KIEV-MESSINA. Cosa succede esattamente in Ucraina? Qual è il percorso che ha portato all’invasione del paese da parte dell’esercito russo sotto la guida di Vladmir Putin? Che alternative ci sono alla guerra? Il mondo rischia un olocausto nucleare, o il blocco dell’economia? Che prezzo avrà la crisi sulle tasche degli italiani? Sono alcune delle otto domande per fare chiarezza su ciò che sta succedendo a 2300 km di distanza, e alle quali ha risposto Angela Villani, professoressa ordinaria in Storia delle relazioni internazionali dell’Università degli studi di Messina, per comprendere meglio l’attuale conflitto che si sta consumando nel territorio ucraino.

 

  • Del caso ucraino, è bene parlare di guerra o invasione di un paese indipendente o di conflitto? Che tipo di interessi hanno spinto la Russia a intervenire militarmente in Ucraina?

«Le immagini dell’attacco russo all’Ucraina ormai parlano di un conflitto vero e proprio che dalle regioni secessioniste del Donbass si è esteso verso la capitale Kiev e nel Nord-est del paese, incontrando una resistenza importante, sostenuta e finanziata dalle potenze occidentali in funzione anti-russa. Lo scenario di guerra è ulteriormente confermato dalla notizia che Putin ha sollecitato il contributo militare dell’alleato bielorusso, che potrebbe arrivare in territorio ucraino nei prossimi giorni, e ha annunciato la messa in allerta delle forze di deterrenza strategica nucleare. Che la prova di forza del Cremlino costituisca il segnale più evidente dell’intenzione della Russia di dominare lo spazio post-sovietico ai confini occidentali al riparo dalla presenza ingombrante della NATO è indubbio. Più volte, sia in discorsi pubblici che in testi scritti, Putin ha affermato che la fine dell’Urss ha rappresentato uno dei più grandi disastri geopolitici del XX secolo, la cui conseguenza più grande è stata la scomparsa della Russia come attore internazionale di primo piano e potenza euroasiatica. Con la fine della guerra fredda e per circa un decennio, difatti, la nuova Comunità degli Stati Indipendenti  (CSI) dovette ridimensionare le antiche ambizioni, stretta fra una profonda crisi economica e sociale e una serie di spinte indipendentiste che l’attraversarono (dalla Cecenia al Caucaso all’Ucraina). Essa, tuttavia, poté contare sul seggio permanente in Consiglio di Sicurezza(CdS) che fu dell’Urss, su un arsenale nucleare intatto e sull’inserimento in vari organismi internazionali, fra cui l’Osce (organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa) e il Consiglio d’Europa. Negli anni Novanta, poi, assistette – suo malgrado – all’allargamento ad Est della NATO, che accettò contando di poter negoziare con gli USA e i paesi occidentali i passaggi successivi e mantenere la propria area di sicurezza (così va interpretata, ad esempio, la sua adesione all’accordo Partnership for Peace, firmato nel 1994 con i paesi NATO, e l’istituzione del consiglio NATO-Russia nel 2002). Alle soglie del nuovo millennio, con l’ascesa di Putin e l’avvio di un vero e proprio boom economico, la Russia recuperò buona parte delle sue ambizioni geopolitiche e cominciò a riconquistare posizioni, soprattutto a garantire (anche con l’intervento militare) la permanenza dei paesi limitrofi (Caucaso e paesi al confine occidentale) nel proprio perimetro di sicurezza contro l’avanzata dell’Occidente. L’Ucraina, indipendente dal 1991, ben presto seguì gli ex paesi socialisti dell’Europa centro-orientale nel chiedere l’ingresso nell’Ue e nella Nato. Mantenere l’Ucraina (insieme a Bielorussia e Moldavia) nello spazio di sicurezza sovietico e fuori dalla NATO rappresentò allora – e rappresenta tutt’oggi – una priorità per la Russia. Peraltro, l’esigenza di mantenere la sicurezza alle frontiere ha costituito una costante della politica estera sovietica (e prima ancora dell’impero zarista). Oggi uno degli obiettivi della Russia di Putin, così come era stato per l’Urss di Stalin subito dopo la secondo guerra mondiale, è quello di spostare verso Occidente le frontiere di sicurezza russe, mantenendo la propria egemonia su Ucraina, Moldavia e Bielorussia e di contare sulla neutralità della fascia di paesi al confine occidentale (dagli stati baltici fino al Mar Nero). Che dalla prova di forza russa possa derivare un conflitto fra Russia e Occidente è arduo prevederlo. Certamente, i primi negoziati russo-ucraini in Bielorussia di lunedì 28 febbraio e i successivi contatti fra Mosca e le cancellerie europee, sebbene dall’esito ancora incerto, lasciano aperta la porta alla possibilità di una soluzione politica al conflitto che possa contemperare le richieste russe con l’indipendenza ucraina.»

