Il programma in astratto c’era, volevano migliorare l’aspetto e far rinascere a nuova vita i percorsi e le scalinate della città, molte di quelle belle risalite fatte di pause, pietre spaccate e dure, baci rubati e abbandoni, gente che si lasciava arrabbiata ma anche gente che lasciava tracce organiche, rifiuti e pacchetti vuoti di cartine rizla blu.  I risultati visibili di quel programma di “riqualificazione” si cominciano a vedere e lasciano perplessi sia per alcune scelte sia per le loro esecuzioni.

I lavori di riqualificazione delle scalinate del centro storico di Messina da utilizzare come contenitori per l’arte procedono con un cantiere lentissimo, distillando a rilascio controllato o forse in dosi omeopatiche, pietre e soglie tagliate male, oggetti, tatuaggi e  decalcomanie sui marciapiedi e adesso pure le luci cangianti, che un po’ ci fanno vivere la città come immersi in una doccia sensoriale.

In questi giorni le luci che illuminano gli archi ciechi del muro di piazza Basicò sono rosa Pigalle, l’ambientazione per adesso è proprio hard, incrocia il gusto di una darkroom per una Barbie sadomaso con quello della sala giochi di Las Vegas. Ci sono state anche delle serate con effetto neon bianchi, algidi come nel retro di un autogrill e moderate notti ambrate, tutto a seconda della programmazione dei led Rgb (acronimo che indica il modello di colore basato su Red Green Blue), ma la domanda che si fa da qualche giorno l’architetto Carlo Falconieri autore della ottocentesca fontana della piazza  è:  chi detiene il telecomando?

Sarà una scelta di cromoterapia urbana, in questo impasto di freak, new age e giovani marmotte che percorre da un po’ lo spazio pubblico messinese, mentre il resto delle scalinate del progetto è costellato di esecuzioni incerte, tanti ceppi d’alberi scapitozzati, acciottolati cancellati e sostituiti da spezzoni di marmette e segati di mamo. Se chiedi o sollevi un dubbio nessuno si prende la paternità, nessuno è responsabile e tu sei il solito disfattista.

Appoggiato al muro che circonda la Fontana Falconieri di Piazza Basicò, guardavo gli archi ciechi del terrapieno, si insomma il nuovo muro di Barbie Sadomaso al Giro d’Italia, cercando almeno di immaginare una performance di Grace Jones sulla scalinata che canta alla sua maniera La Vie en Rose,  ma niente, Grace non appariva. Al suo posto, solo i mormorii e le frasi smozzicate pronunciate dai quattro mostri marini in ghisa emersi dalla penombra e bistrattati dai riverberi rosa dei fari RGB. Pensai che quelle luci e quelle impronte tribal che marchiano di rosso i marciapiedi facessero proprio venire le allucinazioni, mentre le voci dei mostri dicevano di parlare per conto dell’architetto Carlo Falconieri l’autore della fontana in piazza e che Lui “l’architettore”, con modi e allocuzioni ottocentesche per farla breve si era un po’ incazzato.

Ma perché? – chiesi al mostro con faccia d’uomo e corpo di pesce – in fondo anche Falconieri da quegli allestimenti turistici e contenitori per l’arte poteva beneficiare di nuova vita. I mostri mi spiegarono che Carletto era uno colto ma pure pesante, non solo faceva l’architettore ma pure il filosofo e il letterato e che questa svolta pink proprio non l’aveva digerita. Con loro, i mostri accucciati sui fianchi della sua fontana, l’architetto Falconieri parlava sempre e gli confessava storie del passato e storie del presente, parlava di città e progetti, di aria ferma e di sciangazze, diceva che amava questa città ma che spesso aveva bisogno d’aria e costruiva altrove. Gli parlava delle massonerie e del liberalismo, di quelle capre asfissianti che amministravano il potere dei Borboni in città, e poi dei moti del 1848, della rivoluzione, di viaggi e paesaggi, ma parlava a ruota libera anche degli imbrogli al concorso per la costruzione del teatro Santa Elisabetta di Messina in  cui si vide sottrarre la vincita dal napoletano Valenti. Carletto era già provato dalla sua vita e dalle distruzioni di molti dei suoi edifici, dalle fughe in giro per l’Italia inseguito dai reazionari  e dagli espatri,  ma ora si era  proprio sfogato in una confessione notturna con i suoi quattro  amici  dai corpi di pesce e le teste di grifone, di delfino, di leone e di uomo.

