MESSINA. “Avrebbero dovuto chiamare l’esercito”. “E perchè i Canadair non volano di notte?”, “ma perché, non se ne accorgono che la collina sta bruciando lì in cima?”. In due giorni di incendi senza praticamente soluzione di continuità, con i nasi all’insù a guardare fiamme che divoravano ettari di colline e aerei che ci lanciavano sopra migliaia di litri d’acqua di mare, tutti, chi più chi meno, hanno avuto in tasca la soluzione per porre fine ai roghi. E ovviamente era quella sbagliata.

Perché l’attività antincendio, per la pericolosità assoluta del fuoco, è rigidamente regolamentata, non lascia spazio a improvvisazione ed “eroismi”, e si basa spesso su compromessi: tra lasciare bruciare una collina e porsi a difesa di un abitato, si sceglie – ovviamente – la seconda soluzione. È quello che è successo due notti fa col rogo di san Jachiddu: irraggiungibile se non dall’aria, e quindi “sguarnito” per le ore notturne in cui aerei ed elicotteri non possono operare in mare né tantomeno in collina, il rogo è stato tenuto “sotto controllo”, in maniera che non si avvicinasse agli abitati, lasciando che per il resto bruciasse.

Come si comporta quindi un addetto antincendio? Secondo un rigidissimo protocollo: “Il personale trasportato addetto allo spegnimento, giunto in loco, dovrà tenersi a debita distanza e sempre a vista del conduttore dell’automezzo di servizio, per consentire il posizionamento in sicurezza del mezzo”, e valutare orografia dei terreni, tipo di vegetazione e comportamento del fuoco.

Ancora più importante, però, quello che non deve fare: non disporre uomini e mezzi a stretto contatto e specialmente non schierare il personale in zone a forti pendenze caratterizzate da impluvi stretti e profondi, per esempio, per evitare il temutissimo “effetto camino”: l’’aria, riscaldata dal fuoco, viene convogliata verso l’apertura della gola creando una forte corrente ascensionale con conseguente aumento della velocità di avanzamento del fronte di fiamma. Per questo non si deve mai non correre davanti alle fiamme su percorsi in salita, né affrontare l’incendio di testa, ma sempre dalla coda o dai fianchi.

E quando il gioco si fa duro? “Nelle situazioni più difficili l’intervento diretto va escluso ed è opportuno attestarsi sulle linee di difesa naturali e/o predisposte (crinali, viali parafuoco, viabilità di servizio, aree già percorse dal fuoco)”, spiegano le direttive antincendio della Forestale.

Quello che pompieri e Forestale si sono trovati ad affrontare nella drammatica notte tra domenica e lunedi, è stato un ottimo campionario di tutto quello davanti a cui può trovarsi una squadra antincendio, che non può contare su aiuti esterni e “massicci”. Il fatto che non ci siano stati danni ad abitazioni o a persone, sconfessa tutti gli esperti da tastiera: pur con tutte le ristrettezze e le difficoltà del caso, e nonostante due giorni ininterrotti di emergenza, hanno portato a casa il risultato. E le colline bruciate a ancora fumanti intorno a Messina, non sono l’immagine di una sconfitta. Tutt’altro. Ne testimoniano gli sforzi, contro un nemico implacabile. Che è stato sconfitto.

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