di Alessio Caspanello e Marino Rinaldi

 

Il lungo addio

Cateno De Luca guarda per l’ultima volta quegli stucchi veneziani color salmone, pensa distrattamente che sono davvero pacchiani, poi con un ampio sguardo, da una parte all’altra, considera che per tre mesi quella è stata la sua stanza. E se ne avesse avuto tempo l’avrebbe rivoluzionata.

Già. Se ne avesse avuto tempo. Proprio come avrebbe voluto fare con Messina. “Ci ho tentato”, pensa tra sé e sé. Sotto braccio ha due faldoni pieni di numeri, cifre, sottolineature e protocolli in entrata e uscita. Appunti e firme a inchiostro verde, e numeri che non quadrano. Preventivo, consuntivo, riequilibrio, riaccertamenti, residui, piani industriali. La matematica non mente, uno più uno fa due. Anche a Messina. “Purtroppo”, sospira.

Già questo gli aveva fatto passare entusiasmo e ambizioni, con i conti in rosso e il dissesto dietro l’angolo, pronto a travolgerlo come un fiume in piena. Poi c’è il consiglio comunale, che nonostante si sia dato una regolata, non viaggia ancora alla velocità di crociera che lui vorrebbe. Delibera dopo delibera, strigliata dopo strigliata. E i dirigenti, e i dipendenti, e i lavoratori, e gli autisti. “Nessuno ha capito che la musica è cambiata, nessuno ha voluto capirlo”, mormora, come se qualcuno lo potesse sentire.

Un paio di giorni fa, prima di depositare le dimissioni, De Luca ha visto il futuro, quello che accadrà tra massimo un anno: piano di riequilibrio bocciato, aula che sul previsionale 2019 fa le barricate per ritorsione, Atm in pezzi con gli utenti dimezzati e scontenti, raccolta posta a porta che non decolla e città sporca come prima. Un disastro economico e sociale. E la luna di miele con i suoi sostenitori che sta per finire. Come Accorinti, come Buzzanca, come Genovese, come Provvidenti. E per un attimo li sente tutti più vicini. Uomini che si erano messi in testa di redimere una città irredimibile, pensa.

Indugia sull’uscio, la mano sull’interruttore, fa per andare via. Poi prende coraggio, si avvicina alla scrivania, tira fuori dalla tasca la bic a inchiostro verde e firma. “Dimissioni irrevocabili”, si legge sul foglio.  Li posa ordinatamente sul tavolo, domani la segretaria verrà a prenderli e protocollarli. Due passi indietro, il tempo di prendere l’enorme crocifisso che lo guardava lavorare alla sua scrivania, un’ultima foto per lo status di Facebook, quindi apre la porta, spegne la luce ed esce per l’ultima volta dalla sua stanza a Palazzo Zanca. Tra poche ore Messina si sveglierà senza più un sindaco.

 

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Lorella
Lorella
30 Settembre 2018 18:15

l’ultimo scenario e’ il piu’ verosimile…..
bravo