di Claudia Mangano e Alessio Caspanello

MESSINA. Malgrado le tante vittime degli ultimi mesi, e i paragoni del tutto fuori luogo con quanto accaduto a Bergamo, a Messina non c’è stata nessuna “strage” a causa del coronavirus, almeno in proporzione con il resto dell’isola e con il resto d’Italia. La provincia dello Stretto è infatti quella che presenta il più basso tasso di letalità in Sicilia, cioè quante persone sono morte tra quelle contagiate, in una regione che è già ampiamente sotto la media italiana e che si piazza tra le ultime otto in Italia.

Sono i dati, aggiornati all’8 febbraio, dell’Istituto superiore della Sanità, che spiegano che le morti in provincia di Messina, benché tragiche, non solo non siano numericamente “fuori scala” come è stato affermato da qualche voce, ma sono addirittura inferiori (di molto) al resto di quelle patite in quasi tutta Italia.

Di che numeri parliamo? A Messina, su 18.920 casi di contagi dall’inizio della pandemia, i decessi sono stati 351 (con una decisa prevalenza di uomini), per un indice di letalità dell’1,86%. In pratica, meno di due persone su cento su quelle che hanno contratto il coronavirus, sono poi morte per le complicazioni legate all’infezione.

 

Per comparazione, la provincia che ha subito di più la pandemia è stata Enna, con un tasso di 3,35%, che deriva da un numero molto più bassi di contagi, appena 4241, ma un alto numero proporzionale di morti, 142. Numeri alti, ma più bassi della media italiana, che è del 4,51% (oltre un milione e 244mila contagiati per 56mila morti) , contro il 2,61% della Sicilia, che all’8 febbraio aveva 142mila contagiati e 3704 vittime. In valori assoluti, Catania fa segnare il record di contagi (poco meno di quarantamila) e di morti (1219, quasi quattro volte quelle di Messina), ma l’indice di letalità della provincia etnea è il terzo in Sicilia.

 

La regione italiana in cui il coronavirus ha colpito più duro non è stata la Lombardia, come si potrebbe pensare dopo la strage, quella sì così denominata a ragione, di Bergamo a marzo, ma la Valle d’Aosta, che presenta un allarmante 5,22% di indice di letalità: 410 morti, ma su 7856 contagiati. La Lombardia, seconda con un indice del 5% tondo, impressiona invece per numeri assoluti: 27.504 morti su oltre mezzo milione di contagiati.

 

L’indice di letalità indica quante persone sono morte per cause rapportabili al Covid-19 fra quelle positive al coronavirus, ed è diverso dal tasso di mortalità, che rileva il numero di vittime in rapporto a tutta la popolazione di un territorio. Perché è rilevante questa percentuale? Quello messinese, che comunque è un tasso molto basso, preso così può significare o che il virus qui è stato poco “cattivo”, ipotesi poco plausibile perché indicherebbe un ceppo diverso, meno aggressivo, solo per Messina, cosa impossibile, o che gli ospedali hanno saputo curare bene i malati: teoria solo di poco più verosimile, dato che i protocolli per la cura da infezioni da coronavirus sono comunque molto generici a causa della poca conoscenza del virus.

Strano a dirsi, visto il disastro di dicembre a Messina, la letalità dipende anche dal sistema di tracciamento dei contatti: avere alti indici (molti morti in rapporto ai contagiati) può significare che siano stati individuati pochi positivi, solo i più gravi (e a Messina, per lo meno in città, questo sembra da escludere, visto l’enorme numero di tamponi a tappeto somministrati nei drive in del Gazometro, dell’Annunziata e di San Filippo), mentre tassi di letalità più bassi possono significare un campione più elevato di persone testate, ma magari un numero assoluto comunque molto alto di morti. Quindi, comunque la si legga, è una notizia molto buona, considerando sempre i contorni di una pandemia mondiale.