Giampilieri, quella tragedia che era stata prevista (almeno) due anni prima

Il piano di assetto idrogeologico del 2006, le avvisaglie con la frana del 2007, la richiesta di aggiornamento del 2008, il censimento dei dissesti franosi del settembre 2009, solo un mese prima che il paese fosse distrutto: il lungo elenco dei documenti in cui si spiegava cosa sarebbe accaduto, rimasti lettera morta. Ecco perchè

 

MESSINA. I trentasette morti di Giampilieri, Scaletta e Briga? Vittime annunciate. La frana che ha quasi spazzato via i tre paesini? Prevista. Già da tempo. Da prima che l’alluvione del 2007, triste presagio fortunatamente senza morti della tragedia del primo ottobre 2009, si verificasse. Perchè lo raccontava il Piano d’assetto idrogeologico, il Pai, la bibbia della prevenzione dal dissesto del territorio. Che è rimasto lettera morta. Cosa diceva il piano?

Diceva, per esempio, che i fenomeni franosi censiti all’interno dell’area di interesse che va da Capo Peloro a Fiumedinisi, risultavano essere 273 fino al 2006, anno di stesura del piano. E tra quelli c’erano Giampilieri, Scaletta, Briga, ma anche Mili e Santa Margherita, che sarebbero franate, miracolosamente senza vittime ma con sfollati e danni ingenti, nel 2010. Nel 2006, Giampilieri risultava essere nella classe di pericolosità 3, quindi molto elevata, ma a zero nella classi di rischio: versante instabile, quindi, ma nessuna possibilità di danni. Purtroppo il Pai si sbagliava.

La prima richiesta dʼaggiornamento del Pai porta la data del 27 agosto 2008, con i risultati delle alluvioni del 2007, ma è stato aggiornato nel 2010, ed è stato approvato solo a marzo del 2011. Col risultato che tutte le zone che a vario titolo hanno subito danni durante la tempesta degli ultimi anni, erano già “note” e censite. E Giampilieri balza subito alle classi “4”: massimo rischio e massima pericolosità.

 

Non solo. Ben più agghiacciante la circostanza che esisteva un censimento dei dissesti franosi che hanno interessato il suolo cittadino, aggiornato a settembre del 2009. E che in corrispondenza delle zone in cui meno di un mese dopo la montagna si esarebbe sbriciolata, travolgendo una trentina di persone, quindi le vie Vallone e Puntale, la cartina era segnata in rosso: R4, rischio “molto elevato”. Esattamente la stessa catalogazione che avevano intere porzioni di Briga e Scaletta, altre zone che il primo ottobre piangeranno i loro morti. Anche Itala era censita in “rosso”, tra i rioni Mannello e Quartarello, e Pezzolo, e così Altolia e Molino.

 

Che in quelle zone prima o poi si sarebbe verificata una tragedia, al comune di Messina lo si sapeva. Da almeno un mese prima che accadesse, e la Regione era stata debitamente informata. Quel censimento rimase lettera morta, a languire sulle scrivanie dellʼassessorato regionale al Territorio, insieme alla richiesta di diciotto milioni per mettere in sicurezza i versanti che sarebbero franati su trentasette vite umane.

A luglio del 2010, quasi un anno dopo la tragedia, a richiederla, la mappatura dei “movimenti” del suolo cittadino, è stato il consiglio comunale con la delibera n. 38 del 12 luglio 2010 seguita dalla delibera di Giunta n. 745 del 09 agosto successivo. Quindici mappe, più quella, corposissima, di Giampilieri, per un totale di trentaquattro movimenti franosi censiti sul territorio cittadino.

E allora, perchè il ritardo nell’aggiornamento di classi di rischio e pericolosità, avvenute dopo la tragedia e non prima? Perchè il Pai, il piano d’assetto idrogeologico, si “limita” a censire le frane. Dopo Giampilieri, nel 2013, il comune di Messina ha commissionato un approfondito studio all’Enea (ente pubblico di ricerca italiano che opera nei settori dell’energia, dell’ambiente e delle nuove tecnologie), per valutare la “suscettività” di un territorio: se, cioè, quel territorio prima o poi franerà, per intervenire prima e non dopo che i fatti siano accaduti. Lo studio dell’Enea è parte integrante della variante “salvacolline” e delle linee guida del nuovo piano regolatore. Entrambi nei cassetti di Palazzo Zanca da ormai cinque anni. Con, apparentemente, nessuna possibilità di essere tirate fuori.

 

 

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Dopo gli eventi tragici del 2009, il Comune incaricò l’ENEA di redigere uno studio sulla franosità del territorio. Lo studio è previsionale, ed individua aree con diverso grado di propensione al dissesto. Mentre il PAI cartografa gli eventi dopo che sono accaduti.Lo studio ENEA è alla base della “variante salvacolline” e PRG. Questa Giunta pare non voglia adottarli.Se ne assumerà la responsabilità