di Dario Morgante
PERGUSA. Per arrivare al lago di Pergusa dal centro di Enna bisogna accomodarsi su giganteschi bus rossi a marchio SAIS. In assenza di un’azienda pubblica che si occupi di trasporto urbano, spetta alla storica compagnia privata siciliana il compito di far muovere ogni giorno circa ventisettemila abitanti lungo il tortuoso territorio comunale ennese. Gli autisti, in giacca e cravatta, attraversano un paesaggio di discese e salite fino a novecento metri sul livello del mare, dato che rende Enna il capoluogo di provincia più alto d’Italia. La città si articola in tre segmenti urbani autonomi: in cima, il nucleo storico, arroccato sui monti Erei e affacciato sulla valle del Dittaino, conserva l’impianto tipico delle città dell’entroterra siciliano; più in basso si è sviluppata, negli ultimi decenni, l’area legata all’Università Kore, ateneo privato fondato nel 2005 che oggi richiama migliaia di studenti da tutta Italia. Poi, verso sud, lungo la strada che porta a Piazza Armerina, l’abitato si dirada, le alture si aprono, il paesaggio si abbassa e, dopo pochi chilometri, emerge, come un’appendice, la conca del lago di Pergusa, da cui prende il nome il villaggio circostante.

«Pergusa è un termometro naturale del cambiamento climatico», afferma Giuseppe Maria Amato, antropogeografo, consulente ambientale e coordinatore scientifico del Rocca di Cerere UNESCO Global Geopark. Per l’Unesco, un geoparco è “un’area geografica unitaria in cui siti e paesaggi di rilevanza geologica internazionale sono gestiti secondo un approccio integrato che unisce tutela, educazione e sviluppo sostenibile”. Nel mondo, i Geoparchi sono oltre duecento, distribuiti in decine di Paesi. «La storia di questo luogo è molto antica. Ne hanno parlato Ovidio, Cicerone, Tito Livio: era il locus amoenus per eccellenza», racconta, «un’area in cui natura, acqua e mito si intrecciano». Pergusa è stato un punto di riferimento nel mondo classico, spazio fertile, ricco di vegetazione e acqua. Qui, secondo la tradizione mitologica, si è consumato il ratto di Persefone: la figlia di Demetra, dea della fertilità, viene rapita da Ade mentre raccoglie dei fiori sulle rive del lago e trascinata nel regno degli Inferi. Dal dolore della madre avrebbe origine il ciclo delle stagioni: la primavera e l’estate coincidono con il ritorno di Persefone sulla terra, l’autunno e l’inverno con la sua discesa negli inferi.
Oggi, però, quello stesso luogo che per secoli ha rappresentato abbondanza e fertilità si è trasformato in un indicatore fragile e immediato della crisi climatica. «Essendo un sistema piccolo e circoscritto», spiega Amato, «Pergusa reagisce immediatamente a qualsiasi variazione: livello dell’acqua, qualità, biodiversità. Basta guardarlo per capire cosa sta succedendo a livello climatico e di disponibilità dell’acqua». Poi continua: «Il clima è sempre cambiato ma oggi cambia con una velocità che i sistemi naturali non riescono a sostenere. I tempi del cambiamento sono più rapidi dei tempi della natura».
Negli ultimi decenni, secondo i dati del programma europeo Copernicus, il Mediterraneo si è riscaldato più velocemente della media globale, con un aumento delle temperature medie superiore a +1,5°C rispetto all’era preindustriale. Parallelamente, i rapporti di ISPRA evidenziano una crescente frequenza e intensità degli eventi siccitosi in Italia, con un incremento significativo delle condizioni di “siccità severa” soprattutto nel Meridione. La Sicilia è una delle aree più esposte: per il Servizio Informativo Agrometeorologico Siciliano (SIAS), nel 2024 il deficit pluviometrico in alcune zone interne dell’isola, tra cui l’Ennese, ha superato il 60% su base annua rispetto alle medie climatiche. Le precipitazioni cumulate si sono attestate su valori comparabili a quelli della grande siccità del 2002, mentre l’aumento delle temperature ha intensificato i processi di evaporazione, riducendo la disponibilità idrica superficiale e sotterranea.
«In Sicilia abbiamo perso circa il 95% delle zone umide negli ultimi centocinquant’anni. Abbiamo deciso di asciugare l’isola» sintetizza Amato. Un processo legato alle bonifiche, all’espansione agricola e alla pressione antropica che ha ridotto drasticamente la capacità del suolo di trattenere acqua. «Quando elimini le zone umide», prosegue, «elimini anche la capacità del territorio di immagazzinare e restituire lentamente l’acqua: le falde si ricaricano meno, il deflusso aumenta e il sistema diventa molto più fragile». È un quadro che trova riscontro anche nei dati di ISPRA, secondo cui la scomparsa delle aree umide incide direttamente sul ciclo idrologico, riducendo la resilienza agli eventi estremi.
