Intanto bisogna rilevare che abbiamo goduto di una costituzione materiale lunga 70 anni: dal ricatto dell’inserimento nella Costituzione del paese senza il pur necessario vaglio di congruità. 

Una messa in scena da grande Western: le comparse separatiste con approssimativo, forse improbabile, movimento di “masse”, un piano sequenza con i banditi a Portella. Campi lunghi per sfumare e/o confondere presenze improprie, ciascuna con particolare disegno, comunque convergenti, nelle postazioni di tiro. Primi piani di dolore e morti, come nei disegni di Cagli e nell’Uomo delle stelle di Tornatore. 

Ed è come se lo statuto, con le caratteristiche di legge costituzionale, fosse stato firmato a Portella della Ginestra. 

Poi la mafia e i poteri che contano, imboccheranno, con prospettive di crescita nell’immunità e nel consenso la più sicura via parlamentare al potere.

Scoppola analizza un certo modo di ridurre lo spessore dei problemi, immaginando un blocco d’ordine che avrebbe dovuto, è vero, tenere a bada i comunisti, ma i cui esiti sarebbero stati certamente involutivi rispetto al possibile inverarsi di una democrazia fondata sui valori, e non soltanto su una piatta gestione dell’esistente.

De Gasperi si mostrò molto “avanti al suo naturale elettorato”. Soprattutto in Sicilia, dove era prevalso un disegno che avrebbe dovuto ripristinare, pur ovattato dai funambolismi dialettici di avvocati e giureconsulti di provincia, gli antichi equilibri, mentre venivano pronunciati giudizi rigorosi sulla situazione, da parte di gruppi cattolico-democratici. Su Cronache sociali di Dossetti, ad esempio, era possibile leggere che “bisognava, e non tanto per i fatti di Portella, quanto per i comportamenti successivi nelle azioni di governo e dell’assemblea, denunciare il cinismo di certi parlamentari che si erano assicurati l’appoggio dei banditi e della mafia alle elezioni della Costituente e in quelle successive del 20 aprile 1947, in cambio di promesse di amnistia per i banditi”. Cronache Sociali aggiungeva che “il fondo conservatore della mafia” era come se aderisse in modo perfettamente omogeneo alla classe dirigente siciliana”. 

Anche di recente Renda ha detto che l’autonomia fu concepita con caratteri che la fecero speciale fin dal momento in cui fu pensata: lo statuto siciliano si rifece “allo statuto albertino regionale, ossia la regione fu prevista con un ordinamento centralizzato simile al centralismo dello stato italiano”. 

Ciò che allora si temeva in Sicilia era che in campo nazionale potesse affermarsi uno sviluppo “non condivisibile”  e comunque da sottoporre ad una verifica siciliana. Quel temuto sviluppo veniva chiamato “il vento del nord”, lo spirito della Resistenza, uno sviluppo tinto di rosso, socialista o peggio ancora comunista. Al fine di impedire che il vento del nord soffiasse anche nell’isola fu opposta la barriera dell’articolo 14 con esercizio della potestà legislativa esclusiva. Nessun aspetto del rinnovamento italiano, che discendeva cioè dai valori della resistenza, sarebbe passato in Sicilia senza il consenso legislativo della assemblea regionale. 

“Così le trasformazioni, che sono state effetto dei mutamenti profondi della società nazionale, per noi sono rimaste un problema aperto”, dice ancora Renda. “Dal punto di vista costituzionale nazionale, noi siamo davvero in una condizione speciale, quella di uno statuto approvato prima ancora che si cominciasse a discutere la costituzione repubblicana. Il nostro riferimento costituzionale non è pertanto la democrazia costituzionale repubblicana, bensì il regime di transizione che si visse in italia fra il1945 e il 1948, e il traballante statuto albertino”.

Essere allora spinti dalla dittatura degli anniversari (ricorderemo anche che siamo anche a 15 anni dal massacro di Falcone e Borsellino?), dovrebbe implementare progetti di “nuovi conti” con la storia.

I 70 anni sembrano confermare che di statuto materiale, non solo dell’istituzione regione ma della vita siciliana, si può vivere e prosperare, con leggerezza, quasi fosse il manuale delle giovani marmotte, invocando “riparazioni”, in una geremiade contro i cattivi compagni che non ci vogliono bene, pazzi e sabotatori, che, come amava ripetere il cardinale Ruffini ( lo faranno santo, magari fra 100 anni assieme a Giuseppe Alessi?), hanno come passatempo preferito quello di “infamarci”, o per usare una icastica e competente espressione, riutilizzata autorevolmente di recente, di “mascariarci” .

Ricordo Forlani a Palermo, il giorno del delitto Lima: trame oscure minacciano la democrazia, noi non ci arrenderemo. Ma anni dopo, all’Eur, alla fondazione dei popolari, un leader in via di disarcionamento (Mannino) esprimeva lo stesso concetto. 

Questi allora la fenomenologia del funzionamento dei poteri e il bilancio dei risultati? Pare che vada bene così. 

