MESSINA. Il recente episodio di Pistunina, con il suo tragico bilancio di morti, deve farci seriamente riflettere sul rischio a cui è esposto il nostro patrimonio edilizio.

In primo luogo il processo di degrado dei fabbricati e soprattutto dei materiali con cui sono stati costruiti. E’ opinione comune fra gli ingegneri strutturisti che il cemento armato tende a degradarsi più rapidamente della pietra o della muratura, a causa soprattutto del degrado del ferro nelle travi e nei pilastri; dopo i 50 – 70 anni un edificio in cemento armato andrebbe controllato; ciò non significa che sia a rischio ma è buona precauzione tenere il processo di degrado sotto controllo ed intervenire in caso di necessità. A Messina sarebbe opportuno un censimento degli edifici in cemento armato con per lo meno 70 anni di vita ovvero realizzati anteriormente alla metà degli anni ’60.

Luigi Borzì, l’ideatore del Piano urbanistico di ricostruzione dopo il terremoto, progettò l’assetto della città ponendo grande attenzione alla larghezza delle strade in rapporto all’altezza dei fabbricati prospicienti, assicurando che vi fosse fra i fabbricati una distanza adeguata, allo scopo di evitare danni indotti da un edificio all’altro. Questa regola, soprattutto durante il grande boom edilizio negli anni ’50/’70 spesso è stata disattesa e oggi nelle zone collinari della città a ridosso del centro urbano, palazzi di 5 piani ed oltre si fronteggiano a distanze non adeguate, lungo stradine strettissime che si inerpicano ripide sui fianchi delle colline anche con un possibile sovraccarico dei pendii, la cui situazione geologica andrebbe anche questa valutata attentamente.

E ancora, un ulteriore elemento di rischio da valutare è la condizione di fabbricati che hanno subito alterazioni della loro struttura originaria, ovvero soprelevazioni di un piano ma a volte anche di due. A tale proposito una tipologia edilizia andrebbe attentamente valutata; negli anni ’20 e ’30, quando non si conosceva ancora esattamente come lavora una struttura in cemento armato, furono realizzati a Messina e Reggio Calabria dei fabbricati detti “a muratura collaborante” nei quali le pareti divisorie non erano delle semplici tamponature, ma erano dei muri portanti che collaboravano alla tenuta del fabbricato. Questi edifici, soprattutto nelle zone più centrali, hanno subito, in maniera poco accorta, la demolizione ai piani terra delle pareti collaboranti (trattate come fossero dei semplici divisori) per ricavare gli ampi spazi necessari ad insediare attività commerciali. Questo tipo di modificazioni presenta un qualche livello di rischio che andrebbe precauzionalmente valutato.

In ultimo, soprattutto nei villaggi collinari, negli anni passati diversi edifici sono stati realizzati abusivamente, senza un progetto, da capomastri del luogo o dalle stesse famiglie e oggi non siamo in grado di conoscere la loro effettiva resistenza ad una scossa sismica.

Esiste oggi una falsa equazione che recita: difesa dai terremoti = protezione civile. Niente di più errato. Un buon sistema di protezione civile e dei cittadini preparati e consapevoli sono un’ottima assicurazione  soprattutto per limitare i disagi, alleviare sofferenze e disagi, salvare vite umane, intervenendo tempestivamente e nel complesso favorire la resilienza ed il ritorno alla normalità; ma è bene ricordare che la protezione civile normalmente interviene ex post a catastrofe avvenuta. Ma la vera reale difesa dai terremoti consiste prioritariamente nell’impedire il danneggiamento o il collasso di edifici e infrastrutture e questo non è e non può essere compito della protezione civile, ma obiettivo costante delle politiche edilizie, infrastrutturali e urbanistiche.

A quasi 120 anni dal terremoto del 1908 occorre che la città faccia una seria valutazione delle condizioni di rischio del nostro territorio. Le norme urbanistiche degli ultimi anni hanno per fortuna impedito quell’uso poco prudente del territorio che si era avuto in precedenza, ma esiste un rischio pregresso che nasce dalle condizioni descritte in precedenza. E’ indispensabile un grande sforzo di programmazione da parte delle istituzioni pubbliche, i comune in primo luogo, per avviare una attenta analisi delle condizioni di rischio esistenti e definire un adeguato programma di interventi, ovvero per mettere in sicurezza il patrimonio pubblico e per incentivare e sostenere l’adeguamento sismico da parte dei privati, giacendo la nostra città in un’ area fra le più esposte al rischio sismico di tutta Europa; come ci ricorda ogni 28 dicembre l’anniversario della tremenda catastrofe del 1908, con i suoi 40.000 morti solo nella nostra città.

Il Marchese di Plombal, che sovrintese alla ricostruzione di Lisbona dopo il terremoto del 1755, parlava di una “legge dell’oblio” per descrivere l’atteggiamento dei cittadini dopo un terremoto. Egli sosteneva, infatti, che nell’immediatezza del sisma, i cittadini intimoriti, costruiscono le loro case seguendo criteri di sicurezza antisismica. Ma col passare degli anni, man mano che il ricordo del terremoto va scemando e l’oblio vince sulla memoria, la gente riprende a costruire in maniera scriteriata, realizzando edifici non più adeguati alle corrette norme edilizie.

Dal terremoto di Messina del 1908 è passato più di un secolo, e dobbiamo tenere ben presente nella nostra mente che un terremoto, simile a quello del 1908, potrebbe anche ripetersi, anzi dicono i sismologi certamente si ripeterà, l’unica cosa che non sappiamo è quando.

Per fortuna non siamo nella Lisbona del 1755 e a Messina, successivamente al 1908, sono state emanate delle norme costruttive antisismiche che in larga misura sono state ampiamente rispettate, grazie anche alla presenza di ingegneri strutturisti fra i migliori a livello nazionale; oggi Messina, da questo punto di vista, può considerarsi una delle città più sicure d’Italia. Tuttavia a meno di alcune condizioni che, a causa della legge dell’oblio del marchese di Plombal, si sono verificate anche nella nostra città. Condizioni che in un quadro di complessiva sicurezza vanno attentamente prese in considerazione e verificate.

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