Horcynus Orca, di Stefano d’Arrigo

 

“Un libro esuberante, crudele, viscerale e spagnolesco” (Primo Levi)

Stefano d’Arrigo, nato ad Alì Terme nel 1919, impiegò più di vent’anni per ultimare uno dei capolavori del ‘900 italiano, nonché uno dei massimi esempi di postmoderno a livello europeo. Una gestazione lunghissima e sofferta, condotta in uno stato di quasi totale isolamento che rischiò di compromettere la salute dell’autore, che inizia grossomodo nel 1950 e termina nel 1975, quando il libro fu pubblicato grazie al sostegno dell’editore Arnoldo Mondadori.  Già nel 1960, sulla rivista Il Menabò erano usciti due capitoli del romanzo, con il titolo provvisorio de I giorni della fera: la struttura narrativa dell’opera è già conclusa, ma l’autore deve ancora affrontare una profonda revisione lessicale, che si protrae per tutti gli anni successivi. E proprio la straordinaria ricchezza linguistica è una delle caratteristiche salienti del romanzo, in cui si intrecciano, inestricabili, almeno tre livelli: l’italiano colto e letterario, la parlata popolare dei pescatori siciliani e una gran quantità di neologismi ideati dall’autore. La complessità semantica, assieme all’assenza voluta di un glossario e alla mole dell’opera, con un unicum narrativo di oltre mille pagine, fa della lettura di Horcynus Orca un’impresa ostica, per nulla facilitata dall’incessante tendenza dell’autore alla digressione e al flusso di coscienza, caratteristica, questa, che porterà tanti ad associare d’Arrigo a James Joyce.

La fabula dell’opera copre un arco temporale di soli cinque giorni, dal 4 all’8 ottobre 1943, ma una complessa trama di analessi e numerose digressioni sotto forma di flashback raccontano episodi precedenti, risalenti fino al 1860. Protagonista del romanzo è il nocchiero semplice della Marina Regia ‘Ndrja Cambrìa, che tenta di tornare a casa, a Cariddi, attraversando lo Stretto di Messina: ritroverà un paese irriconoscibile, trasformato dalla guerra e sconvolto dall’apparizione in mare di una creatura mostruosa, l’Orcaferone, simbolo enigmatico della potenza ultraterrena della morte.

Definito da Giuseppe Pontiggia, che si occupò dell’editing del romanzo, “un mitico ed epico poema della metamorfosi”, Horcynus Orca è un’opera-mondo estrema e sperimentale, che diviene una sorta di rappresentazione allegorica del Mare, con i suoi flutti e le sue correnti, i suoi tumulti e i suoi abissi.

Non lo si legge. Ci si immerge dentro. 

 

 

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Valeria
Valeria
15 Marzo 2017 20:57

Pur non essendo ambientato a Messina, anche le pagine che le dedica Elio Vittorini in Conversazione in Sicilia non sono da meno insieme ai richiami di Gesualdo Bufalino ne La Luce e il lutto.

Morena
Morena
15 Marzo 2017 21:18

Dovrebbe esserci anche “La sposa di Messina” di Friedrich Schiller, ma non so quanto ci sia della città in realtà.

Alessandro Grussu
Alessandro Grussu
11 Dicembre 2019 15:32

Anche “Lo stordito”, la prima commedia vera e propria scritta da Molière (1655), è ambientato a Messina.