Da quando tutto è RGB, e soprattutto Pink anche i mostri hanno perso l’aplomb, parlano e riferiscono le confessioni del loro autore a tutti i passanti, raccontano che Carletto Falconieri ogni giorno si domanda del perché tanto accanimento nei suoi confronti: non era bastato che dopo il terremoto avessero trascinato via a forza i resti della la sua Fontana da Piazza Ottagona, depositandola al museo per ben 49 anni; non era bastato che avessero inghiottito il villino Landi al Boccetta dentro un ammasso informe di case e palazzine; no, non era bastato che nel 1957 avessero di nuovo scomodato la fontana trascinandola su in cima a quella salita ripida della San’Agostino,

 “Donde dunque siffatto operare?” disse l’architettore Carlo “non contenti dopo avermi portato sotto il colle della Caperrina  mi abbandonarono lì senza acqua per tanto tempo”.  Certo il posto non era male riferirono i mostri, è che Carletto in verità si era acclimatato al Museo, ma visto che la piazza Ottagona non c’era più perché nel nuovo piano regolatore Luigino Borzì l’aveva tolta e ricalibrata,  alla fine dissero i mostri , Lui, Falconieri, si accontentò  della piazzetta tonda sotto la scalinata di Montalto, e convinse anche loro; così che un po’ per la forma del luogo, un po’ per l’abbraccio del muro di fondo, Carlo o e la sua fontana si sentirono nuovamente accolti.

Poi arrivarono le prime sistemazioni del suolo e delle basole intorno degli anni novanta del novecento, fatte con una certa misura da uno di quelli che poi firmarono il progetto successivo delle scalinate, e quella volta Carletto, uomo dell’ottocento, seppure sempre guardingo si era fidato, ma mentre ancora prendevano le misure per la scala della Colomba, ecco Carletto sottoposto ad un nuovo assedio, altri pionieri e  scalatori dell’arte,  gli scopiazzavano i mostri facendone calchi in vetroresina da far decorare alle maestranze artistiche locali, come papere alla deriva. L’architettore chiese spiegazioni ma gli fu risposto, – Questa è l’arte non ti preoccupare, i calchi variopinti li metteremo sulle gradonate della scalinata di fronte, li potrai vedere sempre! – I Mostri riferiscono che lui andò in escandescenze e disse: ma perché accade tutto qui? Intorno a questa semplice vasca.  Perché vi accanite? Mi hanno circondato di palazzi non sempre bellissimi, mi hanno cavalcato sui mostri, mi hanno riempito di monnezza nelle vasche, mi hanno sbattuto i musi delle macchine contro e costretto a convivere per anni con un bagno chimico da cantiere dove non è mai entrato nessuno. E tutti rispondevano siamo sempre qui perché apprezziamo il tuo lavoro e il valore dei tuoi segni.

Carletto non capiva e sperava in po’ di calmaria, ma niente, non si placò la stagione delle idee bislacche; Arte, Arte, Arte, il popolo voleva l’arte o forse solo un po’ di spettacolo.

Un giorno arrivò la possibilità di far diventare tutto stabile, una boccata di soldi d’Europa per migliorare tutto e afferrare i turisti passanti, metterli in fila sui tatuaggi a tratti come non si era mai visto in nessun centro storico delle città, e portarli li sempre in fila sulle decalcomanie rosse. Carletto con la sua fontana si beccava pure le foto, ma non bastava, ci voleva una svolta, così mentre le papere in vetroresina costate soldi e pittura venivano parcheggiate in sala d’attesa nel portico del palazzo della provincia in attesa del supporto di acciaio per montarle sulla scalinata, ecco che arrivano i soldi del finanziamento europeo e giù tanti eventi, qualche lavoro finito e tanti approssimati. Passano gli anni e la situazione scappa via dalle mani, nessuno controlla, nessuno sa cosa si progetta, chi sceglie e chi si assume la paternità. Carletto Falconieri, che pure lui aveva progettato la stessa fontana per eventi e festeggiamenti che un tempo erano per la festa della  Madonna della Lettera, non vuole capire che il tempo è cambiato e che pure il Giro d’Italia ha bisogno di una sottolineatura e di un ricordo sensibile. Così su ordine degli amministratori della città la piazza negli ultimi quattro giorni si è tinta di rosa Barbie Sadomaso che però voleva essere rosa maglia rosa del Giro d’Italia. Carletto di fronte a quest’ennesimo attacco non si dà pace e dice che lui sì ha fatto tante cose, ha avuto una vita avventurosa spostandosi dall’Italia e scappando in Francia, ha costruito anche in altre città e persino a Londra dove pare abbia progettato anche per Buckingham Palace, ma niente, cose così rosa non ne aveva ancora viste!

Riprendendo le argomentazioni di cui aveva scritto nel suo trattato “ Ricerche intorno al bello in Architettura”, Carletto si rivolge quindi ai vecchi e nuovi amministratori delle città di tutta Italia ricordando “che portandovi sopra attenta meditazione, non tardarono a correr dentro l’animo mio vari pensamenti intorno quelle ragioni, che pur non dovrebbero scompagnare unquamai le leggi della pretta  formosità degli edifici, (…) …robustezza , delicatezza e mezzo tra di essi.”, ma chiosando  vuole sempre sapere : “…ma infine  chi ha il Telecomando ???”

 

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Pippo
Pippo
11 Maggio 2017 16:26

Polemica davvero stucchevole per un giorno di festa in cui Messina ha voluto essere Rosa per omaggiare il Giro e i suoi campioni. La luce non macchia, tranquilli. Ma com’è che dobbiamo sempre piangerci sempre addosso?