MESSINA. Gliel’hanno promessa, a Daniele Ialacqua. Lo sgarro di chiamare “Bene Comune” la nuova società che si occuperà di ambiente, non è andato giù a una nutrita schiera di consiglieri comunali, tutta più o meno coincidente con la pattuglia dei ventitré che hanno votato la sfiducia, e dei quali il capo carismatico è Pippo Trischitta. Che un nome così “comunista” possa rappresentare tutta la volontà dell’aula (e della città) è intollerabile. E quindi, pronosticare che la delibera sul regolamento dei beni comuni che andrà in aula oggi pomeriggio dovrà attraversare un campo minato, è un esercizio fin troppo facile.

E tra l’altro, le esperienze passate non autorizzano a chissà quali entusiasmi, in merito: bocciati i regolamenti sulle consulte ambientalista e animalista (anche questi a firma Ialacqua, come la delibera che andrà in aula oggi), massacrato quello sugli istituti di partecipazione popolare (proposto dalla consigliera di Cambiamo Messina dal basso Lucy Fenech), l’aula ha dimostrato di non avere particolarmente a cuore i temi che l’amministrazione guidata da Renato Accorinti ha sbandierato in campagna elettorale.

Che a destra il tema sia ostile, tra l’altro, è un falso storico. Dalle autogestioni nazionali di CasaPound alle attività di Fare Verde, soprattutto a livello cittadino, tra l’adozione di spazi verdi e le iniziative tipo “Mare d’inverno”, i beni comuni sono da sempre patrimonio della destra più “movimentista”. Quindi, al di là della legittima opposizione all’amministrazione Accorinti, Piero Adamo, ma anche Elvira Amata, non avrebbero grossi motivi ideologici per non votarlo.

Diverso è il discorso per Trischitta, ma anche per Peppuccio Santalco, generali delle truppe della sfiducia: per loro, bocciare ogni atto politico proposto dall’amministrazione è ormai una questione di coerenza, per dare forza alla quale è necessario convincere portarsi dietro quanti più consiglieri possibile. Con un risvolto interessante: un regolamento sui beni comuni, se approvato, permetterebbe di sanare il caos che negli anni si è creato intorno al patrimonio comunale, il cui utilizzo è spesso regolato da “consuetudini” perpetuate negli anni, e mai regolamentate. A Villa Dante, per esempio, il centro sociale è da anni utilizzato come centro per gli anziani, senza che tutto ciò sia mai stato messo nero su bianco in un documento: né bandi, né protocolli d’intesa.

Il paradosso è che la bocciatura del regolamento comporterebbe la continuazione di una situazione illegittima avallata da chi, Trischitta in testa, ha sempre sostenuto l’illegittimità delle occupazioni del collettivo Pinelli. Non solo: ci sarebbe da un lato la possibilità di portare a reddito parte del patrimonio oggi in disuso, occupato abusivamente o lasciato in rovina, quindi guadagno economico e dall’altro la possibilità di dare risposte ad associazioni artistiche, creative ed artigianali, che da tempo chiedono uno spazio dove poter operare, cioè guadagno sociale e civile: proposte che la commissione Cultura, presieduta da Piero Adamo, ha spesso accolto con favore.

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