MESSINA.  Alla Sala Visconti di Messina, Cateno De Luca parla di tutto, dallo spostamento della sede istituzionale del Comune alla Regione, distribuendo anche magliette con scritto “Free Messina”. Il primo cittadino di Santa Teresa Riva, fondatore di Sicilia Vera ed ex “Pierino” dell’Ars (le sue battaglie avevano messo a nudo il buco di bilancio reale della Sicilia), torna in campo e annuncia la candidatura a sindaco. Lui, evidentemente, alla città tiene molto e, in città, ha anche un appartamento in via Oratorio San Francesco. Eppure, il suo amore viscerale per Messina e il portafoglio ogni tanto non sembrano andare d’accordo, come dimostra il danno apportato (indirettamente) a uno dei templi della memoria cittadina: l’Archivio di Stato. Ecco la storia.

 


È martedì 2 febbraio 2011. Sono le cinque di pomeriggio, quando gli impiegati danno unʼultima occhiata ai depositi e se ne vanno a casa. Il giorno dopo, il 3, alle otto del mattino, lʼamara sorpresa: i locali della sede dellʼArchivio di Stato di via Oratorio San Francesco sono allagati e dal tetto è come se piovesse. Lʼacqua proviene dalla casa del piano superiore, di proprietà di De Luca, allʼepoca in ristrutturazione. Il problema? Una tubatura rotta. Sul momento, l’aspirante sindaco di Messina dice che è pronto a farsi carico di tutte le spese.

 


Ad essere inzuppate dallʼacqua, centinaia di carpette contenenti i progetti della città ricostruita e rogiti notarili, provenienti anche dalla provincia, che vanno dal 1850 al 1960. Carpette che corrispondono a circa un migliaio di buste. Ogni busta ha uno spessore di circa 12 centimetri. E così, facendo i conti, i singoli fogli che ognuna contiene sono complessivamente centinaia di migliaia. Pesantemente danneggiati, gli incartamenti relativi agli ex uffici del registro, in particolare le successioni, e il fondo Genio Civile. Questʼultimo raccoglie i progetti di tutti gli edifici, pubblici e non, costruiti a Messina dopo il terremoto del 1908. Un vero e proprio archivio della memoria relativo alla nuova città. Praticamente, l’allagamento colpisce circa 1200 pezzi tra faldoni e registri.

 

Immediatamente, tutto il materiale cartaceo inzuppato viene inviato presso un laboratorio di restauro di Reggio Calabria (grazie all’interessamento di De Luca), evitando un peggioramento della situazione. È però sul restauro successivo che tutto si inceppa. A cominciare dalle spese affrontate subito dall’Archivio di Stato, che trovano l’opposizione di uno studio legale padovano messo in mezzo da De Luca. Si va a processo: per l’allora dirigente dell’Archivio di Stato, Alfio Seminara, il danno reale, secondo i parametri del Ministero delle Finanze, sarebbe pari a 400 mila euro, ma si opta per chiedere il minimo indispensabile: 150 mila. Una cifra che non trova d’accordo De Luca. Dopo un paio di anni di scontro legale tra gli avvocati del politico e l’Avvocatura dello Stato, Cateno De Luca propone una transazione che viene approvata: ventimila euro di risarcimento da erogare in tre rate.

 

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