Laghetti di Marinello

spiagge provincia Messina

Una penisola di sabbia che si inoltra sinuosa nel Tirreno, laghetti naturali di acqua salata immersi nella vegetazione, e in alto, a strapiombo sull’arenile, il santuario di Tindari, che sembra vegliare sul golfo come una divinità benevola. Non manca nulla, a Marinello: l’acqua cristallina e piatta del versante interno, il mare mosso dalla parte opposta e un panorama mozzafiato che abbraccia in un solo colpo d’occhio Milazzo, la costa tirrenica e i Nebrodi sullo sfondo, con il “dente” di Novara che si staglia fra le nubi poco sopra il castello di Tripi.

Un luogo per fortuna ancora selvaggio e per lo più ignorato dal turismo di massa in cui a trionfare è la Natura incontaminata, con la vegetazione rigogliosa ai piedi del monte, decine di uccelli che planano sul mare liscio come l’olio e i riflessi cangianti delle rocce che si riflettono sui laghetti sottostanti. Un paradiso naturale molto amato dai turisti tedeschi, che ogni anno soggiornano nel camping limitrofo, ma anche dai tanti autoctoni che per goderselo sono disposti a fare un piccolo sacrificio: ci si arriva infatti con un po’ di fatica, scarpinando in bici o a piedi sotto il sole cocente. Uno sforzo subito ricompensato dalla bellezza che si ammira una volta giunti sotto alla roccia che sorregge il santuario, laddove la sabbia si inoltra nelle acque come per un prodigio divino: leggenda vuole, infatti, che la penisola di spiaggia si sia formata per volere della Madonna nera di Tindari, giunta in soccorso di una bambina.

Il momento migliore per godersi Marinello è probabilmente il tramonto, con il sole che si eclissa alle spalle del santuario e l’acqua che si colora di un rosso intenso che sembra invogliare i bagnati a seguirne la scia.

Da segnalare inoltre il servizio offerto dagli stabilimenti balneari, che permettono di raggiungere “la punta” con una barchetta, al costo di 6 euro (compreso il ritorno, all’orario concordato), e la presenza di un pedalò che fa su e giù per la costa vendendo gelati e bibite ghiacciate (sì, sì, pure la birra). 

Altrettanto spettacolari anche le calette dopo il promontorio (così come quelle della vicina Mongiove, raggiungibili però solo in barca.

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La baia del Tono a Milazzo

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L’approccio siculo al mare è essenzialmente minimale. Un rapporto archetipico fra uomo e natura che opera per sottrazione. Pochi lidi, nessuna passerella fashion, niente distese di ombrelloni a mo’ di mercato di Zanzibar. Solo l’eterna volubilità del mare e la nostra voglia di annegarci dentro i pensieri. Senza artifici. Senza stratagemmi.

Un contatto genuino che raggiunge il suo apice a Milazzo, nella lunga riviera di Ponente che culmina nella baia del Tono, chiamata Ngònia dai Milazzesi, che preferiscono ancora utilizzare l’antico termine greco (significa “angolo”, “insenatura”) per indicare questo tratto di costa in cui la spiaggia, rettilinea per chilometri, curva tutto ad un tratto, piegandosi col costone roccioso e con le scogliere che la circondano.

Ad ammaliare lo sguardo, manco a dirlo, è il colore del mare, profondo e pescosissimo, con sfumature verdognole, popolato da centinaia di pesci visibili ad occhio nudo dalla battigia, caratterizzata da una distesa di ciottoli. Ma è tutto il contesto a lasciare senza parole: dalle Isole Eolie che si stagliano all’orizzonte, con il sole che tramonta fra Lipari e Vulcano, alle barche dei pescatori ormeggiate sulla spiaggia, fino alle rocce scure che si specchiano nelle acque.

Il periodo migliore per gustarsi appieno la Baia è settembre, quando non c’è troppa folla, al riparo della bolgia di agosto. Per i turisti meno sedentari, infine, c’è la possibilità di fare un po’ di trekking  percorrendo il sentiero che parte da una chiesetta e segue il costone roccioso, arrivando fino in cima alle scogliera, con una bellissima vista sul Castello e sulla cittadella fortificata.

