1994: “Santo Dio, era ora”. Quel gol di Baggio allo scadere

 

È il cinque luglio del 1994, sono le 6 del pomeriggio e negli Stati Uniti c’è un caldo torrido che non lascia respiro, con un’umidità superiore al 90 per cento. Dopo un girone di qualificazione sofferto, caratterizzato da infortuni (Baresi), espulsioni (Pagliuca) e polemiche (“Ma questo è impazzito”, sussurra Baggio a Sacchi), l’Italia scende in campo al Foxboro Stadium, a una trentina di chilometri da Boston. Gli avversari sono temibili. Amokachi, Amunike, Yekini, Finidi George, Okocha, il giovane Oliseh: sono le Super Aquile, i campioni africani della Nigeria. 

Il match si mette male  già al 26′ del primo tempo. Un corner, l’errore di Maldini che serve involontariamente un avversario, e il gol di Amunike che gela il sangue nelle vene di milioni di tifosi davanti alle tv. È una brutta Italia. Fra i favoriti alla vigilia, gli azzurri giocano malissimo, gli schemi del Vate Arrigo Sacchi sembrano più un impedimento che un vantaggio e la stella più lucente, Roby Baggio, è il fantasma di se stesso. Un coniglio bagnato, come lo apostrofò l’avvocato Agnelli.

Passano i minuti e la situazione si fa ancora più drammatica quando l’arbitro Brizio Carter – disastroso – butta fuori Zola, entrato in campo da appena 9 minuti, per un fallo inesistente. Siamo in inferiorità numerica e sotto di un gol, mentre la lancetta continua a ticchettare indifferente nello sconforto generale.

Il miracolo avviene all’88, due minuti prima dello scadere. Donadoni porta palla sulla fascia destra e serve Mussi. Il terzino del Parma vince un contrasto al limite dell’area e passa la palla a Baggio. Per un attimo il tempo si ferma. Giusto un paio di secondi e il coniglio bagnato ritorna Divino. Un colpo da biliardo nell’angolino basso, la palla che si insacca alle spalle dell’estremo difensore africano e l’Italia intera che esplode in un urlo liberatorio. In un boato impressionante.

“Santo Dio, era ora”.

 

 

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1970: Italia – Germania 4 a 3. La partita del secolo

 

La partita del secolo si gioca il 17 giugno del 1970 allo stadio Azteca. È in corso la semifinale del Mondiale del Messico e gli azzurri guidati da Ferruccio Valcareggi affrontano la Germania dell’Ovest di Gerd Müller e del Kaiser Franz Beckenbauer. Il clima che si respira non è dei migliori, a causa della polemica sulla pressione esercitata dai giornalisti sulla Nazionale e della famosa “staffetta” tra l’interista Sandro Mazzola e l’abatino Gianni Rivera, pallone d’oro nel 1969. La tensione, poco prima del match, si taglia con il coltello.

L’atmosfera cambia però appena otto minuti dopo il fischio d’inizio, quando al termine di una bella combinazione con Gigi Riva, Roberto Boninsegna fredda di sinistro il portiere Sepp Maier dal limite dell’area. Il pareggio dei tedeschi avviene solo al 92′, con la rete del milanista Karl-Heinz Schnellinger, al suo primo e unico gol in quarantasette partite con la nazionale.

Allo scadere del tempo regolamentare finisce la partita ed inizia la leggenda, con i tempi supplementari più emozionanti nella storia del calcio. Il primo gol è di Gerd Müller, al 94′. Appena qualche minuto dopo l’Italia risponde prima con Tarcisio Burgnich e poi passa in vantaggio con uno straordinario assolo di Riva in contropiede.

Il risultato cambia nuovamente al quinto minuto del secondo tempo supplementare, quando il solito Muller riesce a trovare uno spiraglio tra il palo e Rivera (piazzato sulla linea di porta), che farà andare su tutte le furie il portiere Albertosi.

