MESSINA. Il 29 dicembre abbiamo pubblicato la storia di S.O., cittadino della Costa d’Avorio che da un paio d’anni vive e lavora a Messina, al quale è stato rifiutato il taglio di barba e capelli da un barbiere che ha opposto “motivi personali”, e da altri che hanno spiegato di essere in orario di chiusura. La vicenda, ovviamente, ha suscitato parecchio scalpore, polarizzando i commenti, soprattutto sull’ormai onnipresente Facebook: chi da un lato accusava la città tout court di essere intimamente razzista, chi dall’altro ci accusava di pubblicare notizie false.

La storia è vera, verificata, e sulla vicenda pende una segnalazione all’Unar, ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali. La segnalazione è stata inoltrata, ed è al vaglio di una commissione: se verrà considerata pertinente, tramite un legale sarà possibile accedere ad un fondo per sostenere eventuali spese legali, e ad agire a favore della vittima di discriminazioni possono essere anche le associazioni. Per questo, e per nessun altro motivo, abbiamo omesso i riferimenti al primo barbiere, quello che per “motivi personali” si è rifiutato di offrire il suo servizio a S.O.

Sulla vicenda, è intervenuta, con una risposta lunga e articolata, anche Giuliana Sanò, dalla cui lettera è scaturito l’articolo. La proponiamo per intero.

 

Certo è sconfortante dover constatare che la gamma di commenti postati all’articolo sul barbiere che si è rifiutato di tagliare i capelli e la barba a un cittadino straniero per “motivi personali” sia estremamente più triste della storia in sé.

Colpisce, e non poco, la spasmodica ricerca di un nome e di un cognome (il mio, quello del barbiere e perché no anche quello dello straniero) che possano servire da capro espiatorio per una questione che, tutto sommato, non si esaurisce (e non potrebbe farlo) né in un nome né in un’attività commerciale, bensì nella messa in forma di atteggiamenti violenti e di comportamenti profondamente discriminatori di cui, ne sono certa, ognuno di noi ne avrà fatto direttamente o indirettamente esperienza.

I commenti, per la maggior parte, riflettono una varietà sociologica complessa che viaggia dai sempreverdi negazionisti ai superatissimi oggettivisti. Ritengo sia legittimo, per i lettori, non sentirsi a proprio agio con una modalità di raccontare i fatti non ortodossa (sotto forma di note e di appunti di campo) e, per dirla con Van Maanen, a tratti confessionale, ma trovo assai più grottesco rimproverare all’autrice una mancanza di oggettività nel riportare una conversazione e una sequenza cronologica di eventi (molti dei quali hanno subito un taglio per motivi di editing). Su questo punto, mi e vi domando quale, secondo voi, possa essere dunque il metro, il criterio o l’unità di misura oggettivamente valida per valutare, misurare e quantificare un’esperienza di vita vissuta soggettivamente? Cosa, sempre secondo voi, avrebbe potuto dotare quella conversazione dell’oggettività di cui apparentemente sembra mancare? Una registrazione, un filmato, una puntata di Striscia la notizia o delle Iene? Una di quelle a là Blue Whale (il fantomatico giochino che invitava tutti gli adolescenti del mondo a suicidarsi) di cui conosciamo tutti l’epilogo e su cui non vale la pena tornare.

Sono sicura che se quella mattina avessimo avuto più tempo a disposizione, avremmo trovato un barbiere disposto a tagliare barba e capelli a S.O., ma quei pochi che abbiamo incontrato per un motivo o per un altro non l’hanno fatto. Su questi, evidentemente, non era possibile puntare il dito dal momento che le ragioni addotte non contemplavano esplicitamente nessuna discriminazione. Viceversa, il barbiere che si è rifiutato per “motivi personali”  – che è poi la ragione per cui ho deciso di raccontare questa storia e di denunciare l’accaduto – lo ha fatto e a me pare che non ci siano né giustificazioni né attenuanti di sorta per un comportamento di tal genere. A conferma di quanto sostengo, posso solo dire che il titolo originale dell’articolo “A ognuno il suo barbiere (di Siviglia)” non mostrava una natura sensazionalistica, ma semmai esso si prefiggeva l’ obiettivo di sostenere un concetto, ripreso anche alla fine dell’articolo, e cioè quello della continua riproduzione di ghetti: fisici, concettuali e persino estetici. Una questione, quindi, che non riguarda eccezionalmente la città di Messina, ma che sembra essere divenuta la regola. Ma c’è dell’altro, e mi rivolgo in particolare ai San Tommaso dei social network: l’unica ragione per cui avevo scelto di anonimizzare il barbiere è l’amara convinzione (costruita sulla base della natura profondamente razzista della società in cui viviamo) che facendolo gli avrei procurato solo tanta pubblicità. 

Comprendo la difficoltà di immedesimarsi, soprattutto se la storia riguarda un cittadino straniero e per di più “nero”, ma se ci pensiamo non è poi così diversa da tutte le altre storie tristi che hanno coinvolto cittadini e cittadine di questa città. Penso, ad esempio, al locale che l’anno scorso ha invitato una coppia omosessuale ad appartarsi, per non destare scandalo. Penso ai locali della riviera che con una certa regolarità si servono di muscolosi buttafuori per impedire l’ingresso a chi non ha un abbigliamento “adeguato”.

Personalmente ho sempre solidarizzato con chi, per un motivo o per un altro, ha dovuto subire tali e ingiustificate ingiustizie. Ma evidentemente anche la solidarietà da queste parti non è per tutti e, certamente, non è da tutti.

Giuliana Sanò

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