MESSINA. A settembre 2016 la morte subito dopo il parto della cantante messinese Lavinia Marano, e oggi, a sei anni di distanza, il verdetto del giudice monocratico di primo grado, Rita Sergi, che condanna quattro medici a un anno di reclusione (con pena sospesa) e ne assolve sei. Verdetto che, però, potrebbe non essere definitivo nel caso in cui qualcuno decidesse di presentare appello e ricorrere al giudizio di secondo grado. La 44enne era stata ricoverata al Policlinico per partorire. Il 22 settembre aveva dato alla luce il figlio con il parto cesareo, il piccolo è nato in perfette condizioni. Poi era sorta la necessità di intervenire per arrestare un’emorragia. I medici avevano dovuto asportare l’utero. Purtroppo le condizioni della donna sono peggiorate fino al mattino successivo, quando è deceduta. Sul caso la procura aveva aperto un’inchiesta sfociata nella richiesta di rinvio a giudizio per omicidio colposo nei confronti di dieci “camici bianchi” da parte del sostituto procuratore Rosanna Casabona, accolta a novembre 2018 dal gip Tiziana Leanza. A giugno 2019 l’inizio del processo e lo scorso novembre, a termine della requisitoria, il sostituto procuratore Anna Maria Arena ha chiesto la condanna a due anni di reclusioni  per nove medici e l’assoluzione nei confronti di uno “per non avere commesso il fatto”. Nello specifico, ad essere rinviati a giudizio erano stati Onofrio Triolo, il responsabile del reparto, i medici Antonio Denaro, Rosario D’Anna, Roberta Granese, Tommasa Quattrocchi, Vittorio Palmara, l’anestesista Pasquale Vazzana, le ostetriche Angela Lacerna Russo e Serafina Villari, l’infermiera Maria Grazia Pecoraro. L’assoluzione, accolta, era stata richiesta per D’Anna.

Di seguito i provvedimenti:

Onofrio Triolo condannato

Antonio Denaro condannato

Rosario D’Anna assolto

Roberta Granese condannato

Tommasa Quattrocchi assolto

Vittorio Palmara condannato

Pasquale Vazzana assolto

Angela Lacerna Russo assolto

Serafina Villari assolto

Maria Grazia Pecoraro assolto

Di cosa erano stati accusati? Triolo, Denaro, Quattrocchi, Palmara, Granese, D’Anna, Vazzana, Russo, Villari e la Pecoraro «per omicidio colposo, in cooperazione tra loro e nelle rispettive qualità; per negligenza, imprudenza, imperizia, in violazione delle linee guida o comunque omettendo di adeguare le stesse alle specificità del caso concreto, tenuto conto, peraltro delle condizioni specifiche della paziente in attesa del primo figlio all’età di 44 anni»; D’Anna “per aver deciso il ricovero della paziente alla 39° settimana di gravidanza e disponendo l’induzione medica del travaglio di parto pur in assenza delle indicazioni assolute a tale intervento»; Triolo, Denaro e Quattrocchi “per aver omesso di sottoporre la paziente a infusione continua di Nalador e altri presidi terapeutici, nel post operatorio del parto cesareo al fine di prevenire la prevedibile atonia post partum»; Triolo, Palmara, Granese e Vazzana “per aver optato per un intervento di revisione cavitaria strumentale e inserimento del Bakri Ballon al fine di ridurre l’emorragia in atto ed omettendo di provvedere ad isterectomia dopo aver verificato che, in seguito al posizionamento del dispositivo, il sanguinamento non era completamente  cessato»; Triolo, Palmara, Granese e Vazzana “per aver omesso di monitorare costantemente e in modo adeguato le condizioni della paziente nel post operatorio dell’intervento, nonché omettendo di richiedere in via d’urgenza l’esecuzione di esami di laboratorio al fine di valutare il rischio di evoluzione in CID (coagulazione intramuscolare disseminata) della emorragia in atto»; Russo, Villari e Pecoraro “per aver omesso di monitorare costantemente e in modo adeguato le condizioni della paziente nel post operatorio dell’intervento di parto cesareo – al fine di verificare l’esistenza di emorragie, o comunque di complicanze, e dell’intervento di revisione cavitaria strumentale e inserimento del Bakri Ballon e in particolare nel non eseguire rilievi dei parametri vitali della stessa».

I familiari si erano costituiti parte civile attraverso gli avvocati Nunzio e Franco Rosso, Giovanni Caroè e  Carola Flick, mentre il collegio dei difensori era composto dagli avvocati Daniela Agnello, Tommaso Autru Ryolo, Benedetto Calpona, Carlo Autru Ryolo, Emanuela Trimarchi, Giuseppe Carrabba, Maurizio Cacace, Giuseppe Santilano, Francesco Rizzo, Flavia Maria Fiorenza Buzzanca, Agatino Bellomo e Ettore Cappuccio.

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