Sessanta secondi dopo si compie la magia del calcio: palla rimessa in gioco dal centrocampo, undici passaggi undici, Boninsegna che si invola sulla fascia e scodella un pallone a centro area sui piedi di Rivera, che si fa perdonare l’errore di piazzamento e fredda Maier con un tiro di piatto. Facendo piangere di gioia milioni di tifosi, incollati davanti alla tv fino a tarda notte.

“Che meravigliosa partita, ascoltatori italiani”

 

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1990: Italia – Argentina, la fine delle Notti Magiche

 

C’è un atmosfera gioiosa e surreale alla vigilia delle semifinali di Italia ’90. Le serate sono miti, l’aria è elettrica, le bandiere colorano di tricolore l’intero Paese e il gioco del calcio sembra (ancora) solo uno splendido gioco. Le aspettative per la squadra di Azeglio Vicini sono altissime: giochiamo bene, anzi benissimo, gli stadi appena rifatti sono una bolgia e l’affetto per gli azzurri è più forte che mai.

In porta c’è Walter Zenga, in difesa ecco Baresi e Bergomi, il principe Giannini è l’architetto di centrocampo. E in attacco? Fra Vialli, De Napoli, Mancini, Serena e Carnevale, c’è l’imbarazzo della scelta. Che diventa ancora più difficile “per colpa” di due ragazzi che stanno incantando il mondo intero. Il primo si chiama Roby Baggio, ha poco più di vent’anni e qualche giorno prima ha dribblato l’intera Cecoslovacchia segnando uno dei gol più belli della storia dei mondiali. Il secondo si chiama Salvatore Schillaci, detto Totò, scugnizzo di Palermo con lo sguardo spiritato che quell’estate deve aver fatto un patto col demonio.

Il match contro l’Argentina si gioca a Napoli, il regno di Maradona, che al San Paolo è una specie di divinità. A surriscaldare ancor più gli animi, alla vigilia, ci aveva pensato proprio il Pibe de Oro: “L’Italia si ricorda di Napoli solo quando c’è da fare il tifo per la Nazionale”, afferma in conferenza stampa, scatenando un vespaio di reazioni. Che aumentano a dismisura quando una frangia del San Paolo applaude l’inno argentino dopo i fischi di San Siro nella gara d’apertura contro il Camerun (“Figli de puta”, commentò in diretta Maradona).

La partita non la raccontiamo. È un tasto ancora troppo dolente, con le scelte contestate di Vicini, l’errore di Zenga sul gol di Caniggia e quei maledetti, stramaledetti rigori.  Quel che resta, alla fine del match (che a Messina fu seguito alla radio, per colpa di un black out), è la grande amarezza per essere usciti dalla competizione senza mai perdere, avendo subito un solo goal. Per un sogno collettivo infranto sul più bello.

Eppure, poche volte come allora, l’Italia intera quella notte d’agosto si sentì unita. In un grande pianto di sconforto. 

 

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1982: Italia – Brasile. “Paolo Rossi era un ragazzo come me”

 

Cinque luglio 1982. Dopo la vittoria contro l’argentina di Maradona, annichilito dalla marcatura di Claudio Gentile, l’Italia di Enzo Bearzot ospita il Brasile di Telê Santana, una delle squadre più forti, offensive e spettacolari che abbiano mai calcato un campo di gioco. La formazione verdeoro mette paura solo a leggerla: Junior, Socrates, Zico, Falcao. Undici fenomeni (un po’ meno il portiere) artefici di quello che venne definito il futebol bailado. Quella in scena allo Stadio Sarriá di Barcellona è più di una partita: è una vera e propria resa dei conti fra due modi antitetici di intendere il calcio. Da un lato lo spettacolo sudamericano, dall’altro il rigore tattico degli azzurri. Quello che in tanti si ostinano ancora a chiamare catenaccio.

