Ristudiare la Sicilia significa pensarla come sistema dove, per cause antiche e nuove, la mafia e diventata struttura e quindi cultura. I vincitori hanno vinto perche siamo di fronte a notevoli aree di assimilazione difficili da smantellare. Ma poi chi sono stati i vincitori? C’èun ground zero nella regione, pieno di vincoli, di regole, di denaro facile, di promesse, di progetti altri. Viviamo ancora e di piu nel transito da un capitalismo primitivo a un capitalismo redistributivo e senza regole, sostanzialmente discrezionale nei suoi percorsi, comunque e sempre «di eccezione». Siamo piu in là di Merton e della sua teorizzazione sulla corruzione necessaria per sciogliere meccanismi ingrippati, siamo alla previsione di modi – aggiuntivi se non esclusivi – di produzione che si preparano a ridare ulteriore senso ad antropologie mai in realtà scalfite. Certo con regole, ma regole altre. Antiche e di diverso ethos. Questo sopore pieno di tranquilla prospettiva di un nuovo modo di governare, atteso fin dai primi anni ottanta e poi dai primi del novanta, sembra arrivato. La mafia cattiva, improvvida, intrisa di infantilismo rivoluzionario, inutilmente stragista, ha dovuto cambiare registro.

Adesso per quel mondo, adesso solo apparentemente informe, e tempo di raccogliere la borsa degli attrezzi e ricostruire distretti mafiosi sicuri e attenti a non offrire occasioni di nuovo scandalo. In Sicilia, ci vorrebbe una lunga fase tranquilla. E adesso tutto sembra ovattato. Le grida di un tempo tacciono, c’ e molto silenzio. Dappertutto il nuovo corso dara seguiti: persino nella maledizione dell’inveterato pericolo “lava” o, peggio ancora, del “traffico”, hanno creato assuefazione, e così dappertutto: negli uffici, nell’ ordine pubblico, nelle ex facoltà universitarie, quelle del familismo moltiplicato per il sapere calante. È un annoiato, velleitario neo-postmoderno scalzo. Con gli intellettuali danzanti su un nuvoletta, cattedrale del potere intelligente, che manda giù bigliettini ad un popolo inconsapevolmente gratificato, come in un passaggio dei viaggi di Gulliver.

E si può anche finalmente sorridere di mafia, imbozzolati ormai gli orchi ignoranti. Proprio perché la mafia siede con noi sull’ uscio di casa, e star seduti assieme sull’ uscio di casa sà tanto di domenica. Ogni settore è ormai definito da affari consolidati, intercettati, tutto si tiene. Finalmente a ciascuno il suo…restano, vengono fuori strascici? Ma per carità…è la forza dell’abitudine…siamo tornati alla logica di un’antropologia che rende tutti angelici. In Calabria una antropologa ora alla Sapienza ha trovato un fondante modo di un antico ma persistente esprimersi : cu nun rubba a lu Cumune è nu’ gran cazzuni…

L’ opposizione (ma quale?) si imbozzoleràdietro difficolta apparenti, come se avesse voglia di riguardare le briciole del sistema, lì per terra, mentre, a mo’ di favola, si limita a insegnare l’alfabeto alle formiche. E nessuno sembra ricordarsi di una storia di ultradecennale degrado. E, come il panellaro di Sciascia che, sicuramente testimone, si fingeva stupito : «…perché, hanno sparato?», i democratici di Sicilia, il governo soprattutto, si chiederanno: «..perché, ci siamo? mah. Non se ne è accorto nessuno». E il Paese ha teneramente sorriso. Invece c’è qualcuno che si arrabbia: il fatto (quel fatto) probabilmante c’è stato, ma lui no… pensate: la storia procede lui ignaro. I soliti invidiosi del suo protagonismo…che credono di vedere più cose di quante ne sa la sua filosofia e non se ne vergognano. Dice Andreotti, recitando Machiavelli nel film di Sorrentino:”…strategia del terrore…? No…strategia della sopravvivenza…sapeste quanto male ci vuole per fare un pezzetto di bene”.

Ed è questa la Sicilia che ci possiede come una prigione perfetta dentro un territorio perfetto: come fosse un impossibile ricostituirsi del paradiso perduto. La ragnatela Sicilia, geometrica e storica naturalità. Nel suo accadere continuo in labirinti non naturali. Come se, dopo le tentazioni di fuga, un nuovo bisogno di approdo riconducesse ad antichi tracciati. Adesso ci ritroviamo con molti più anni dentro, ma leggeri, senza obblighi di dover rappresentare palingenetici rivolgimenti, di dover corrispondere ad attese. L’aver detto che il re era nudo era stato colto, dopo iniziale sbigottimento, come anatema, violenza verso un ordine solidificato. Dopo tantissimi anni in qualche modo impegnati, adesso resta un misurarsi con silenzi, con macchie di sangue e d’inchiostro, in un povero mare condannato, ancor più angolo di un mondo dolente. In una notte con il timore del giorno. L’anatema “la mafia c’è” diviene tenero raccontare di sorella mafia, silenziosamente presente, ma ormai ammatassata nei consueti, inutili effetti di una bestemmia. Ma nemmeno grammatiche semplificanti riescono a imbellettare erratica, antica ineluttabilità.

 

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Sergio Todesco
Sergio Todesco
11 Febbraio 2017 10:53

Questo pezzo mi è piaciuto molto. Ma non avevo dubbi, con Pippo Campione registro sempre sintonie e condivido idee e indignazioni.

Rosalinda de Francesco
Rosalinda de Francesco
13 Febbraio 2017 13:24

Sempre interessante leggerti …i tuoi scritti sono sempre una certezza, mai banali …condivido tutto