MESSINA. «Praticamente, essendo l’unico medico non obiettore in città, non posso né ammalarmi né andare in ferie». A parlare è Rosario D’Anna, direttore vicario Uoc e della scuola di specializzazione di Ostetricia e Ginecologia, unico professionista “superstite” in riva allo Stretto a praticare l’aborto, che commenta i dati “medievali” di città e provincia, spiegando come, in parecchi casi, a determinare la decisione dei suoi colleghi non siano motivazioni etiche, morali o religiose: «Effettuare un’interruzione di gravidanza, e quindi un raschiamento, dal punto di vista professionale non è particolarmente gratificante. Posso affermare con certezza che molti dei medici presenti in quegli elenchi non sono “obiettori”, ma non sono stati messi nelle condizioni di poter lavorare in maniera soddisfacente. Ragion per cui spesso rinunciano per stanchezza e frustrazione», spiega, soffermandosi nello specifico sui problemi di budget e sulle scelte di Asp e aziende ospedaliere. «Già fai una cosa poco qualificata che sottrae del tempo ad altri lavori, in più finisce per diventare un servizio reietto per una serie di questioni. Io non do la responsabilità ai medici (in fondo è una loro scelta), ma a chi dovrebbe tutelarli, pensando magari a qualche incentivo». «Se io posso farlo – prosegue – è solo grazie all’aiuto degli specializzandi, che sono interessati a queste tematiche. Quest’anno fortunatamente ho trovato un gruppo molto sensibile sull’argomento. Da solo non ce la potrei mai fare». Uno scenario, quello attuale, che sembra quindi essere in miglioramento rispetto a quello di due anni fa, quando gli obiettori, fra i medici in formazione specialistica del Policlinico, erano 16 su 17 (dati ufficiali forniti dalla dirigenza ospedaliera). «Al momento siamo del tutto fuorilegge, come ho avuto modo di ribadire al Direttore sanitario dell’Asp – prosegue D’Anna – e francamente non capisco come mai le associazioni femministe non sporgano denuncia. La legge 194 parla chiaro, e ogni amministrazione dovrebbe sopperire alle carenze, o con il proprio personale o facendo delle specifiche convenzioni, come accaddeva già nel 1979 all’ospedale Sant’Angelo dei Rossi. All’epoca c’erano una ventina di non obiettori, in un periodo in cui, in tutta Italia, si facevano un milione di interruzioni di gravidanza. Adesso si sono ridotte a meno di 100mila ma è ovvio che si è tornato a far ricorso agli aborti clandestini. Del resto dove devono andare? Se io dovessi assentarmi per ferie o malattia una ragazza non potrebbe fare altro che tentare la sorte in un’altra provincia o in un altra regione, ma è un cane che si morde la coda, considerando che anche ad altre latitudini i non obiettori sono già oberati di lavoro». Ma quanti aborti si praticano ogni anno a Messina? «Io ho una seduta alla settimana, in cui seguo un massimo di 5 persone. Potenzialmente, quindi, siamo fra i 200 e i 220 casi. Fino a qualche anno fa qui al Policlino eravamo in tre ad occuparcene, adesso sono solo». Cattive notizie anche per quanto riguarda la “pillola abortiva” Ru486, che dà la possibilità di ricorrere ad un aborto farmacologico senza intervento chirurgico e nel rispetto della legge 194. Nome commerciale del farmaco Mifegyne (Mifeprostone), è arrivata in Italia nel 2009 (dopo anni di rimandi e polemiche) ma negli ospedali di Messina ancora è un miraggio. «Ho fatto richiesta a novembre. Adesso rimaniamo in attesa».

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