Nel complesso in cui abito i bidoni per la differenziata si trovano nel cortile condominiale, il che implica che per un minuto al giorno circa (escluso il sabato) ho il diritto di fare il tragitto casa-cassonetto e ritorno. Questa forma ridottissima di ora d’aria è una di quelle occasioni che in queste settimane utilizzo per rivalutare in positivo tante situazioni, perché quando ti ritieni fortunato a uscire di casa per buttare la spazzatura allora è evidente che c’è qualcosa che non va; per questo motivo oggi siamo un po’ più introspettivi, perché tutto ha senso se visto dalla giusta prospettiva. E allora, pronti come se avessimo scorto in lontananza uno scaffale pieno di lievito, andiamo ad ascoltarci anche per questo lunedì cinque canzoni per farci mettere da parte la negatività.

ANNA – Bando

È da un mesetto che mi gira in testa il motivetto BE-BE-BENDO ed effettivamente la ridondanza dei commenti sotto il video è abbastanza veritiera: questo pezzo è inaspettatamente catchy anche se sembra inutile. Il paragone più scontato e diretto è con Pompo nelle casse, ma ANNA ancora non è neanche maggiorenne e quindi può ancora migliorare tanto (a proposito, chissà che stanno facendo in questa quarantena i PowerFrancers); il contratto firmato con la Universal è un tassello potenzialmente importante per la storia da scrivere della musica di questo paese, perché certifica uno scouting attento ai territori social meno convenzionali, sperando che il focus di tutto sia sempre la qualità sopra le possibili views.

The Lonely Island – YOLO (feat. Adam Levine & Kendrick Lamar)

Per chi ha vissuto su internet durante l’avvento dei social network, YOLO era una didascalia solitamente abbinata a video o foto non brillantissime, con atti potenzialmente rischiosi perché You Only Live Once (si vive una volta sola, ndr). I Lonely Island però erano anni avanti, per l’esattezza sette anni avanti, e già nel 2013 ci illuminavano sui rischi di quella vita ribaltando il significato di YOLO tramutandolo in You Oughta Look Out (“devi fare attenzione”). La band, con la collaborazione speciale di Adam Levine e Kendrick Lamar, ci spiega che le interazioni sociali sono pericolose, come anche viaggiare o fare praticamente qualunque cosa, compreso l’uscire di casa—e, perché no, anche starci dentro. Ripeschiamo questa chicca di un gruppo di cialtroni che ci rallegra la giornata e ci tira su il morale.

Murubutu & Claver Gold – Paolo e Francesca (feat Giuliano Palma)

Alziamo l’asticella dell’intelletto e andiamo a scoprire la Divina Commedia in musica: uscirà domani INFERNVM, disco di Murubutu e Claver Gold, che nel primo singolo si fanno accompagnare da Giuliano Palma per raccontare il quinto canto, la storia di Paolo e Francesca, una delle più famose dell’opera dantesca. È interessante perché, oltre a essere un pezzo enorme, intriga come sempre il confronto tra due stili molto diversi, quelli del prof e di Claver, che si completano molto bene ma attaccano l’argomento come sempre da punti di vista differenti. Claver, per i fan, qui presenta anche richiami quasi involontari a Melograno, che è un disco capolavoro da ascoltare nel momento in cui si voglia affogare nelle proprie lacrime. E un bravo molto grande anche a Giuliano Palma, perché il ritornello entra bene in testa senza essere fastidioso.

Fugazi – Waiting Room

La traccia che apre il lato A di 7 Songs, perché l’attesa è snervante e noi in questo momento siamo in sala d’attesa, una sala molto ampia in cui stazionare per un bel po’. Una volta alle elementari una maestra ci assegnò un compito, ovvero elencare tutte le cose che ci davano fastidio: a me venne in mente praticamente solo questa situazione. Aspettare, in attesa di qualcosa che non dipende prettamente dalla nostra volontà, un banco di prova fondamentale per la nostra pazienza. Ma siamo qua, e siamo qua insieme, in questa sala d’attesa molto ampia, perché rispettiamo le distanze di sicurezza e speriamo che tutto si possa risolvere in fretta. Intanto, ci ascoltiamo i Fugazi, anche perché quando arrivano richieste così soddisfarle è sempre un grande, grandissimo piacere. E ci diamo una mossa, anche stando fermi.

Pearl Jam – Seven O’Clock

Poco più di un mesetto fa usciva il primo singolo del nuovo disco dei Pearl Jam, Dance of the Clairvoyants. Mi piacque. Poi non ascoltai il secondo, e ho provato ad avvicinarmi alla pubblicazione di Gigaton, primo album di Vedder e soci da sette anni a questa parte, con un po’ di distacco. Il motivo era semplice: per la prima volta avevo paura. Ho iniziato ad ascoltare i Pearl Jam quindici anni fa circa, sono stati con me per metà della mia esistenza su questo pianeta e in tutto questo tempo per me sono esistite davvero poche certezze—tra queste, indubbiamente loro. Però Lightning Bolt aveva il retrogusto di AOR, e per un gruppo storico come loro avevo sinceramente timore non tanto che avessero finito le cose da dire, quanto che non fosse più così semplice dirle. Poi è successa una cosa bellissima: mi sono messo a letto al termine di una giornata di smartworking, ho messo le cuffie, è partita la voce di Eddie Vedder e io mi sono sentito a casa, sicuro come in un abbraccio. E più andava avanti il disco, più capivo che le mie paure non stavano trovando riscontro. Per poi arrivare ad Alright (scritta da Jeff Ament, e si sente) e a questa Seven O’Clock, che vorrei sapervi spiegare ma, sinceramente, preferisco che ci pensino i Pearl Jam. Con me funziona ormai da quindici anni (and counting).

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