Fondo Fucile, “…e per tetto un cielo d’amianto”

Viaggio nella baraccopoli tornata alla ribalta delle cronache per un certificato medico postato dal sindaco Cateno De Luca, in cui si legge della malattia che contrae chi ci vive. Dalla demolizione alla bonifica dal micidiale eternit, cosa non è stato fatto negli anni, in attesa che parta l'Agenzia per lo sbaraccamento.

 

MESSINA. Scuola media Albino Luciani, rione di Fondo Fucile. Centinaia alunni, una media di dispersione scolastica impressionante. Di quelle centinaia, negli anni a venire, un diploma lo prenderanno, se va bene, la metà. Lo dicono le statistiche. Una nota a margine della storia di Messina, inserita in un quartiere ai margini di Messina, geograficamente ed esistenzialmente. Fondo Fucile è un’ulcera nel tessuto della città. Non è l’unica baraccopoli, né la più vecchia, neppure la più turbolenta. Probabilmente è la più pericolosa.

Fondo Fucile è tornato alla ribalta delle cronache per un certificato medico, postato dal sindaco Cateno De Luca sulla sua pagina Facebook, che attestava la patologia che affligge uno degli sventurati abitanti della baraccopoli: asbestosi con disventilazione polmonare, una malattia polmonare cronica conseguente all’inalazione di fibre di amianto, del quale le coperture in eternit delle baracche sono ricche.

 

Fondo Fucile, un dedalo di casette sormontato da un mare di tetti in cemento e amianto, quella baraccopoli cresciuta negli anni fino ad inglobare le casette originariamente costruite a cavallo tra gli anni ʻ70 e ʻ80 tra il viale Gazzi, il rione Mangialupi ed il villaggio Aldisio, è uno di quei quartieri, come ce ne sono molti a Messina, che esistono solo durante le campagne elettorali. Quattro, cinque giorni ogni tot di anni, subito prima di entrare in cabina a barrare un simbolo. Poi scompare, e riappare solo per le cronache. Nera e giudiziaria. L’ultima visita di un politico “importante” risale alla fine del 2005. Piena contesa elettorale per la sindacatura di Messina, Francantonio Genovese sfida Luigi Ragno e, a dargli man forte, si mobilita nientemeno che Romano Prodi in persona, all’epoca Premier. Fa un giro a Fondo Fucile, entra in una baracca, ne esce con la faccia contrita, promette che la vergogna finirà. Promette. Era l’autunno del 2005, e tredici anni dopo, un singolo mattone non é stato mosso. Eppure ci hanno provato in parecchi.

Francesco Alecci è appena arrivato a Messina e, in prefettura, ad accoglierlo trova una delegazione di fondo Fucile. Il prefetto ascolta, si informa e pondera. Eʼ lʼagosto del 2007. Un anno prima, l’allora assessore al Risanamento Pietro Currò presenta un dossier denuncia, dal titolo “La vergogna di Messina, Fondo Fucile tra amianto e degrado sociale”. Dalla scrivania del prefetto partono quattro lettere, destinate al Genio Civile, all’Ausl5, all’Arpa ed ai Vigili del fuoco. Come stanno esattamente le cose, chiede il rappresentante del Governo a Messina? A distanza di tre mesi, le risposte arrivano.

 

A colpire duro inizia l’Ausl. “La zona – si legge nella relazione – è costituita da un ammasso di costruzioni abusive, che si sviluppano attorno ad un labirinto di piccole vie, che non rispettano i più elementari requisiti igienico-edilizi”. E cioè modalità scarsa di costruzione e materiali impiegati, insufficiente distanza tra le singole costruzioni, inadeguata altezza dei locali, superfici fenestrate inadeguate a garantire idonee condizioni di aero-illuminazione, insalubrità degli ambienti abitativi. E continua: “Parecchie coperture sono costituite da onduline in cemento-amianto (il micidiale eternit, ndr), che presentano avanzato stato di deterioramento, con evidenti zone di frattura. Addentrandosi nelle vie che si intrecciano all’interno del quartiere, si notano numerose tubazioni provenienti dalle abitazioni, presumibilmente condotte abusive di scarichi di natura non precisata, che vengono convogliate dentro approssimative canalette di raccolta”. La relazione dell’Ausl si chiude con un perentorio “in considerazione delle diverse problematiche esposte, si ritiene che l’unico intervento in grado di eliminare i numerosi inconvenienti igienici, i rischi per la salute dei residenti, sia un intervento globale di bonifica e risanamento dell’intero quartiere”.

