MESSINA. Una “recrudescenza del fenomeno del racket ed un’acquiescenza degli estorti”, “problematiche che gravitano attorno al tema dei beni confiscati“, alla “mappatura di tali beni, alle difficoltà inerenti alla loro gestione e alle relative procedure”, “rischio di infiltrazioni mafiose nella gestione di beni demaniali in concessione”, “un’organizzazione mafiosa capace di declinarsi in forme mutevoli al fine di controllare territori caratterizzati da vocazioni economiche e commerciali differenti e di infiltrarsi nelle specifiche forme di economia sana presenti sul territorio, al fine di riciclare i capitali illeciti e di conquistare nuovi settori economici o merceologici”, “ritorno di vari boss sul territorio dopo le pesanti condanne inflitte negli anni ’90 e 2000”.

La fotografia della criminalità organizzata siciliana che viene fuori dalla relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta e vigilanza sul fenomeno della mafia e della corruzione in Sicilia non è confortante. Il documento, discusso in aula ieri all’Ars, mette insieme un anno di incontri, audizioni, documenti e pareri da parte dell’organismo guidato dal deputato Antonello Cracolici che danno uno spaccato piuttosto inquietante dei fenomeni mafiosi in Sicilia durante il 2025.

Secondo la relazione, quanto all’organizzazione sul territorio, “la mafia si presenta ancora ben radicata, per quanto acefala e tesa costantemente alla ricostituzione della cupola“: un’organizzazione mafiosa capace di declinarsi in forme mutevoli “al fine di controllare territori caratterizzati da vocazioni economiche e commerciali differenti e di infiltrarsi nelle specifiche forme di economia sana presenti sul territorio, al fine di riciclare i capitali illeciti e di conquistare nuovi settori economici o merceologici. La principale fonte di introiti si è confermata derivare dal traffico degli stupefacenti“, recita la relazione.

Per quanto riguarda i territori, quello che dà più preoccupazioni è il catanese, “caratterizzato da fibrillazioni mai sopite che danno luogo a frequenti episodi di violenza con gambizzazioni ed esplosioni di colpi di arma da fuoco tra esponenti di cosche diverse. Tale tensione sembra essersi estesa al Ragusano, dove si sono registrati gravi fenomeni di violenza che hanno coinvolto minori o l’utilizzo significativo di armi da guerra”.

Ci sono anche fenomeni curiosi, nel documento: “Il racket delle estorsioni continua a costituire un caposaldo dell’azione mafiosa sul territorio, anche se l’aspetto di approvvigionamento di risorse economiche appare oggi secondario rispetto ad un utilizzo di tale pratica criminosa volto ad affermare il controllo del territorio. Ciò si traduce in richieste estorsive di natura quasi simbolica, ma estese a tutto il tessuto sano. Continua a registrarsi una preoccupante forma di acquiescenza – quando non addirittura di collaborazione attiva – da parte degli estorti che, come emerge dalle dichiarazioni di più inquirenti, tendono a negare l’estorsione anche di fronte alle evidenze, sino al punto di commettere essi stessi un reato ed essere sottoposti al relativo procedimento penale. Scarsissime – quasi nulle – le denunce: una costante delle indagini condotte nelle nove province sembra essere quella per cui gli inquirenti si imbattono in fenomeni estorsivi solo nell’ambito di altre indagini e non per via di denunce dirette ad opera delle vittime”.

Quanto al riciclaggio dei proventi delle attività illecite, la mafia tende ad inserirsi nei settori più floridi dell’economia locale, dice la relazione: nel Siracusano, ad esempio la mafia pare molto interessata al settore del terziario e all’economia del turismo in particolare, mentre in altre province si concentra più sul gioco d’azzardo o sull’economia agricola. “In generale le Autorità inquirenti e le Forze dell’ordine denunciano il coinvolgimento di elevate professionalità del campo economico, informatico, finanziario e giuridico”, accusa la commissione.

Infine il fenomeno dei boss di ritorno: “dopo che gli stessi hanno scontato le pesanti condanne inflitte negli anni ’90 e 2000. Si segnala in particolare la loro capacità di reinserirsi con immutata pericolosità nel tessuto criminale locale, spesso in virtù di ben preservate – se non ampliate – reti di relazioni che includono importanti esponenti dell’economia e delle istituzioni.

Non c’è solo la mafia, nella relazione, ma anche i “colletti bianchi”. Sono emerse, per esempio, perplessità relative all’affidamento del servizio di elisoccorso da parte dell’Amministrazione regionale: episodio nato dalle segnalazioni della deputata Margherita La Rocca, che denunciava che “il Dirigente Generale pro tempore del Dipartimento per la Pianificazione strategica aveva affidato l’incarico di RUP ad un funzionario della Regione Siciliana già “destinatario di numerosi e rilevanti incarichi di RUP in relazione ad appalti aggiudicati dall’Assessorato della Salute”, integrando, conseguentemente, la possibile violazione di numerose normative”, oppure un incarico per il supporto giuridico-amministrativo ad un legale esterno, per un importo superiore a 50.000 euro: episodi che hanno portato, si legge “on la massima tempestività, una riforma del sistema di prevenzione della corruzione”.

Sul rischio di infiltrazioni mafiose nelle concessioni di beni demaniali, un’inchiesta ha preso il via da una segnalazione ricevuta dalla Commissione e riguardante la concessione del lido di Mondello a Palermo, da parte del deputato Ismaele La Vardera, che denunciava “un quadro fortemente preoccupante sulla gestione effettiva del lido e sulla trasparenza dei rapporti tra soggetti privati e patrimonio demaniale regionale”. Secondo quanto si legge nella relazione, sette dipendenti “sarebbero risultati legati da vincoli di stretta parentela con il boss Salvatore Genova, condannato nel 2004 a diciotto anni di reclusione per associazione mafiosa, il cui fratello, anch’egli dipendente società, si sarebbe occupato tra l’altro proprio delle assunzioni per la società, favorendo l’inserimento nel personale – tra gli altri – anche della moglie di Salvatore Biondino, noto per essere stato arrestato insieme a Totò Riina”. La relazione, trasmessa alla Procura della Repubblica competente, “si concludeva con la richiesta di revoca immediata della concessione demaniale”, spiega il documento.

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