MESSINA. L’Università degli Studi di Messina rischia di perdere circa il 30% rispetto gli iscritti attuali. Non sarà un processo rapido ma continuativo, e vedrà raggiungere la soglia del 30% soltanto nel 2041. E’ quanto si apprende da una ricerca condotta da Massimo Armenise e Federico Benassi, due ricercatori dell’ISTAT, che hanno pubblicato lo studio in maniera indipendente dall’Istituto. Il contributo scientifico, pubblicato da neodemos, si basa sugli opendata dell’anagrafe degli studenti, e i dati dell’ISTAT e Eurostat.

I due demografi sono riusciti a comporre una previsione del crollo delle iscrizioni negli atenei italiani: evento dovuto principalmente al calo demografico di cui sarà protagonista il nostro Paese e il continente europeo. Secondo lo studio, UniMe risulta essere un ateneo “a vocazione locale e ad elevato grado di autocontenimento”. In parole povere: la maggior parte degli iscritti dell’Università di Messina provengono dalla stessa provincia (vocazione locale); la maggior parte degli iscritti in percorsi universitari nella provincia decidono di iscriversi a UniMe (elevato grado di autocontenimento). Quest’ultimo punto, secondo Armenise e Benassi, sarebbe dovuto alla presenza di una buona offerta formativa in grado soddisfare le esigenze. Rispetto questo punto di vista, come da grafico 1, è possibile notare che UniMe presenta un grado di autocontenimento minore rispetto le altre due università statali della Sicilia (Catania e Palermo), ma ha una vocazione territoriale minore rispetto queste due.

GRAFICO 1

GRAFICO 1. Grafici elaborati dai due ricercatori e pubblicato su neodemos

La ricerca si interroga anche su chi decide di iscriversi presso gli atenei. Per soddisfare il quesito posto, Armenise e Benassi hanno preso in considerazione la capacità contributiva degli iscritti. Come da grafico2, più le bolle sono ampie, più è elevato il numero di iscritti che pagano contributi sopra i 2000euro, importo richiesto agli studenti che non presentano o che superano i 50mila euro di ISEE. Da questo punto di vista, sono pochi gli universitari che studiano a UniMe e che contribuiscono con il massimale di imposta. Ciò potrebbe significare che chi ha capacità economiche maggiori, decide di migrare in altre università.

Ma i due ricercatori proseguono la loro ricerca cercando di stimare i futuri iscritti nelle università italiane nel 2041. La stima si basa specialmente sulle previsioni demografiche, sui tassi di iscrizione e sui residenti futuri nelle regioni e nelle province. Secondo l’ISTAT, fra vent’anni, la popolazione trai 19 e 26 anni si ridurrà del 16%. Per comprendere la portata del crollo demografico a Messina, la statistica sperimentale del sito geodemo, dichiara che nel 2022 ci sono circa 11400 giovani tra i 20 e i 24 anni. Nel 2030 ce ne saranno quasi 10300. Un crollo prossimo al 10%.

«Ma, la significativa novità – scrivono i due ricercatori su neodemos – che emerge da queste simulazioni, è che tale contrazione oltre a subire una brusca accelerazione, coinvolgerà stavolta tutte le università. Particolarmente colpite, risulteranno essere quelle a maggior “vocazione locale” e soprattutto quelle del Mezzogiorno che vedranno drasticamente ridurre il numero di iscritti, di oltre un terzo rispetto al numero attuale di studenti, mettendo a serio rischio la stessa sussistenza di qualcuna.» Giungendo al 2041, Massimo Armenise e Federico Benassi prevedono anche un crollo degli iscritti di UniMe del circa il 30% rispetto oggi. Da circa 23mila studenti si passerebbe quindi a quasi 15mila iscritti. Il risultato della ricerca, condotta a titolo personale dai due studiosi, vede le università del Sud, a basso grado di autocontenimento, quelle più esposte al crollo delle iscrizioni. Prima tra tutte Sannio, Foggia, Lum, Salento, Salerno, e il Politecnico di Bari. Messina si posiziona alla tredicesima posizione, Catania sedicesima, seguita da Palermo e Reggio Calabria. Le riflessioni dei due ricercatori sono dirette: per diminuire il crollo degli iscritti, l’Italia dovrebbe aumentare la percentuale di giovani iscritti in percorsi universitari (percentuale al di sotto della media europea del 45%, fonte Eurostat), e le università dovrebbero puntare ad attrarre la domanda di studenti internazionali. UniMe, nell’ultimo anno, aumentando l’offerta in lingua inglese, è riuscita ad aumentare quasi del 100% gli studenti stranieri: da 600 a 1150 iscritti.

Ma il panorama accademico che viene presentato dai due ricercatori è chiaro: «Fra 20 anni, il numero dei mega Atenei (quelli definiti dal Censis con oltre 40mila iscritti) – continuano i due nell’articolo – passeranno da 12 a 7, i grandi atenei (da 40mila a 20mila iscritti) da 20 passeranno a 14, e conseguentemente aumenterà il numero di medi (da 20 a 10mila iscritti) e piccoli atenei (meno di 10 mila) rispettivamente da 17 a 24, e da 29 a 33.” Per concludere «Ma ancora più stridenti apparirebbero le differenze territoriali con le università del Nord che sostanzialmente riuscirebbero a bloccare l’emorragia di studenti, mentre quelle del Sud sarebbero comunque condannate ad un drastico ridimensionamento»

 

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