Come hanno ragione i semiologi! Allo stesso modo che i libri parlano tra loro, pare che anche le singole lettere coltivino segrete forme di interlocuzione reciproca. Si cercano, si riconoscono, si propongono a noi poveri e ignari fruitori delle loro recondite affinità e si impiantano nelle nostre vite in modo che ai nostri occhi appare casuale ma che forse è da ricondurre a dinamiche cabalistiche di cui ci sfugge il senso

Perché mi capita di fare queste pensate? Perché oggi, in un momento di noiosa inattività, mi è apparsa improvvisamente questa verità, e cioè che la mia giovinezza fumettistica è stata caratterizzata dalla lettera Kappa. I miei primi fumetti sono stati infatti Blek Macigno, Capitan Miki e Akim della Giungla. Sono poi seguiti Nembo Kid e Mandrake il Mago. Coincidenze, direte voi, tanto è vero che fino a quel momento si salvava dalla presenza kappatica solo l’Uomo Mascherato (che a quel punto sarebbe stato opportuno rinominare Maskerato). Senonché, divenuto ancora più grandicello, ecco venirmi incontro con le loro storie immorali Diabolik (con la sua Eva Kant), Kriminal e Satanik. A questo punto non può essere più un caso, è evidente che le Kappa hanno deciso di fare tenda in me…

Ed ecco che un’altra considerazione si fa strada nella mia mente intorpidita da questo sciroccosopomeriggio estivo. Ed è questa, che fino a quando io non ho scoperto all’età di tredici, quattordici anni i Beatles e tutte le altre meravigliose band inglesi della cui musica mi sono per un decennio nutrito (e che tuttora, in momenti di scoramento sociopolitico come l’attuale, mi fanno da balsamo per orecchie e cuore), intendo gli Stones, i Who, i Creedence Clearwater Revival, i Talking Heads, gli Animals, i Them, gli Hollies, gli Amazing Blondel, i Bee Gees, i DepecheMode, i Pink Floyd, i Jethro Tull, i Troggs, gli Yardbirds… dicevo, fino a quando non ho scoperto questo aspetto della Gran Bretagna, che ho continuato ad amare dopo un viaggio fatto nel 1977 (era, pensate un po’, il primo Jubilee della regina Elisabetta…), io ho odiato gli inglesi. E li ho odiati, si badi bene, non per un residuo rigurgito tardo fascista (tipo: la perfida Albione di mussoliniana memoria), ma perché in anni immediatamente precedenti Blek Macigno mi aveva insegnato che gli inglesi erano delle carogne, passavano il tempo a perseguitare quei poveri coloni americani in cerca di autonomia, e soprattutto aborrivano e contrastavano i per me immensi trappers come Blek, che si battevano per ricacciare questi cinici imperialisti fuori dal Nuovo Mondo.

Molti anni dopo ho cominciato a comprendere che unidentica accusa era da muovere ai coloni che dalla Vecchia Europa erano giunti in massa a “colonizzare” le terre incautamente scoperte da Cristoforo Colombo. E l’accusa era pesante davvero, si trattava del genocidio di milioni di nativi pellerossa che non chiedevano altro che poter permanere nel loro stato di natura, se così può essere definito un complesso di culture altamente sofisticato, con mitologie straordinarie, sistemi di parentela estremamente complessi, canti, arti, lingue, cosmologie, usi e costumi tanto articolati e sopraffini da far invidia a quelli della cosiddetta civiltà occidentale o dello spiritualissimo mondo asiatico. Tutto ciò hanno infatti mostrato e dimostrato antropologi come Lewis H. Morgan (La Società Antica), Robert H. Lowie (Gli Indiani delle pianure), Franz Boas (Introduzione alle lingue indiane d’America), scrittori come Dee Brown (Seppellite il mio cuore a Wounded Knee), fumettisti come Giovanni Luigi Bonelli, Aurelio Galleppini e Sergio Bonelli (la saga di Tex Willer), poeti come Fabrizio De Andrè (Fiume Sand Creek), registi come  Elliot Silverstein (Un uomo chiamato cavallo), Ralph Nelson (Soldato blu) e Arthur Penn (Piccolo grande uomo), più tanti, tanti altri che hanno scoperto e ci hanno fatto conoscere di che lacrime grondi e di che sangue l’esportazione della democrazia, in ogni tempo e sotto ogni latitudine.

Perché mi sono fatto trascinare in questo tourbillon di accostamenti impertinenti? Forse perché più cresco e mi faccio maturo (preferisco tale termine ad altri meno gradevoli…) più mi accorgo della giustezza delle mie posizioni giovanili, quando recandomi al Cinema Garibaldi o all’Excelsior (a quei tempi l’Accessòre), nella splendida Messina degli anni Cinquanta-Sessanta, parteggiavo sempre per i fieri e variopinti pellerossa, augurandomi che riuscissero almeno ogni tanto ad avere la meglio su quelle carogne di coloni americani, che hanno finito col regalarci, insieme a Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Bob Dylan e Joan Baez, anche realtà e personcineammodo come il Ku-Klux Klan, Jean Paul Getty e Donald Trump.

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