Il primo lampo della partita avviene cinque minuti dopo il calcio d’inizio. Servito da Bruno Conti, il bell’Antonio Cabrini effettua un lungo traversone in area sul quale si avventa come un rapace un ragazzo magrolino che negli ultimi tempi è stato al centro delle polemiche a causa del suo coinvolgimento in uno scandalo sulle scommesse e della sua convocazione in Spagna a scapito del capocannoniere Roberto Pruzzo. Il suo nome è Paolo Rossi, detto Pablito. E da quel momento la sua vita non sarà più la stessa.

Al 12′ il Brasile pareggia con Socrates, ma appena tredici minuti dopo lo stesso Rossi approfitta di un passaggio eccessivamente corto di Cerezo davanti all’area brasiliana e fredda Waldir Peres. È l’apoteosi. Gli azzurri respingono le offensive del Brasile e sfiorano più volte la rete, finché, al 68′ del secondo tempo, sale in cattedra Falcao, l’ottavo re di Roma, che porta la partita sul 2 a 2.

La svolta avviene al 74′. Protagonista, manco a dirlo, è il solito Pablito, che riesce a deviare un tiro di Tardelli, mettendo la parola fine a una delle partite più memorabili e spettacolari nella storia dei mondiali. Alla faccia del catenaccio.

Il resto è storia nota. Anzi,  leggenda. Con la vittoria sulla Polonia in semifinale (doppietta di Rossi), il trionfo con la Germania e quell’urlo immortale di Tardelli. 

 

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2006: Italia – Germania. Andiamo a Berlino, andiamo a prenderci la coppa

 

Minuti finali di Italia-Germania. È una partita di calcio, la semifinale di un mondiale, ma il pathos è così intenso che sembra quasi un film. Dopo un match pieno di emozioni, con un palo e una traversa colpiti dagli azzurri e un paio di miracoli di un Buffon in versione Batman, il risultato è ancora fermo sullo 0-0. Siamo all’ultimo giro d’orologio dei supplementari, minuto 119.  Appena 60 secondi prima della roulette russa dei rigori. 

C’è un calcio d’angolo dalla sinistra, affidato a Del Piero. Pinturicchio scodella il pallone in mezzo all’area, che dopo un intervento di testa di un difensore finisce sui piedi di Andrea Pirlo. Il Maestro stoppa la palla, improvvisa un balletto alla Nureyev e serve con un tocco filtrante Fabio Grosso, terzino, una carriera da gregario a galoppare sulla fascia. Il tiro è di prima intenzione, a giro, di sinistro, sul secondo palo. Imprendibile. Non ci crede nemmeno Fabio Grosso, che esplode in un urlo di gioia alla Tardelli, fa “no, no” con la testa, esterrefatto, gli occhi pieni di lacrime.

Ma che hai fatto, Fabio Grosso?

Manca appena un minuto eppure non è ancora finita. I tedeschi attaccano con la forza della disperazione ma si infrangono contro un muro napoletano alto un metro e 76 cm, Fabio Cannavaro, che interrompe l’azione avversaria e  “come cervo che esce di foresta” (cit.) dà via a un contropiede fulminante. Prima Totti, poi Gilardino, finché la palla arriva a Del Piero, che toglie la ragnatela dal sette con un tiro dei suoi, di quelli a giro. Di quelli che non dimenticheremo mai più.

“Chiudete le valigie, andiamo a Berlino, andiamo a prenderci la coppa”

 

 

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pippolipari
pippolipari
14 Novembre 2017 16:59

Di Italia ’90 ricordo in particolare Italia-Austria: bruttissima partita, a pochi minuti dalla fine entra Schillaci (il meno quotato tra gli attaccanti in rosa)e la piazza di testa. E’ l’inizio della magia,delle bandiere tricolore con la faccia di Totò nel mezzo. Una cavalcata trionfale fermata quella maledetta sera da guantoni di Goycochea…ancora oggi la sconfitta che brucia di più.