Se un pomeriggio d’autunno un messinese… Se un pomeriggio d’autunno un messinese che è anche nonno decide di portarsi a spasso il nipotino di un anno e pochi mesi, deve essere pronto ad affrontare un’Odissea che quelle di Ulisse e di Kubrick sembrano passeggiate!

Dunque, io e mia moglie siamo in casa con Federico, nostro nipote e graditissimo ospite per alcuni pomeriggi la settimana (che ci stanno a fare sennò i nonni?). Decidiamo di portarcelo fuori per fargli prendere un po’ d’aria, la creatura è vivacetta e già assai sperta, la casa l’ha già scafuliata in profondità e ci fa capire che ha sete di nuovi orizzonti.

La settimana scorsa l’abbiamo scarrozzato fin alla Villa Mazzini, ma che squallore! Che delusione! Niente giochi, quattro o cinque picciriddi allo sparo, la bella grotta dove una volta navigavano le paperette che tanto deliziavano i figli adesso ospitano delle tartarughe che se la fanno sempre sott’acqua e lasciano a desiderare in quanto a loquacità. Non parliamo poi del glorioso acquario, meta preferita dai genitori e dai bimbi di una volta, perché vedere un polpo, una cernia o una murena a pochi centimetri dalla faccia faceva sempre un certo effetto. Una splendida scatola delle meraviglie l’acquario, non fosse altro che per quel silenzio liquido che accompagnava il percorso, interrotto solo dalle esclamazioni di meraviglia dei piccoli. Una scatola oggi chiusa come una cassaforte di banca, all’interno di un angolo verde sporco, incolto, lasciato nel più completo abbandono come molte, troppe strade di Messina. E non voglio pensare a cosa sopravvive lì dentro.

Bene, stavolta, ammaestrati da quella triste esperienza, decidiamo di rivolgerci a una risorsa più ridotta in quanto a spazio ma, confidiamo ricordando i bei tempi, essenziale, raccolta eppure ridente nella sua piccolezza. La villetta adiacente la chiesa di Sant’Elena, più vicina a casa e (ci soccorre la memoria) con tre, quattro giochini che delizieranno senz’altro il nipote.

Ci arriviamo davanti con l’auto, e a stento – per non scannaliare il pargolo – tratteniamo le parolazze che ci salgono alla bocca. La villetta ha il cancello chiuso, serrato da una catena con relativo catenaccio. Ma quello che ci procura una stilettata al cuore è scorgerne, dietro quel cancello, il disfacimento. Quello spazio tanto ameno è adesso una giungla, un luogo in cui la natura, non più addomesticata, ha ripreso il sopravvento e pare dire: allontanatevi, che qui non c’è più posto per voi, per i vostri figli o nipoti e per i loro giochi.

Ma non di crudeltà della natura si tratta, amabili lettori, bensì di ottusa, gretta, incivile miopia di chi dovrebbe garantire in una città metropolitana (mi pare, in Italia, la nona per ampiezza, la dodicesima per numero di abitanti) spazi vitali in grado di dare ossigeno ai polmoni e brezza spirituale all’anima.

Secondo H. Isnard (Lo spazio geografico, Milano, 1980) lo spazio antropizzato non è altro che “la proiezione del sistema socio-culturale sul sistema ecologico”. L’antropizzazione di un territorio da parte di una determinata comunità sottende la conoscenza delle risorse di cui quell’ambiente dispone, il cui utilizzo determina le forme di interazione della comunità stessa con lo spazio naturale per soddisfare i propri bisogni. Da questo punto di vista “l’organizzazione dello spazio vitale è quindi un prodotto culturale altamente specializzato” perché sviluppa “un certo tipo di cultura legata all’ambiente con la quale vive in simbiosi”.

Il termine “hortus conclusus” è mutuato dal Cantico dei Cantici, laddove la sposa è paragonata a un prezioso spazio paradisiaco riservato al suo appassionato scopritore:

Hortus conclusus soror mea, sponsa, / hortus conclusus, fons signatus; / propagines tuae paradisus malorum punicorum / cum optimis fructibus, / cypri cum nardo. / Nardus et crocus, / fistula et cinnamomum /cum universis lignis turiferis, / myrrha et aloe  / cum omnibus primis unguentis. / Fons hortorum, / puteus aquarum viventium, / quae fluunt impetu de Libano.

Giardino chiuso tu sei, / Sorella mia, sposa, / Giardino chiuso, fontana sigillata. / I tuoi germogli sono un giardino di melagrane, /Con i frutti più squisiti, / Alberi di cipro e nardo, / Nardo e zafferano, cannella e cinnamomo / Con ogni specie d’ alberi da incenso; / Mirra e aloe / Con tutti i migliori aromi. / Fontana che irrora i giardini, / Pozzo d’acque vive /E ruscelli sgorganti dal Libano.

(Cantico dei Cantici, 4, 12-15)

Durante il medioevo l’espressione verrà tuttavia usata per indicare il giardino, il cui stesso concetto si presenta sin dalle origini legato all’idea di luogo chiuso, recintato da muri che ne sottraggono la vista all’esterno, dentro cui le piante, sapientemente selezionate e coltivate, rese così amiche dell’uomo, sono protette dalle incursioni di uomini e animali: specchio di una natura generosa e ordinata, contrapposta come tale al disordine ostile del mondo esterno. Soltanto nel giardino, atto creativo, chiuso universo e al contempo fragile opera umana che necessita di protezione e cura continue, la natura offre i suoi doni migliori, fiori e frutti, erbe medicamentose, ombra e profumi. Il recinto stesso, che compare nelle più antiche raffigurazioni di giardini, svolge poi, oltre ad uno specifico ruolo protettivo, anche quello di rendere sacro e inviolabile lo spazio racchiuso: nella cultura di ogni epoca il giardino rappresenta un luogo incantato e desiderabile, e un privilegio è considerata la possibilità di accedervi.

La creazione e la manutenzione di giardini e “villette”, dunque, si inserisce a pieno titolo in una multimillenaria e mobilissima tradizione il cui orizzonte ideologico è costituito dalla consapevolezza che esiste una profonda corrispondenza tra “ciò che si trova in alto” e “ciò che si trova in basso”, che cioè prendersi cura della natura che ci circonda comporta sempre, in qualche misura, mettersi in sintonia con l’energia e l’amore preordinati che attraversano e sostanziano la realtà tutta; comporta, altresì, uniformare i propri ritmi interiori – dico i ritmi di quei poveri fragili animali che siamo noi uomini – ai potenti flussi energetici che, a dispetto della nostra autodistruttività, ancora governano i nostri territori, fisici e mentali.

Creare un giardino di sosta, di meditazione, di proficue interferenze esistenziali ed affettive, è azione di grande pregnanza civile, oltre che terapeutica. Significa, tale iniziativa, porre l’attenzione ancora una volta sulla persona, sulla sua intangibile dignità, sui misteri e la variegata ricchezza e poliedricità delle sue declinazioni corporee, psichiche, spirituali.

Bene, di tutte queste meraviglie, preziose per i corpicini scattanti dei nipoti e per le anime a volte acciaccate dei loro nonni, chi ha governato le sorti della città se n’è, palesemente, stracatafottuto. E ci viene però ad offrire patetiche narrazioni di mondi bucolici, di visioni agresti, come se per questo deserto che è attualmente l’angolo di mondo in cui viviamo si stiano apparecchiando in un futuro non lontano delle magnifiche sorti e progressive!

Non c’è niente da fare, da Washington alla Padania a questa nostra terra buddace, il populismo non si smentisce mai.

 

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