La svolta per Pergusa arriva tra gli anni Trenta e Quaranta, quando entra nel grande progetto di bonifica promosso dal regime fascista. Le sponde del lago vengono progressivamente trasformate e le zone paludose vengono drenate e arginate. Si interviene per eliminare i ristagni d’acqua considerati focolai di malaria e, allo stesso tempo, per rendere disponibili nuovi terreni agricoli. È una logica che unisce sanità pubblica e produttività: sottrarre habitat alle zanzare, in particolare all’Anopheles vettore della malaria, e convertire superfici umide in suolo coltivabile, fertile e facilmente lavorabile in un’epoca priva di meccanizzazione agricola.
In questo contesto nasce il Villaggio Pergusa, costruito tra il 1936 e il 1937 dal Genio Civile di Enna. Il progetto prevedeva un insediamento rurale destinato ad accogliere circa 1.500 abitanti: contadini locali e famiglie trasferite dalle grotte della periferia ennese. Le abitazioni, organizzate in nuclei sparsi attorno a una piazza centrale con chiesa, scuola e servizi pubblici, erano affiancate da appezzamenti agricoli assegnati alle famiglie. La bonifica del lago e la fondazione del villaggio fanno parte dello stesso disegno: stabilizzare il territorio, renderlo produttivo, disciplinarne l’uso.
Poi, arriva l’autodromo a cambiare definitivamente i connotati della zona. Nel 1959, sulle sponde del lago, prende forma uno dei simboli della modernizzazione siciliana del dopoguerra: un circuito automobilistico lungo circa cinque chilometri, costruito attorno allo specchio d’acqua e destinato a ospitare competizioni di rilievo internazionale. È il tempo della fiducia nel progresso, della velocità come promessa, della tecnica come soluzione. Pergusa diventa così, per alcuni anni, anche palcoscenico della Formula 1 e di grandi eventi motoristici. Ma quella scelta segna una frattura profonda: «La costruzione dell’autodromo nel 1959 è stata letta come un simbolo di modernità, un inno al futuro, ma ha inciso profondamente sull’equilibrio del lago», spiega Amato. Il problema non è solo la presenza dell’infrastruttura, ma il modo in cui essa interviene su un sistema naturale dinamico: «Con l’autodromo si è imposto un limite artificiale al livello dell’acqua, fissando una quota massima e alterando il suo funzionamento».
Dopo le prime esondazioni che invadono la pista nei mesi successivi all’inaugurazione, viene realizzato un sistema di controllo: un canale scolmatore che impedisce al lago di superare una certa soglia. In altre parole, si introduce un “tappo” in un sistema che fino ad allora era libero di espandersi e contrarsi: «Questa è stata una delle prime grandi forzature: si è trasformato un sistema naturale in un sistema controllato, ma senza comprenderne davvero le conseguenze». La regolazione artificiale interrompe i processi naturali di espansione delle acque, riduce le aree umide periferiche e altera gli scambi tra lago e falda. Il risultato è una perdita progressiva di portata dell’acqua: «Sessantanni dopo paghiamo quella scelta: Pergusa ha perso parte della sua capacità di autoregolarsi».
Il lago, oggi, appare generoso d’acqua. Nelle giornate più soleggiate, le sue rive si popolano di famiglie con bambini che giocano a calcio, di studenti della Kore e di anziani del villaggio che passeggiano lungo il perimetro del lago. Ma nell’estate del 2024, «stava per scomparire e nel suo letto ci si poteva praticamente camminare», racconta Amato. In quei mesi, e fino a parte del 2025, l’Ennese ha vissuto una delle crisi idriche più dure della sua storia recente: razionamenti continui, reti sotto pressione, acqua distribuita a turni in decine di comuni dell’entroterra. A pesare non è stata solo l’assenza di piogge, ma una siccità prolungata aggravata dal caldo record e da notti sempre più calde, che hanno accelerato l’evaporazione e impedito al sistema di recuperare. Gli invasi perdono progressivamente capacità, le falde si abbassano e le temperature alte trasformano la scarsità in emergenza stabile. «Molti pensano che l’acqua scompaia perché la consumiamo», osserva Amato. «In realtà scompare anche perché evapora sempre più velocemente. Se le temperature restano alte anche di notte, il sistema non ha più tempo per recuperare».