Un procedere immaginando invenzioni della tradizione e contemporanee, sostanziali espulsioni di fattori di modernità e di novità. In una Sicilia che, intorno al suo essere spettacolo, si è organizzata per “famiglie”, per classi, e che è convinta di poter sopravvivere (con il “quaeta sedare”) alle inevitabili tensioni, attraverso un sapiente centellinare di privilegi e gratificazioni: in un modo improprio di fare welfare.

Dice ancora Renda che, perché i siciliani diventino partecipi della vita nazionale a pieno titolo, cioè abbiano pari diritti e doveri, non occorre rinunciare alla specialità dell’autonomia e nemmeno ai poteri legislativi dell’assemblea regionale; è solo necessario abolire la potestà legislativa esclusiva… e rinunciare al potere legislativo esclusivo che oggi non possiede più nemmeno il parlamento nazionale. “L’incongruenza è tale che ci procura soltanto difficoltà”. Questo è certamente vero e la proposta di Renda ha un grande valore politico e culturale, ma i siciliani, prima devono  sperimentare il senso della dialettica tra cittadini e potere, devono poter essere cioè cittadini, con una reale riappropriazione del potere.

Alla metà degli anni ’80, Sylos Labini, riattualizzando una ventina di anni dopo il suo splendido libro sulle classi sociali, diceva molte cose sul Mezzogiorno e sulla Sicilia, cercando come era naturale di cogliere il senso dei processi cumulativi del sottosviluppo; poi pacatamente aggiungeva che in fondo il mancato sviluppo, l’arretratezza non potevano che dipendere da fattori, da problemi di uomini: come mai, si chiedeva ad esempio, la Sicilia manda un mafioso al Parlamento Europeo?

Un segno della cultura dei tempi? Allora perché immaginare altre motivazioni? Tutto si tiene, anche in questi modelli arcaici.

Quello che è certo è che in Sicilia la mafia, le sue complicità, il blocco storico che permea, non sono l’anti/Stato, dal momento che si muovono come all’interno di uno stato, con connotazioni particolari è  vero, ma sempre all’interno di un’ economia di mercato, violentata certo, ma sempre “di mercato”, fino all’usura e alle speculazioni edilizie, ottenendone tutte le necessarie tutele: in una diversificazione di attività dal fortemente illegale e talvolta truculento, all’impresa illegale ma perbene “senza schizzi di sangue visibili”, con attività ritenute di fatto praticabili dall’immaginario comune, e infine all’impresa che diviene legale e che diviene sostanza di un procedere economico, rispetto al quale “ approfondimenti e analisi del sangue” sarebbero pericolosamente controproducenti ai fini dello sviluppo o comunque del buon muoversi della vicenda complessiva.  

Ma, chiediamoci, in generale, quale giudizio matura intorno ad un’azione illegale o corrotta? C’è una disfunzionalità sociale e politica, da accettare comunque, perché altrimenti il sistema “si incepperebbe? Semplifichiamo: alcuni studiosi buttano tutto in “natura” o in cultura politica, in un’adesione a-critica, fideistica, al regime-valore della parentela o del gruppo. Altri, come Merton dicono che la corruzione. non può essere repressa se supplisce a deficit di intervento di strutture deputate: addirittura senza questa integrazione il sistema ne avrebbe danni. Perciò si tratta di una supplenza umanizzante proprio perché supplisce a carenze funzionali. 

Taluni economisti si riferiscono alla corruzione come risposta razionale alle esigenze di una difficile allocazione delle risorse, “un sorta di mercato allocativo di risorse, in periodo di difficoltà e/o di scarsità”. Tra i politologi, Huntington dice che,  nell’accesso a nuove condizioni di democrazia, quando esiste un’enorme spinta alla partecipazione, si manifesta una gracilità delle canalizzazioni istituzionali e quindi un appannamento del confine tra lecito e illecito. Sarebbe in definitiva l’interesse della causa che restituisce la liceità. Ci sarebbe allora da riandare a Raskonikoff (ma anche Napoleone non avrebbe potuto fare diversamente)  che uccide l’usuraia per non disattendere la sua certezza di futuro?

Quello che è certo che, più di 60 anni dopo, bisognerà ancora chiedersi come modificare un sistema, inteso come modo di sentire e di pensare, di essere e di strutturare relazioni, in un immaginario sociale dove si sono veicolati soprattutto disvalori; e dove l’illegalità, normalmente vissuta e accettata acriticamente nelle interazioni quotidiane e nei vari contesti, finisce con l’essere agita, per i processi imitativi che insorgono, anche attraverso la produzione culturale delle istituzioni, con i loro statuti, ma soprattutto con i modi articolati della materialità delle prassi.

Aveva ragione Gambi quando, circa 40 di anni fa, introducendo la Storia d’Italia di Einaudi, dopo essersi addentrato nei significati complessivi degli spazi regionali   scriveva che forse nel mezzogiorno “quella a cui si dà il nome di regione è solo una zona che ripete un ritaglio economico-giurisdizionale segnato alquanti secoli fa -quindi in situazione storica inconfrontabile con quella odierna-“. E aggiungeva che qui questa cosiddetta regione “si distingue a volte in modo esclusivo per idiomi, forme di vita e di insediamento, costumi famigliari e sociali che risalgono a epoca remota: cioè precisamente le situazioni e le forze che impediscono ora una sua ristrutturazione …”

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