Ricominciare. O no?

C’è un vaccino contro il Covid, che è quello cui si è sottoposta la maggioranza degli italiani e al quale una notevole porzione di essi ha inteso sottrarsi, e c’è un vaccino contro la paura, l’isolamento, la depressione, l’esperienza vissuta di fine del mondo (Weltuntergangserlebnis). Quest’altro vaccino, non meno prezioso del primo, potremmo semplificarlo con un verbo: ricominciare. Ricominciare ad aver fiducia nell’uomo e nella sua storia, nel pianeta e nel suo futuro, nella capacità di risollevarsi da qualunque crisi e tornare a camminare, a comunicare con i propri simili, a progettare il tempo che ha da venire.

È un po’ quello che accade al cristiano dopo che egli si accosta alla confessione per invocare la Grazia sulle proprie fragilità. Dio gli ha tolto il fardello che lo opprimeva ed egli può dunque tornare a vivere da uomo libero.

È quello che stanno, con grande spirito profetico, enunciando, promuovendo, praticando gli esponenti di tutte le religioni monoteiste raccolti alla Nuvola di Roma per il XXXV appuntamento internazionale interreligioso promosso dalla Comunità di Sant’Egidio fondata da Andrea Riccardi, volto a ripensare il mondo uscito dalla pandemia e farlo insieme, come fratelli e sorelle, indipendentemente dal proprio credo. A questo incontro partecipano, tra gli altri, Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli, Justin Welby, arcivescovo di Canterbury e primate della Comunione anglicana, Luciana Lamorgese, ministro dell’Interno italiano, Mohamed Al-Duwaini, vicario del grande imam di Al-Azhar, Sheikh Nahyan bin Mubarak Al Nahyan ministro della tolleranza e della convivenza religiosa degli Emirati Arabi Uniti, il rabbino Pinchas Goldschmidt, presidente della Conferenza dei rabbini europea. Il tutto accompagnato dalla partecipe attenzione di Papa Francesco, che sarà presente alla preghiera conclusiva per la pace.

Bene. A tale desiderio di ricominciare, di iniziare a intravvedere una terra nuova dopo questo diluvio pandemico, pare che molti nel pianeta non siano disposti a dare spazio.

Non parlo solo dei tanti, in Italia e nel mondo, che hanno con ottusa pervicacia continuato ad opporsi alle soluzioni che la scienza forniva alla crisi, favoleggiando su complotti mondiali, in una gamma desolante di varianti suggerite da quella bestia planetaria che è ormai divenuta una larga parte delle fonti d’informazione presenti sul web. Parlo di quelle realtà – chiamatele come volete – che credono che un mondo nuovo possa determinarsi solo a condizione che vengano tenute salde, e anzi rafforzate, le logiche di prima, quelle della paura, dell’indifferenza, della ferocia; che possano insomma continuare a praticarsi i rituali di esclusione che fanno parte del loro bagaglio, rituali cui non sono disposti a rinunciare, pena la perdita della propria identità.

In realtà, mai come in questa circostanza pandemica si è dimostrato platealmente che tutti gli abitanti del pianeta – dagli opulenti ai dannati della terra – stanno sulla stessa barca; che veramente, come ci ha suggerito Ray Bradbury (e dopo lui Edward Lorenz), un battito d’ali di farfalla (o anche di pipistrello…) in un angolo di mondo sortisce un tornado da qualche altra parte del pianeta.

Mai come oggi, tranne forse che nei cupi anni delle dittature del secolo breve, si trovano a fronteggiarsi due visioni del mondo, l’una desiderosa di aprirsi con fiducia a un futuro tutto da costruire insieme, senza barriere di sorta verso qualunque forma di alterità, l’altra ancora chiusa, direi prigioniera di oscure pulsioni che trovano alimento nell’odio ma che, gratta gratta, hanno come intime radici il potere, il denaro, la sopraffazione percepita come unica strategia per essere nel mondo, secondo il peggiore darwinismo sociale.

Intanto, qui dalle nostre parti, ometti privi di sentimento del tempo blaterano ancora di costruzione di muri da erigere a difesa (sic) dei disperati che fuggono dai guasti provocati proprio da chi oggi li teme come appestati.

Così va il mondo. Così almeno rischia di continuare ad andare, se ognuno continuerà a preferire a un mondo nuovo la propria comoda (comoda?) placenta di egoismo.

Un aforisma finale per queste brevi riflessioni? Eccolo:

“Io sono due o più, non uno

in rischio di essere nessuno

in lotta per essere qualcuno”.

(Ernesto de Martino)

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