 

  • Putin ha dichiarato di volere attivare il sistema di deterrenza nucleare. Ma in cosa consiste il sistema di deterrenza nucleare?

«Negli anni della guerra fredda, sul concetto di deterrenza nucleare le superpotenze costruirono il cosiddetto equilibrio del terrore. La minaccia dell’uso dell’arma nucleare, scandito secondo livelli di allerta crescenti, consentì di evitare uno scontro diretto fra Est e Ovest e spostò verso le periferie del sistema bipolare i conflitti della guerra fredda, evitando un conflitto nucleare. Con la fine della guerra fredda, entrambe le superpotenze hanno conservato i loro arsenali nucleari – accanto a quelli di altre potenze nucleari – pur continuando a mantenere il dialogo sulla limitazione degli armamenti avviato sin dagli anni Settanta. La dichiarazione di Putin fa riferimento all’ordine di aumentare il livello di allerta del sistema di difesa nucleare russo e può essere collegato sia all’escalation militare degli ultimi giorni (e alla volontà di negoziare da una posizione di forza) sia alla reazione alle dure sanzioni economiche decretate dagli Usa e dall’UE nei suoi confronti.»

 

  • Gli accordi Start della guerra fredda e il New, accordi finalizzati alla riduzione dell’arsenale nucleare, potranno avere degli “effetti” positivi su tale vicenda?

«Gli accordi START (Strategic Arms Reduction Treaty) I e II furono firmati rispettivamente a luglio del 1991 e a gennaio del 1993 da Usa e Russia per la riduzione degli arsenali nucleari strategici. Nel 1992 ad essi si aggiunse il protocollo di Lisbona, con il quale Ucraina, Bielorussia e Kazakistan accettavano di trasferire gli arsenali presenti sul loro territorio alla CSI, come successore dell’Urss. Gli accordi START di recente sono stati rinnovati con il cosiddetto NEW START (Treaty on Measures for the Further Reduction and Limitation of Strategic Offensive Arms) firmato nel 2010 da Usa e CSI per limitare le testate nucleari e attivare sistemi di controllo reciproci e dovrebbe restare in vigore fino al 2026. L’accordo per il trattato New Start fu raggiunto nel clima di collaborazione fra la Russia e la prima amministrazione di Barack Obama che, dopo il Summit della NATO a Bucarest nel 2008, aveva accolto la richiesta della Russia di rinviare sine die l’ingresso di Georgia e Ucraina nella NATO e aveva raggiunto un ulteriore accordo al vertice NATO di Lisbona nel 2010 – nonostante le condanne per l’intervento militare in Georgia nel 2008 – aggiudicandosi anche la collaborazione di Mosca in Afghanistan. L’accordo NEW START, in vigore fino al 2026 e fino ad oggi non denunciato dalle parti, rappresenta una cornice importante di collaborazione strategica in tema di disarmo fra USA e Russia e una speranza che quest’ultima non voglia stravolgere totalmente il quadro delle sue relazioni strategiche con gli Usa.

 

  • Si è parlato molto nelle scorse settimane degli accordi di Minsk, ma di cosa si tratta?