La crisi ha riportato al centro anche le fragilità strutturali della gestione dell’acqua in Sicilia. L’isola dipende in larga parte da un sistema di dighe e invasi artificiali costruiti nel secondo dopoguerra per accumulare l’acqua durante i mesi piovosi e redistribuirla nei periodi secchi, compensando la storica irregolarità climatica del territorio. Col tempo, però, questo sistema si è trasformato in una rete complessa di competenze e gestioni separate: sulla stessa area operano soggetti diversi nelle varie fasi del servizio – captazione, adduzione, distribuzione e depurazione – senza un coordinamento realmente efficace. Siciliacque gestisce il trasferimento dell’acqua tra province e i grandi schemi acquedottistici regionali, mentre la distribuzione locale dipende da altri operatori. A questo si aggiungono reti obsolete, dispersioni elevate, contesti molto differenti nell’ambito della regione o anche delle stesse province e una gestione fondata sull’emergenza più che sulla prevenzione.
Secondo Amato, è proprio questa struttura ad avere aggravato la crisi del 2024. «Noi avevamo chiesto di iniziare a razionare già nel novembre del 2023», racconta. «Si capiva perfettamente che si stava scendendo e che il sistema non si sarebbe ripreso senza interventi immediati». Ma i razionamenti vengono rinviati mentre gli invasi continuano a perdere volume e le temperature restano eccezionalmente alte. In molti comuni dell’entroterra l’acqua arriva soltanto per poche ore ogni cinque o sei giorni, tra autobotti, cisterne private e continui disagi per residenti e attività commerciali. Per Amato il problema non è soltanto climatico: «Molti pensano che l’acqua scompaia perché la consumiamo. In realtà scompare anche perché evapora sempre più velocemente». È in questo intreccio tra siccità, caldo estremo e assenza di programmazione che la crisi idrica siciliana smette di apparire un evento eccezionale e assume i contorni di una vulnerabilità permanente.
Uno degli episodi più emblematici della crisi riguarda la diga Ancipa, il principale invaso da cui dipendono gran parte dei comuni dell’area nord dell’Ennese – Troina, Nicosia, Sperlinga, Cerami e Gagliano Castelferrato – oltre a una parte del Nisseno. Costruita nel secondo dopoguerra per regolare la distribuzione dell’acqua nell’entroterra siciliano, l’Ancipa è da decenni uno snodo strategico del sistema idrico regionale. La sua storia, però, è attraversata anche dalla tragedia che, nel dicembre del 1950, ha ucciso sul lavoro tredici operai impegnati nella costruzione dell’invaso.
Nel corso del 2024 il livello dell’Ancipa si abbassa progressivamente insieme a quello degli altri invasi siciliani. In molti comuni l’erogazione viene ridotta ai minimi terni – poche ore poche volte a settimana – e le autobotti, private e costose, diventano parte della quotidianità dei cittadini: l’intero territorio entra in una condizione di emergenza permanente. Tuttavia, mentre l’invaso continua a perdere volume, i trasferimenti verso il Nisseno proseguono e una crisi apparentemente climatica e si trasforma in questione sociale. I sindaci dell’area nord dell’Ennese accusano Siciliacque e la cabina di regia regionale di avere ritardato i razionamenti e di avere continuato a distribuire acqua fuori dal territorio nonostante il progressivo svuotamento dell’Ancipa. Per giorni chiedono una riduzione immediata dei flussi verso Caltanissetta e San Cataldo, sostenendo che i loro comuni rischiano il collasso idrico totale. La risposta tarda ad arrivare, mentre il livello dell’invaso continua a scendere.
Il 30 novembre 2024 la tensione esplode: i sindaci di Troina, Nicosia, Sperlinga, Cerami e Gagliano Castelferrato occupano il potabilizzatore Ancipa Basso insieme a cittadini, amministratori e comitati locali. Le condotte verso il Nisseno vengono chiuse e il presidio prosegue per giorni tra assemblee improvvisate, trattative con la Prefettura e accuse reciproche. Siciliacque denuncia la manomissione degli impianti e l’interruzione del servizio, mentre i sindaci respingono l’idea di una “guerra tra territori” e parlano piuttosto di una scelta obbligata per evitare che migliaia di persone restino senz’acqua.
Alla fine, la pressione sull’Ancipa si riduce soltanto con il ritorno delle piogge tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, che allentano una crisi ormai arrivata al limite. Per Amato, però, «L’emergenza non è stata governata. Si è solo atteso che cambiasse il meteo». Dentro una gestione ancora frammentata tra competenze, enti e soggetti diversi, la scarsità idrica continua così a essere affrontata solo quando territori e comunità sono già vicini al collasso. Semplicemente, attendendo la pioggia.




