MESSINA. Ogni settimana migliaia di turisti e croceristi lo osservano con il mento all’insù, mentre i messinesi camminano distratti dribblando la folla e i venditori, ormai abituati alla presenza di un edificio che non è solo un luogo di culto, ma rappresenta un vero e proprio monumento alla memoria collettiva: simbolo in pietra e marmo della resistenza culturale, politica e sociale di una città caduta e risorta tanto quanto il suo Duomo. Testimonianza tangibile della stratificazione artistica che ha attraversato i secoli, la Basilica di Santa Maria Assunta ha cambiato aspetto più e più volte, a causa di innumerevoli dominazioni e altrettante sciagure. Il risultato? Un unicum architettonico in cui convivono elementi normanni, rinascimentali, gotici, barocchi e moderni, sia dal punto di vista strutturale che ornamentale. Ma tanto, troppo, è andato perduto.

La costruzione del Duomo inizia nel XII secolo, durante il periodo normanno, e la sua consacrazione è datata 22 settembre 1197, in presenza dell’imperatore svevo Enrico VI e della regina Costanza d’Altavilla. Passano appena 50 anni ed ecco il primo disastro, nel 1254, con un incendio, scoppiato nel corso di un funerale, che danneggia gravemente il tetto ligneo e le decorazioni interne. Ripristinata dopo il 1260, nei decenni successivi la Chiesa si arricchisce e pian piano muta fattezze, con una serie di abbellimenti e interventi che culminano intorno alla metà del XVI secolo, con la realizzazione dell’imponente complesso dell’apostolato realizzato da Giovanni Angelo Montorsoli, discepolo di Michelangelo Buonarroti, considerato uno dei capolavori del Rinascimento siciliano.
La malasorte intanto continua a maramaldeggiare: nel 1558 il Campanile è danneggiato da un fulmine (per poi essere ricostruito nel 1564 da un disegno di Andrea Calamech), il 27 marzo del 1638 tre violente scosse causano il crollo delle merlature e lo sfondamento del tetto, e a gennaio del 1693 il Campanile risente le conseguenze dei due terremoti della Val di Noto.
È solo l’antipasto: dopo la rivolta antispagnola, che comporta la perdita del ricco patrimonio librario e documentale custodito nella torre campanaria, trafugato in Spagna, e le trasformazioni dettate dal fiorire del Barocco, con interventi e restauri piuttosto controversi, il 5 febbraio del 1783 il devastante terremoto della Calabria meridionale danneggia le murature portanti, le absidi e le navate. L’Ottocento è segnato da interventi di restauro che portano all’eliminazione di ciò che restava del campanile, la semplificazione della facciata e la realizzazione della cupola in legno e dei due campaniletti neogotici in corrispondenza delle absidi. Una serie di lavori che, comunque, non risolvono le fragilità della Cattedrale. Il colpo di grazia avviene all’alba del 28 dicembre 1908, quando il devastante terremoto di magnitudo 7.1 distrugge quasi completamente il Duomo, lasciando in piedi solo alcune mura perimetrali, l’abside sinistra, parte della maggiore e solo porzioni della destra. L’interno viene completamente distrutto e tantissime opere d’arte vanno perdute. La ricostruzione ha inizio nel 1923, su impulso dell’arcivescovo Angelo Paino, e si conclude nel 1929, mentre il Campanile viene riedificato fra il 1930 e il 1933, con l’integrazione di un orologio astronomico meccanico unico al mondo. Ad occuparsi del progetto di ricostruzione, compreso il ripristino della pianta basilicale a tre navate, è Francesco Valenti, che intende restituire alla cattedrale l’aspetto normanno originario, eliminando le aggiunte barocche e ottocentesche.
Passano appena una decina d’anni e arrivano le bombe, quelle della Seconda Guerra Mondiale. A giugno del 1943, alcuni spezzoni incendiari colpiscono la Cattedrale e l’incendio che si sviluppa trova alimento sia nel soffitto ligneo che era stato ricomposto dopo il terremoto che nella struttura protettiva delle opere d’arte. La chiesa brucia a lungo e la temperatura che si raggiunge fa fondere il grandioso Baldacchino in bronzo di Simone Gullì. Le opere scultoree, invece, cominciano a calcinarsi, per poi spaccarsi per i getti d’acqua usati dai pompieri. Quello che resta della chiesa ricostruita dopo il sisma da Francesco Valenti è, a prima vista, un mucchio di macerie.
I lavori di ricostruzione iniziano subito dopo la fine della guerra, nel 1945, sotto la guida dell’Arcidiocesi di Messina e con il sostegno dello Stato, con l’intento, almeno sulla carta, di ripristinare fedelmente il progetto degli anni Venti, ispirato all’originario stile romanico-normanno del XII secolo. Angelo Paino, molto tenuto in conto da Mussolini prima e dagli Alleati e dal governo di transizione poi, affida il restauro del tempio alla ditta romana Ciocchetti (che qualche anno dopo sarà protagonista del discusso primo ripristino del teatro Vittorio Emanuele). L’impresa lavora come un treno: viene smontato rapidamente tutto, e tutto viene dichiarato irrecuperabile, comprese le dodici grandi statue dell’Apostolato, danneggiato in minor misura dall’incendio, di cui, dopo i restauri, permane solo la statua di San Giovanni Battista di Antonello Gagini (1525). Il risultato? Le statue, i marmi e i mosaici sono quasi tutti, a parte qualcosa, delle pregevoli copie degli originali perduti. «Paino – scrive Daniele De Joannon su Centonove, in un articolo del 1998 – crea insomma una chiesa finta, con le copie di monumenti che si potevano recuperare. E spende tantissimo, più che per i possibili restauri».
Dopo i lavori la Cattedrale viene riaperta al culto il 13 agosto del 1947 nel corso di una cerimonia solenne. Poco dopo l’inaugurazione, Papa Pio XII concede al Duomo il titolo di Basilica minore.