Sin dalla sua indipendenza, l’Ucraina visse una forte instabilità interna in larga parte dovuta alla contrapposizione, acuita all’inizio del nuovo millennio, fra correnti filo-russe che volevano una stretta dipendenza da Mosca e correnti filo-occidentali che invece invocavano una apertura all’Occidente. Le prime ebbero la meglio nel 2010 con l’elezione di Viktor Janukovych, che tre anni dopo non ratificò l’accordo di associazione con l’UE. Da lì nacquero le proteste note come Euromaidan che proseguirono fino all’anno successivo, quando l’intervento russo in Crimea e il referendum del marzo 2014 aprirono un nuovo elemento di conflitto non solo con la Russia ma anche all’interno del paese fra separatisti filo russi nel Donbass e truppe ucraine. Fu a settembre del 2014 che si raggiunse il primo accordo di Minsk, con il quale Ucraina, Russia e i separatisti filorussi, sotto egida dell’Osce, concordarono un “cessate il fuoco”, che prevedeva tra le altre cose lo scambio di prigionieri, la distribuzione di aiuti umanitari, il ritiro di armi pesanti e una maggiore autonomia per le regioni del Donbass. L’accordo non fu attuato per la ripresa di ostilità fra le parti e ancora, a febbraio del 2015, Russia e Ucraina firmarono un nuovo accordo, stavolta insieme a Francia e Germania, che prevedeva la fine delle ostilità e il monitoraggio dell’Osce sulla tregua, il ritiro delle armi pesanti da entrambe le parti e l’evacuazione di tutte le formazioni armate straniere. Inoltre, l’accordo cosiddetto di Minsk 2 ribadiva la necessità di consentire alle regioni Donetsk e Lugansk forme avanzate di autogoverno e il riconoscimento di uno status speciale a livello costituzionale. Anche quest’ultimo accordo non è stato attuato per le tensioni persistenti fra le parti che hanno alimentato un conflitto che, per quanto definito a “bassa intensità”, ha fatto migliaia di morti e ha mantenuto alta la tensione nell’area. Dal canto suo, il governo di Kiev non ha raggiunto al suo interno un accordo sulla definizione di statuto speciale al Donbass e un minimo riconoscimento delle rivendicazioni russe, ma ha piuttosto denunciato che le forze armate stanziate in quel territorio provengono da Mosca e che ciò comporta una minaccia all’integrità territoriale del paese (come, in effetti, l’attuale situazione ha dimostrato)»

 

  • La Cina sembra allinearsi alla linea russa. Che impatti potrà avere nel sistema di relazioni globali la rottura di Mosca con l’Occidente e il maggiore coinvolgimento con Pechino?

«Il legame fra Mosca e Pechino si è rinsaldato a partire dagli anni 2000, con l’istituzionalizzazione del gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, ovvero nuove economie emergenti che si sono affermate sullo scenario economico globale, ndr) , e in maniera più solida dopo il 2014, a seguito delle sanzioni occidentali per la Crimea. Per Mosca, lo spostamento ad Est dei suoi interessi è dovuto in larga parte alla volontà di ridurre la sua dipendenza commerciale dai mercati europei (che nel 2014 assorbivano quasi il 90% dell’export russo). I punti di contatto con la Cina hanno riguardato l’aspetto economico ma anche quello della sicurezza, come dimostra la firma della Shanghai Cooperation Organization, nata nel 2001. Dopo l’attacco russo all’Ucraina, la Cina è sembrata tuttavia meno propensa ad esprimere solidarietà nei confronti di Putin. Infatti non ha riconosciuto le due province secessioniste del Donbass e ha invitato le parti al dialogo e alla ricerca di un compromesso. La condotta russa ha probabilmente messo in difficoltà gli alleati cinesi per due ragioni. Per Xi Jinping, sostenere la Russia significa contravvenire al principio del rispetto della sovranità nazionale, principio su cui ha fatto leva la Cina popolare sin dalla sua istituzione per proteggere la propria integrità territoriale, specie nelle aree in cui maggiore era (ed è attualmente) il dissenso e maggiori sono le istanze separatiste (ad esempio il Tibet, lo Xinjiang e Hong Kong). Il secondo problema si riferisce al rischio che i crescenti legami con Putin –intensificati soprattutto dopo l’invasione della Crimea e le sanzioni occidentali – non pregiudichino le relazioni commerciali con le economie occidentali, specie europee (ad esempio per la cosiddetta Nuova Via della Seta), né inasprire ulteriormente i rapporti già tesi con gli Usa.»

 

  • Che ruolo ha la Bielorussia in questa vicenda?

«Pare che la Bielorussia stia per inviare soldati in Ucraina a sostegno delle posizioni russe. Insieme all’Ucraina la Bielorussia ha un ruolo fondamentale per garantire la sicurezza russa. In più, al pari dell’Ucraina, Mosca considera quel paese come parte dell’antica Rus’ di Kiev, un insieme di tribù slave, baltiche e finniche che nel Medievo si insediarono su parte dell’attuale territorio ucraino, bielorusso e russo. Quell’antico territorio è ritenuto la culla dei popoli slavi dell’Est e del cristianesimo ortodosso e nell’immaginario del nazionalismo russo è considerato il luogo di origine dell’identità russa. Più che di un retaggio storico si tratta di un mito che Putin e il suo entourage ha alimentato per sostenere il progetto di proteggere le popolazioni di lingua russa presenti nello spazio post-sovietico sotto l’ala della Russia, ponendole al riparo dalla ingerenza straniera e preservandone l’identità. Sul piano strategico, la Bielorussia, guidato dall’alleato fedele Alexander Lukashenko, è uno dei principali alleati di Mosca, membro della Unione economica eurasiatica voluta da Putin e bastione strategico per garantire la sua sicurezza. È stato il paese che ha avuto un ruolo di mediazione fra Kiev e Mosca sin dalla rivoluzione arancione del 2004 e poi in misura maggiore nel 2014, dopo l’invasione della Crimea, sostenendo sempre le ragioni di Mosca.»

