ROMA. Nel 2020 in Italia si sono registrati 100.526 morti in più rispetto alla media dei cinque anni precedenti, un numero superiore del 15,6 per cento. In tutto sono morte 746.146 persone, da gennaio a dicembre, un intero anno solare in cui il totale dei decessi è stato il più alto mai registrato in Italia dal secondo dopoguerra.

Che l’incremento sia dovuto alla pandemia da covid 19 è fuori da ogni dubbio, tranne che per una serie di menti appannate, come dimostrano le curve di mortalità e un rapporto istat: due decisissimi picchi tra febbraio e maggio, e da metà ottobre a fine anno, in esatta corrispondenza con prima e seconda ondata dimostrano molto chiaramente a cosa sia imputabile la “sovramortalità di centomila persone.

(i grafici sono tratti da “Il Post”)

 

Quindi circa centomila persone sono morte di covid? Ovviamente è difficile dirlo con precisione, ma volendo andare ” a spanne”, probabilmente sarebbero di più: nei mesi di gennaio e febbraio 2020 i decessi per il complesso delle cause sono stati inferiori di circa 7.600 unità a quelli della media dello stesso bimestre del 2015-2019. Tra marzo e dicembre, in piena pandemia, si sono osservati 108.178 decessi in più rispetto alla media dello stesso periodo degli anni 2015-2019 (21% di eccesso).

Però il sistema di sorveglianza nazionale Covid-19 ha registrato 75.891 decessi causati da coronavirus, un numero più contenuto rispetto ai centomila in più della media 2015/2019. Come si spiega questa differenza? Molto probabilmente con i decessi sfuggiti al sistema di tracciamento dei contagi nella prima fase, quando durante la vera e propria strage nel bergamasco, molta gente moriva in casa, senza ricoveri, per cause che non sono mai state accertate clinicamente, e quindi non riportate come casi covid. E infatti, durante la prima ondata, in Lombardia c’è stato un aumento dei decessi del 111,8 per cento rispetto alla media dei cinque anni precedenti. Numero che non si può spiegare in altro modo se non con l’inizio della pandemia mondiale.

Ovviamente, c’è chi se l’è cavata “meglio” rispetto agli altri. La Sicilia, per esempio, che per tutto l’anno ha registrato un incremento della mortalità tutto sommato marginale: a Messina, per esempio, l’incremento è stato del 5,5% in più (e nei mesi primaverili, in pieno lockdown, era addirittura diminuita rispetto ai cinque anni precedenti), a riprova del fatto che i paragoni con Bergamo (comune che ha fatto registrare il 42,5% di decessi in più, con paesi dell’entroterra come Foppolo che sono arrivate a picchi del 127% in più, a Comun nuovo del 111, e Valtorta del 114) fatti a più riprese dal sindaco Cateno De Luca erano del tutto immotivati, fuori luogo e persino offensivi, al netto di tutte le responsabilità da parte delle autorità sanitarie nella gestione della pandemia.

Non che siano state tutte rose e fiori: a Tripi, la percentuale di “sovramortalità” è stata dell’81%, ma è stato l’unico comune in provincia a presentare numeri del genere, perchè nella maggioranza dei 108 comuni, il saldo è addirittura positivo. Sono morte, cioè, meno persone nel 2020 che nella media degli anni scorsi: a Longi il 54% in meno, a Malvagna addirittura il 67% in meno.

 

Complessivamente, Messina se l’è cavata piuttosto bene, sia come provincia che come città. Palermo presenta un tasso di sovramortalità del 10,5%, Catania del 7,5%. Oltre al fatto che Messina ha il tasso di letalità (cioè la percentuale di decessi in rapporto ai contagiati) più basso della Sicilia, regione che ha già i valori tra i più bassi d’Italia.

 

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