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Isolabella, la spiaggia di Taormina

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Tradizione, blasone e percentuale di ficaggine suggerirebbero, per la palma di spiaggia più ambita, quella di Isolabella, a tutti gli effetti lo sbocco di Taormina sul mare. E non sbaglierebbero: paesaggio maestoso, cura maniacale, esclusività e un panorama da togliere il fiato (specie se in acqua si fa “il morto” guardando verso l’Etna) fanno di Isolabella un vero incanto ai piedi della rupe, reso ancora più suggestivo dalla possibilità, se non c’è alta marea, di attraversare il lembo di mare e approdare all’Isola propriamente detta.

C’è però chi preferisce un po’ meno di casino, un po’ meno hype. E allora, per loro è consigliabile spostarsi di qualche km verso Letojanni. A Mazzeo, frazione di Taormina, la spiaggia si allunga di un bel po’ rispetto al lungomare, si allarga rispetto ai bagnanti, si zittisce. Verso la fine della frazione, superati duo o tre lidi, con un paio di minuti di passeggiata in riva al mare si arriva agli scogli, per godere dello sciacquettio delle onde che si infrangono sulla roccia. Non serve sdraiarsi: basta starci seduti sopra. Senza pensare troppo. C’è tutto quello che i sensi possono desiderare. E anche qualcosa in più.

 

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Santa Teresa… arenile da Bandiera blu

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Rispetto a tante, troppe spiagge molto più rinomate, quella di Santa Teresa di Riva, zitta zitta, si è conquistata l’ambito riconoscimento che ne certifica la bellezza, la pulizia e la fruibilità. E ne ha pieno merito: litorale immenso con mare e spiaggia pulite, è talmente grande ed estesa che nemmeno nei periodi più caotici diventa un insopportabile carnaio, e permette a chi vuole rilassarsi di convivere con chi vuole giocare a beach volley, e a chi vuole rosolarsi al sole di stare alla larga da chi predilige i tuffi a bomba. Forse perché Santa Teresa non ha una vera e propria vocazione turistica, e non è il caratteristico “villaggio di pescatori”, più che all’immagine si è badato al sodo. La sostanza che per una volta ha la meglio sull’apparenza. Scelta vincente.

Un deciso punto di forza, che la accomuna a tutto il litorale ionico, è la ciottolosità, che si contrappone alla sabbiosità di quello tirrenico. Sarà un po’ meno comoda, ma non c’è niente di più fastidioso della sabbia nelle mutande…

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Capo Calavà

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Quella di Capo Calavà è una spiaggia di fine ghiaia, pulitissima, fiore all’occhiello di una costa che da Mongiove a Castel di Tusa alterna arenili sabbiosi e suggestive insenature bagnate dall’acqua calda del Tirreno. L’offerta è variegata e in grado di accontentare tutte le esigenze, con villaggi turistici, ristoranti, campi di beach volley, una piccola scuola diving e la possibilità di noleggiare sdraio e ombrelloni nei vari stabilimenti baleari. Senza dimenticare tutti coloro che al confort dei lidi preferiscono la spiaggia libera e il calore rigenerante del telo disteso sulla rena.

La parte più caratteristica, tuttavia, è proprio dove la spiaggia finisce e inizia la roccia nuda che si affaccia a picco sul mare, dalla quale ci si può tuffare. Qui iniziano le grotte: quella di Enea, che un tempo ospitava una discoteca scavata nella pietra, e quelle raggiungibili solo a nuoto o in canoa. Alcune sono visitabili facilmente, altre richiedono un po’ di pratica e una breve immersione in apnea.

Per un’esperienza indimenticabile non va scordata la maschera, per godere di uno strapiombo subacqueo spettacolare e dei mille riflessi delle onde che si infrangono sui massi.

 

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Pippo
Pippo
1 Giugno 2017 12:04

Scusate ma Capo Peloro, luogo unico al mondo, non si può non mettere in elenco.

mm
Editor
2 Giugno 2017 16:35
Reply to  Pippo

“…più belle della provincia di Messina”. Quelle cittadine arriveranno prossimamente