 

  • Ci sono precedenti di esclusione nel sistema Swift?

«Una delle sanzioni decise dal G7 contro la Russia consiste nel controllare i sistemi di pagamento e interrompendo i flussi di denaro (dunque sanzioni finanziarie non meno poderose di quelle militari). Si tratta, in particolare: di escludere una serie di istituti bancari russi dal sistema Swift, la rete attraverso la quale passano milioni di transazioni finanziarie a livello mondiale controllata dagli USA; e di adottare misure che ostacoleranno il ricorso della Russia alle sue riserve valutarie internazionali. Tutto ciò ha un precedente storico nel 2012, quando questo tipo di restrizioni furono applicate all’Iran per bloccare il suo programma nucleare con risultati incoraggianti. Quanto tali sanzioni saranno efficaci? Diversamente dall’Iran nel 2012, la Russia dopo il 2014 ha sviluppato alcuni sistemi di pagamento (MIR dentro i confini nazionali, SPFS per le transazioni con l’estero). Inoltre, può contare su un altro sistema di pagamento nato per evitare la dipendenza dal sistema SWIFT, dominato dagli USA, che è quello transfrontaliero cinese (CIPS). Tali sanzioni potranno produrre un effetto boomerang? Secondo alcuni analisti, il blocco dei pagamenti determinerà una sospensione dei commerci e delle transazioni finanziarie, cosa che esporrà non solo la Russia ma anche tutti i suoi partner a conseguenze dannose (specie i paesi il cui sistema bancario è più esposto rispetto al mercato russo, come Francia e Italia). Inoltre, le sanzioni di tipo finanziario possono indurre gli stati colpiti a trovare strade alternative che, nel contesto mondiale sopra descritto, potrebbero alla lunga indebolire il sistema SWIFT e la centralità dell’economia statunitense a livello globale. Infine, i paesi promotori di tali sanzioni dovranno evitare di applicarle agli istituti bancari di proprietà occidentale operanti in Russia e dovranno evitare che il blocco dei pagamenti possa pregiudicare i contratti di fornitura energetica così importanti per i paesi europei.»

 

  • Quali sono i legami fra la crisi energetica attuale e il conflitto in corso?

«L’aumento dei prezzi, in particolare dell’energia, è solo in parte collegato alla crisi Ucraina ma deriva da un aumento vertiginoso della domanda di gas e petrolio che arriva dall’Asia. La crisi in Ucraina contribuisce certamente ad acuire la situazione sia mantenendo alto il livello dei prezzi sia creando un problema oggettivo di fabbisogno energetico. L’Europa è infatti il principale importatore di gas dalla Russia (50% se si considerano solo le importazioni extra-europee). Nonostante l’UE abbia tentato di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico, soprattutto dopo le già sperimentate interruzioni nelle forniture di gas verso l’Ucraina e riduzioni verso l’UE, la sua dipendenza dal gas russo è evidente. Il calo di produzione in Norvegia e in Algeria e l’instabilità della Libia hanno inoltre accentuato tale dipendenza nell’ultimo decennio. Infine, è da ricordare che la dipendenza europea dal gas russo è legata a fattori strutturali e geografici: la contiguità fra Mosca e le capitali europee, la facilità ed economicità del trasporto attraverso i gasdotti. La crisi energetica avrà certamente gravi ripercussioni in Italia, il paese europeo che più fa ricorso al gas naturale, che da solo costituisce il 42,5% del totale delle risorse energetiche utilizzate dal paese (e che ammonta quasi al totale delle quote di Germania e Francia). Diversamente da altri paesi europei, infatti, l’Italia non ha diversificato le sue fonti di approvvigionamento, avendo rinunciato al nucleare negli anni Ottanta (che oggi, invece, rappresenta una quota determinante dell’energia prodotta in Francia) e avendo scelto di non utilizzare il carbone su larga scala (oggi ancora ampiamente sfruttato in Germania). In generale, la transizione energetica europea non è praticabile nel breve periodo e necessita di soluzioni alternative per evitare qualsiasi forma di dipendenza dall’esterno.»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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