 

Lo conferma la relazione dei Vigili del fuoco. “L’agglomerato è costituito essenzialmente da un insieme di casette ad una elevazione fuoriterra, aggregate fra loro in maniera irregolare e tale che ad alcuni alloggi si accede solo attraverso vicoli pedonali di ridotte dimensioni. La tipologia abitativa più ricorrente è caratterizzata da strutture in muratura, con ampio utilizzo di laterizio forato, tetto con ordinatura in legno e copertura con lastre di onduline prevalentemente in eternit, ed impianti elettrici che non sono conformi per presenza di cavi volanti e mancanza di protezione”.

Tutto questo, come spiega la relazione del Genio Civile, “ulteriormente aggravato dall’assenza di una rete di raccolta e convoglimento delle acque meteoriche, le quali dai rilievi soprastanti si riversano copiosamente nell’area sottostante, unitamente a detriti e materiale eterogeneo. Lo stato di fitto assemblamento delle baracche e l’assenza di percorsi interni adeguati evidenzia peraltro, nell’ipotesi di eventi calamitosi, difficoltà di pronto intervento”.

Le casupole di fondo Fucile, però, non fanno in tempo a svuotarsi che sono già rioccupate. Eʼ accaduto a ottobre del 2008. Cinque baracche libere dal 2006 e mai demolite, occupate nel giro di qualche mese: il comune mura gli ingressi con mattoni forati, non esattamente impenetrabili. Occuparle è un gioco da ragazzi. E, puntualmente, avviene. Perchè le casette hanno i muri in comune, abbatterne una significa farne cadere altre venti.

 

Nel 2005, il Comune accede ad un finanziamento ministeriale per la bonifica delle aree da liberare dalla micidiale fibra d’amianto: cʼè ovviamente fondo Fucile, ma qualcosa non funziona. “Abbiamo cercato prima di rimuovere i tetti, ma così facendo le baracche sarebbero diventate non più abitabili. E quindi abbiamo tentato la “inertizzazione” dellʼamianto, che consiste nello spalmare una resina sui tetti d’amianto per evitare che si sbriciolino. Ma a tutte e due le operazioni, gli abitanti di fondo Fucile si sono opposti”. La raccontava così Maria Canale, ex dirigente del comune di Messina e allʼepoca Rup di tutto il procedimento di bonifica dellʼarea. Perchè? “Probabilmente perchè la messa in sicurezza dellʼarea non avrebbe dato titolo agli abitanti di fondo Fucile di avanzare in graduatoria per motivi straordinari”, interpretava nel 2012 l’assessore al Risanamento Roberto Sparso, che aggiungeva un altro particolare: “Secondo il bando del ministero, la bonifica sarebbe stata possibile solo sugli immobili in regola con la legge. Quindi, anche volendo, non avremmo potuto intervenire a Fondo Fucile”.

Nel 2018, al termine dei suoi cinque anni di amministrazione, Renato Accorinti, nella relazione di fine mandato, annuncia che è pronta la graduatoria per lo sbaraccamento col progetto “Capacity“, integrato da fondi Pon metro e dall’ormai leggendaria, in senso negativo, legge 10 del 1990, che avrebbe dovuto sbaraccare Messina ma che nei fatti è miseramente fallita. Adesso tocca a Cateno De Luca, l’attuale sindaco: la sua Agenzia per il risanamento è davvero l’ultima spiaggia.

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