Balene blu, bufale e mmuccalapuni: un bestiario cittadino

 

La trama sembra quella di un romanzo distopico o di un film di David Cronenberg. Talmente assurda e malata da sembrare vera. Talmente morbosa da solleticare le curiosità, altrettanto morbosa, di migliaia e migliaia di genitori, psicologi, massmediologi e semplici utenti social che per mesi hanno infestato le bacheche virtuali con commenti e segnalazioni (false), analisi sociologiche e invettive contro la decadenza della morale. Senza fermarsi per un solo attimo a riflettere quanto ci fosse di vero in quella storia talmente assurda e malata che doveva per forza essere vera. 

Una sbornia mediatica nazional popolare che pian piano ha iniziato a mostrare le sue crepe. Come una sceneggiatura scritta male. 

A distanza di tre mesi dal servizio sul “Blue Whale”, lanciato dalle Iene, non esiste una sola prova documentata che leghi i recenti casi di suicidio in Italia (e non solo) alla folle roulette russa che sembrava aver trovato una giustificazione quasi consolatoria, seppur brutale, a un dramma sociale e umano a cui fornire una spiegazione non è mai semplice. E fa sempre male.

Eppure, malgrado la mancanza di indizi e casi empirici, la balena blu ha continuato a imperversare sulle prime pagine dei giornali e negli schermi televisivi, fra congetture, ipotesi, elucubrazioni e ipotesi di complotto. Proprio come in un serial di sci-fi che fa acqua da tutte le parti ma al quale ci si affida ciecamente per una sorta di sospensione dell’incredulità. 

Poi la verità ha iniziato a farsi strada. Il cetaceo è venuto lentamente a galla. Grazie a un giornalista di 26 anni, Andrea Rossi, che per ironia della sorte coltiva da sempre il sogno di lavorare alle Iene. Andrea guarda i video dei presunti suicidi, li esamina, e dopo un approfondito fact checking sulle immagini, proprio come un cronista dovrebbe fare, smonta pezzo per pezzo tutte le idiosincrasie di una ricostruzione così posticcia da sembrare autentica. Uno dei video è stato sì girato in Russia, ma nella descrizione al Blue Whale non si fa alcun riferimento; il secondo viene dalla Cina; un altro è stato girato in Ucraina nel 2010; l’ultimo, quello che mostra due adolescenti che si tolgono la vita, sembra soltanto un falso neanche tanto ben congegnato. I fatti, nel complesso, appaiono sostanzialmente diversi da come erano stati raccontati, al punto che lo stesso autore del servizio, Matteo Viviani, è stato costretto a scusarsi: «Ammetto la leggerezza nel non aver fatto tutte le verifiche, ma i filmati erano comunque esplicativi di quello di cui parlava il servizio».

Il punto è proprio questo: di cosa parlava il servizio? Perché ancora non è chiaro, in mancanza di collegamenti certi e di prove documentate, se si tratti di un fenomeno reale o di una semplice leggenda metropolitana: una di quelle periodiche bufale ben congegnate descritta e raccontata con toni sensazionalistici, se non proprio da sciacalli, da giornali e televisioni, in barba alle regole più elementari della deontologia professionale. 

In attesa di capire se di farsa si tratti, e di che proporzioni (qui una ricostruzione fedele dei fatti), la balena blu intanto ha attraversato l’Atlantico e dalle acque gelide del Baltico è arrivata in quelle più miti dello Stivale. Andando ad alimentare la morbosità e le chiacchiere social di frotte di mmuccalapuni che non aspettavano altro per dar fiato alla voce. O inchiostro alla penna. 

E dire che sarebbe bastata un po’ di curiosità, da parte di chi pretende di fare informazione. Ricordandosi di quando, una decina d’anni fa, venne alla luce il fenomeno CreepyPasta, del tutto sovrapponibile al Blue Whale. O gli omicidi seriali compiuti dalle Bestie di Satana, alla fine della fiera solo uno paio, e mai chiariti fino in fondo. Per non parlare dei messaggi subliminali delle canzoni rock ascoltate al contrario. O di quando, qualche estate addietro, i pitbull sembravano  essere diventati all’improvviso la prima causa di morte in Italia.

I meccanismi sono quelli, e chi non è nato ieri li conosce: si pompa un fatto di dubbia verosimiglianza e di ancora più dubbia provenienza, si vellica la morbosità dei meno attrezzati culturalmente (e sono molti, troppi, spesso per scelta piuttosto che per accidente), e si monta un caso dal nulla. E poi magari si piazza un bel punto interrogativo alla fine, che assolve da tutti i peccati, dimenticando che il ruolo del cronista non è quello di instillare dubbi, ma possibilmente di trovare risposte. “Noi abbiamo avanzato un’ipotesi”, è il candeggio della coscienza che si sfrutta in questi casi. 

E per una volta non ci colpa “la rete”, ricettacolo di tutti i mali, formula autoassolutoria di ogni fandonia scritta in malafede. Stavolta è stata la televisione. Poi, solo poi, sono arrivati i post deliranti, complottisti, i gruppi whattsapp tra mamme che compensano con sospetto eccesso di zelo anni di assenze e di mancanze. E scambiano un disegno su un diario per il settimo passaggio, il naturale scoglionamento dei quindicenni per apatia indotta da un gioco suicida, l’autolesionismo adolescenziale, comune rito di passaggio che si studia forse al terzo giorno di un corso di laurea in psicologia, in qualcosa di patologico.

Veniamo a noi. A noi giornalisti.

Che una qualche responsabilità per quello che scriviamo prima o poi dovremo prendercela, senza gridare alla libertà di stampa negata se qualcuno ci fa notare che l’abbiamo fatta un po’ troppo fuori dal vaso. Che ogni tanto dovremmo pensare meglio alle conseguenze che avrà quello che scriviamo. Che qualche volta, in casi come questi, l’affidabilità delle fonti dovremmo verificarla un po’ più a fondo. Senza ansia da clic (o copia, o audience, o ego). Senza fretta da scoop. Che come tradizione insegna, è cattiva consigliera. 

Sui suicidi, a maggior ragione di adolescenti, non si scherza. Non si lucra. Non si specula. Non si va a caccia di facili like e di sensazionalismi, spettacolarizzando un dramma umano come fosse la scena di una fiction o la puntata di un reality. A volte, purtroppo, è la vita ad essere scritta male. E su questo no, su questo non si babbia

 

 

(In copertina un’opera di Mauro Kuma. Foto di Pier Paolo Zampieri)

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1 Commento su "Balene blu, bufale e mmuccalapuni: un bestiario cittadino"

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linda
Ospite

La questione ha una certa gravità. A Bologna persino i servizi sociali e le scuole si sono allarmate, attivando un servizio preventivo. Non si scherza su queste cose. Le Iene a mio avviso deve fare mea culpa.

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