, salutavano le prime macchine a vapore messe in esperimento sulla linea, lungo la riva del mare. Ora, venendo dal continente, si attraversa lo stretto senza discendere dai vagoni ferroviari, che sono trasportati da una riva all’altra sopra un piroscafo.”

De Amicis è molto bravo a descrivere, non senza poesia, i mutamenti che sono avvenuti in città. L’area urbana è cresciuta, il suo vecchio campo militare non c’è più, è arrivata l’elettricità, il tram, le palme e nuovi negozi. Ma la cosa che sembra colpirlo di più, come abbiamo già visto per Dumas e per Melville e la incessante movida della Marina, di fronte alla grande Palazzata.

“Messina s’è innalzata su per i graziosi colli conici che le sorgono da tergo, ed ha allungato le sue grandi ali bianche lungo il mare fino a perdita d’occhi. La mia antica piazza d’armi è scomparsa sotto un nuovo quartiere elegante e ridente; le antiche vie che già erano ariose e linde, si sono arricchite di botteghe splendide; le piazze si son ornate di palme; la luce elettrica brilla da ogni parte; i tramway percorrono l’interno della città e si spingono fuori fino al Faro, distante dal centro parecchie miglia; e il movimento della popolazione, specialmente sulla grande strada della Marina, su cui si stende una lunga schiera di grandiosi edifizii uniformi, è pari – in apparenza – a quello delle più popolose e floride città marittime del continente.”

De Amicis nelle sue pagine più volte accosta la città alla bellezza femminile ed è capace di descriverla con sapiente arte di scrittore. Luminosa – è l’aggettivo che mi è rimasto nella mente congiunto alla sua immagine. Come biancheggiava splendidamente fra l’azzurro vivo del mare e il vivo verde della lussureggiante vegetazione che copre l’anfiteatro dei suoi colli e dei suoi monti! […] Da una parte l’orizzonte del mar Jonio, dall’altra l’orizzonte del mar Tirreno, l’uno turchino carico, l’altro azzurro argentato. […] Una veduta immensa, serena, tranquilla. E sul finir di novembre vi circonda un tepore di primavera, e vi carezza il viso un’aria carica di profumi confusi d’erbe. Di rose, di aranci, della quale ogni soffio vi fa fremere e sorridere come il bacio di una donna.”

Ma lo scrittore di Cuore non si lascia incantare solo dalla bellezza della città e riesce, con lucidità, a osservare la trasformazione sociale ed economica di una città che è schiacciata dalla concorrenza delle città vicine ma soprattutto dalla politica aggressiva del governo italiano a trazione nordista. Così annota nel suo diario di viaggio: “Eppure all’apparenza non corrisponde la realtà. La bella Messina […] è piuttosto in decadenza che in via di incremento. […] Una parte della corrente vitale le è stata detratta dalla vicina Catania, dove sorse un’attività industriale che a lei manca e da quella stessa piccola città di San Giovanni che le sorge di fronte sulla costa di Calabria […] un’altra cagione del danno le fu la perdita del privilegio del porto franco di cui godeva ancora nei primi anni dell’unificazione d’Italia. Essa patì inoltre, e forse più di ogni altra grande città siciliana […] i danni prodotti dalla filossera, dalla chiusura del mercato francese, dell’aggravamento spropositato delle imposte, dalla improvvida politica doganale del Governo italiano, tutta rivolta a vantaggio delle industrie e degli industriali dell’alta Italia.”

Significativa, infine, la descrizione che De Amicis fa dei messinesi: “Nei messinesi l’indole isolana appare in certo modo ammorbidita e levigata; l’animo loro si apre più facilmente con gli stranieri, le loro maniere sono più cerimoniosamente cortesi, il loro stesso dialetto è più largamente mescolato di vocaboli e di forme importate e meno sicilianamente accentuato che il dialetto delle altre popolazioni dell’Isola. Un indizio della mescolanza del sangue di questa città è il numero notevole dei biondi che vi si riscontra.”

A Messina il compito di ricordare De Amicis è toccato ai privati, con l’intitolazione di una scuola parificata, ovvero l’omonimo Istituto Tecnico Commerciale. A differenza delle vicine Palermo e Catania (dove una targa commemora la casa del suo alloggio di una notte), l’odonomastica messinese lo ignora completamente.

FiGi

 

Per approfondire:
Edmondo De Amicis, Ricordi d’un viaggio in Sicilia, ed. Il Palindromo (2014)
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