Ritratto di Giovanni Angelo Montorsoli, in Giorgio Vasari, Vite de’ più eccellenti pittori scultori e architettori, Firenze 1568

 

 

Quindicesima puntata della rubrica dedicata a personaggi, grandi e piccoli, che hanno contribuito alla storia della città di Messina e che da essa sono stati (pressoché) dimenticati, quantomeno nella toponomastica civica (qui le altre puntate).

“La lezione montorsoliana è tra le più importanti che la cultura rinascimentale abbia mai espresso nel Mezzogiorno d’Italia”, scriverà di lui Nicola Aricò.

Convocato dal Senato Messinese per dare una degna conclusione ai lavori di ingegneria civile che erano stati condotti per canalizzare le acque del torrente Camaro e dissetare così la città, Montorsoli si stabilisce a Messina per un intero decennio, dal 1547 al 1557. Il primo incarico commissionatogli, una fontana monumentale nella piazza del Duomo che dovesse celebrare il mitico fondatore della città, si risolse nella magnifica fontana di Orione per cui Montorsoli fece arrivare i marmi bianchi direttamente da Carrara.

Nella fontana, quattro fiumi sono rappresentati: il Nilo, il Tevere, l’Ebro e appunto il Camaro. L’evidente squilibrio nella scelta dei quattro fiumi ha il senso di collocare Messina (con il Camaro) tra le pietre angolari dell’impero asburgico di Carlo V, indicando un ardito paragone con lo Stretto di Gibilterra (rappresentato dall’Ebro) e inserendo il nostro torrente insieme ai due fiumi culla del mondo classico (il Nilo e il Tevere). Francesco Maurolico completerà l’opera con la scrittura dei distici latini incisi sulle statue fluviali.

Bernard Berenson, tra i più noti e influenti critici d’arte del ‘900, la definì in assoluto la più bella fontana rinascimentale. Giunto a Messina in occasione della mostra di Antonello del 1953, così scrisse nel suo diario: “la grandiosa fontana del Montorsoli, la più bella, direi, che in questo genere si veda in Italia o altrove; […] essa offre un repertorio di motivi michelangioleschi come non è trovabile altrove, quando si eccettuino i lavori di Michelangelo stesso.”

 Ma il ruolo di Montorsoli non si risolse soltanto in quello di abile scultore. Si trovò piuttosto a svolgere un ruolo di primo piano nella riorganizzazione urbanistica della città. Nel 1551, l’anziano e potente ammiraglio genovese Andrea Doria (ricordato da una piccola stradina di recente intitolazione nei pressi di via Circuito) convoca un consiglio di guerra per fortificare lo Stretto allo scopo di respingere la minaccia turca e contrastare le scorrerie corsare di Dragut.

Coglie dunque l’occasione di affidare la progettazione di una torre che fosse contemporaneamente di segnalazione e di avvistamento a Montorsoli, sua vecchia conoscenza (Montorsoli, su commissione di Doria, era stato autore di numerose opere a Genova, tra cui la stessa tomba di Doria nella chiesa di San Matteo). Un faro, ma anche una fortezza, a completamento ideale dell’opera di Antonio Ferramolino (che aveva fortificato la città con una triangolazione ideale, tra la punta estrema della Falce, con la fortezza del San Salvatore, Castel Gonzaga e la ristrutturazione della Rocca Guelfonia, dove attualmente sorge il sacrario di Cristo Re). Montorsoli innesta la nuova torre della lanterna, nella propaggine più esterna della Falce. All’architetto bergamasco Ferramolino, lo abbiamo già ricordato nella puntata dedicata a Miguel Cervantes, è oggi dedicata una piccola via a Montepiselli, proprio ai piedi del suo Castel Gonzaga.

Abraham Casembrot, «Urbis Messanae. Eiusque maris. Varius Prospectus», la fontana di Nettuno di Montorsoli nel frontespizio della raccolta di acqueforti con vedute di Messina per Lucas Van Uffel, 1623-1630 ca.

Con un perfetto allineamento est-ovest, di fronte alla torre, sul piazzale della Marina antistante la vecchia Dogana, Montorsoli collocherà un’altra grande opera, una fontana di Nettuno che emerge dai flutti, spaventando i mostri dal volto umano, Scilla e Cariddi. In maniera poco felice, i ricostruttori del post-terremoto spezzeranno l’allineamento voluto dal Montorsoli, spostando il complesso nel piazzale del Palazzo del Governo e ruotandolo di 180°, per assegnare a Nettuno un ruolo di placatore delle acque, imbizzarrite dal maremoto.

Statua Nettuno

Statua Nettuno

 

Nel suo decennio di attività, Montorsoli realizzò in città e in provincia diverse altre opere, tra cui vanno certamente citati la chiesa di San Lorenzo, di ispirazione Bramantesca, distrutta nel terremoto del 1783 e non più ricostruita, e il grandioso progetto dell’Apostolato del Duomo: nelle 12 cappelle, 6 lungo la navata destra e 6 lungo la navata sinistra, 12 grandiose statue degli Apostoli realizzate dallo stesso Montorsoli (il San Pietro) e da altri artisti rinascimentali e successivi. Oggi, nel Duomo, sono esposte copie moderne in quanto le statue originali sono andate irrimediabilmente perdute con i bombardamenti del 1943. Tra le copie, spicca la statua di San Filippo, originariamente di Andrea Calamech (che raccolse l’eredità di Montorsoli come capo scultore dell’opera del Duomo e della città), e rifatta da Marino Mazzacurati (neanche lui ricordato in città in nessun modo).

A Giovannangelo Montorsoli sono dedicate vie a Firenze e Genova, ma anche a Siracusa e Villafranca Tirrena. Per alcuni, a Messina gli sarebbe intitolato il Belvedere di Cristo Re (o parte di esso). Di certo c’è che nessuna targa odonomastica lo riporta e che la Commissione Toponomastica del Comune di Messina (nella seduta del 26 ottobre 2015) attribuiva, nel quarantennale della sua morte, l’intitolazione del Belvedere a un altro grande personaggio italiano, l’intellettuale, scrittore e regista Pier Paolo Pasolini.

FiGi

 

Per approfondire.
Nicola Aricò, La Torre della Lanterna di Giovannangelo Montorsoli, Ed. GBM, Messina 2005
Nicola Aricò, Illimite Peloro, Mesogea, Messina,1999