MESSINA. La sentenza della Corte suprema americana, che ha cancellato il diritto costituzionale all’aborto, ha fatto e farà discutere anche in Italia. Ma a Messina il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza, garantito dalla legge 194 del 1978, è di fatto impossibile a causa della scelta di appellarsi alla coscienza della pressochè totalità dei medici che l’aborto dovrebbero praticarlo. Zero su 14 al Papardo, zero su 8 a Taormina, zero su 9 a Milazzo, zero su 5 a Sant’Agata Militello, zero su 8 al Papardo, 1 su 23 al Policlinico. Trovare un medico che si prenda in carico l’interruzione di gravidanza a Messina, in una struttura pubblica, è un’impresa sempre più ardua, ai limiti dell’impossibile. In tutta la provincia, infatti, attualmente c’è solo un professionista che ha deciso di  “non appellarsi alla coscienza”. Una scelta del tutto in controtendenza rispetto ai suoi colleghi, che rappresentano il 98,2 per cento del totale, 52 obiettori di coscienza su 53. Numeri che relegano la provincia peloritana all’ultimo posto in tutta la Sicilia. Un’emergenza che è andata radicalmente peggiorando nel corso degli anni. In base ai dati raccolti in una nostra inchiesta pubblicata a Febbraio del 2017, i medici obiettori del Papardo erano 16 su 18, ovvero l’88% del totale. Una percentuale simile a quella del Policlinico, con 16 specialisti su 20, a fronte di circa 300 aborti nel corso del 2016 nella sola struttura ospedaliera della zona sud.  Di fatto, già all’epoca, la quasi totalità dei ginecologi cittadini (193 iscritti all’albo provinciale) si dichiarava obiettore. A distanza di qualche anno la situazione è precipitata, con 14 obiettori su 14 fra i dirigenti medici al Papardo e 22 su 23 al Policlinico. Uno scenario che si è fatto più critico sia in città che in provincia. In base ai dati forniti a Febbraio del 2020 dall’Asp, giusto due anni fa c’erano nove obiettori su 10 a Milazzo, 5 obiettori su 8 a Santa Teresa, sette su 10 a Taormina e 8 su 10 a Patti. E adesso? Di quei nove medici non obiettori della provincia non ne è rimasto nemmeno uno, come sanciscono in maniera incontrovertibile i dati ufficiali forniti dalle aziende ospedaliere in seguito a un accesso agli atti del deputato regionale del M5s Antonio De Luca, al quale hanno risposto tutte le realtà del territorio, fatta eccezione per il Policlinico. Meglio non va con gli anestetisti: su 90 professionisti in servizio nei presidi ospedalieri di Taormina, Milazzo, Sant’Agata e Patti, a non appellarsi alla coscienza sono appena in 10. La realtà è preoccupante anche nel resto della Sicilia. Se Messina indossa la maglia nera, in provincia di Catania si registrano appena 7 non obiettori su 104 dirigenti medici (ma mancano i dati dell’Arnas Garibaldi), mentre nelle quattro strutture prese in esame nell’agrigentino i professionisti che non si sono appellati alla coscienza sono 6 su 28. A Caltanissetta la situazione non cambia (2 su 24), mentre Enna mostra numeri più confortanti (7 su 15). Chiudono l’elenco Siracusa (2 su 14, in base a quanto comunicato dall’Asp) e Ragusa (9 su 24, in quattro strutture). Mancano i responsi di Trapani e Palermo, di cui sono stati resi noti solo i dati degli Ospedali Riuniti Villa Sofia-Cervello: 35 non obiettori su 81 in tutto il personale medico.

LA LEGGE. Abortire, in Italia, oltre che una scelta, è un diritto regolato da una legge, la n.194 del 1978, denominata “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, che va a regolare l’interruzione volontaria della gravidanza (ivg) riconoscendola come un diritto che non può essere influenzato né messo in discussione. Prima della sua entrata in vigore, l’aborto era un reato per il codice penale allora vigente, il codice Rocco; in caso di aborto causato in modo consenziente era prevista una pena da 2 a 5 anni di reclusione sia per chi provocava l’aborto (il medico) sia per la donna stessa. Anche la contraccezione era vietata e la pillola poteva essere utilizzata esclusivamente per regolare il ciclo mestruale e non come contraccettivo. Risultato? Un altissimo numero di aborti illegali, molti dei quali eseguiti al di fuori delle strutture ospedaliere proprio per evitare di subire le conseguenze legali. La legge approvata nel 1978 andò a istituire l’aborto legale, che può avvenire su richiesta della donna entro i 90 giorni dall’ultima mestruazione o anche in un periodo successivo in presenza di gravi problemi di salute psichica o fisica legati alla gravidanza. Ma questa è solo la teoria. Perché poi, nella pratica, abortire in Italia è tutt’altro che cosa semplice. Ciò dipende dal fatto che la norma dà al medico una possibilità di scelta nota come obiezione di coscienza. In sostanza, così come alla donna viene data la facoltà di decidere se interrompere o meno la gravidanza, anche il medico può scegliere di accettare o meno un intervento di quel tipo. In Italia, secondo i dati forniti dall’Aiga (libera associazione italiana ginecologie per l’applicazione della legge 194) gli obiettori di coscienza nel 2020 erano 7800 su 10mila ginecologi, con appena il 60% delle strutture ospedaliere italiane che garantisce interventi di ivg.

 

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