MESSINA. Lo Stretto interamente ammantato di bianco, con il mare e la Calabria celati alla vista da una coltre di nebbia. Spettacolo suggestivo, anche se non inusuale, è tornata questa mattina in città la “lupa”,  fenomeno meteorologico presente in quasi tutta la città dalla tarda serata di ieri. L’ultima volta si era presentato lo scorso Aprile, e prima ancora a Febbraio.

La lupa, più comune nelle ore notturne e al primo mattino, solitamente nei mesi di aprile e maggio, nasce dallo scorrimento di masse d’aria calda sulla superficie marina (più fredda): il vapore acqueo che si genera a causa dell’incontro, si condensa in strati di nubi nebbiose, alte tra 100 e 200 metri, che dal mare lambiscono la costa.

«Normalmente – spiegava il compianto meteorologo Samuele Mussillo –  questa sorta di serpentone si estende per una lunghezza non inferiore a 10 Km e può persistere anche per due o tre giorni senza cambiare sostanzialmente di posizione, fino al suo completo dissolvimento. La visibilità all’interno è nell’ordine di poche decine di metri, ma in alcuni casi può scendere fino a qualche metro. Di fatto è l’unico fenomeno che riesce a fermare i collegamenti tra le due sponde, operati dai pur bravissimi comandanti delle navi traghetto, che si devono arrendere davanti a questo muro invalicabile».

Ma perché la Lupa si chiama così? Le interpretazioni sull’origine del nome sono varie e sono spesse connesse a mitologie e credenze popolari. Una delle più diffuse riguarda l’antica identificazione del lupo con il diavolo ed è legata sostanzialmente ai danni provocati dalla nebbia alle colture e ai campi, determinati da un’entità soprannaturale e ostile. Più curioso è invece il riferimento al proverbio “avere una fame da lupi”: lo stesso languore che colpiva i marinai messinesi e calabresi impossibilitati a procurarsi il cibo nei giorni di forte foschia. Un’altra possibile origine del termine è legata invece a un’imprecazione (lupa come donna dissoluta), con un utilizzo analogo a un intercalare come “porca puttana” per maledire la sorte avversa, mentre una delle poche testimonianze storiche e accertate risale a una lettera del 1886, scritta da Serafino Amabile Guastella a Giuseppe Pitrè. Il legame è con i saraceni, che “dall’inferno”, dopo essere stati cacciati dalla Sicilia, lanciavano potenti scongiuri… che si manifestavano appunto con la temibile Lupa.

 

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