Il recente, succulento volume di Marcello Mento (Spigolature peloritane, Pungitopo Editrice) contenente alcuni degli ampi articoli (ben ventinove) da lui scritti per la Gazzetta del Sud, stimola una serie di riflessioni intorno a cosa abbia concorso a delineare il Genius Loci  della città di Messina nel corso della sua plurimillenaria storia.

Sono in molti a ritenere che l’identità di un sito dipenda dalle caratteristiche intrinseche del luogo e dei suoi abitanti, così come esse si sono espresse nel tempo. Fa assai spesso da sfondo a tale convincimento una posizione che definirei “autarchica”, secondo la quale il luogo è speciale sol perché dotato di una particolare identità che lo rende unico e addirittura superiore a tanti (o a tutti gli) altri. A Messina si è in tal modo venuta creando il mito della “messinesità”, una sorta di categoria dello spirito originata dalla somma di tutti i “primati” che la città sarebbe in grado di vantare a cospetto del resto del mondo.

Una tal forma di campanilismo esasperato è costretta giocoforza a sostanziarsi di narrazioni, ossia di rappresentazioni della realtà in gran parte frutto di scelte arbitrarie che al giudizio storico preferiscono il pre-giudizio localistico, lo stesso mostrato dai nostri antenati in civiltà, i greci, la cui “civiltà” non impediva tuttavia agli stessi di considerare barbari (όι βάρβαροι) tutti coloro che non rientrassero nei loro canoni di politesse.

Come pare ormai acquisito dalle riflessioni antropologiche che da almeno un trentennio a questa parte si sono sviluppate intorno all’argomento, una tale costruzione campanilistica dell’identità è destinata a scontrarsi con la realtà, e l’identità “monolitica” laddove venga sottoposta a una seria opera di decostruzione si rivela un’identità creata, per così dire, a tavolino, esito di velleità localistiche piuttosto che dalla consapevolezza della natura ibrida, meticcia, multiforme e stratificata di ogni realtà identitaria. L’identità insomma si declina meglio attraverso le differenze e le contaminazioni, non inerisce all’essenza di un oggetto ma dipende dalle nostre decisioni. Non esiste l’identità fine a se stessa, esistono modi diversi di organizzare il concetto di identità. Insomma, l’identità viene sempre, in qualche modo, “costruita” o “inventata”…

Se quindi andassimo ad analizzare la storia di una città per scandagliarne il cuore, ossia ciò che nel tempo è destinato a permanere, non potremmo non tener conto – oltre che delle consapevolezze, delle descrizioni, delle narrazioni storicamente sviluppatesi all’interno di essa – anche e forse soprattutto di quanto gli sguardi esterni, le frequentazioni, i mutui scambi, le interferenze e le contaminazioni con realtà etniche, religiose, culturali e intellettuali le più distanti abbiano giocato nel concorrere a fare di essa ciò che essa attualmente è, al di là e all’infuori delle mode passeggere. Come l’antropologia è, sostanzialmente, uno sguardo (più o meno reciproco) tra angoli di mondo, allo stesso modo i contatti tra la cultura local e quella global sono stati storicamente il veicolo eminente perché si determinassero incontri tra genti diverse, anche (forse soprattutto) a partire dalla condizione di “spaesamento” determinata da un’esperienza umana che si renda permeabile all’altro da sé.

Marcello Mento, nel narrarci un certo numero di storie su personaggi e vicende pertinenti il mito, la leggenda o la storia vera e propria, tanto événementielle quanto di lunga durata, ci offre la possibilità di confermarci ancora una volta su quanto Paul Ricoeur, sviluppando un’intuizione hegeliana, ci insegnava sostenendo che l’alterità ricopre un ruolo primario nel processo di costituzione del sé. Ciò che chiamiamo “io” secondo Ricoeur è una realtà costitutivamente decentrata da sé, la cui identità si viene faticosamente costruendo attraverso un laborioso riconoscimento in sé delle molteplici tracce dell’altro. Analogamente, i moderni studi di psicologia riconoscono l’importanza dello sguardo dell’altro nella costruzione del sé. Alla luce di tale assunto noi non potremmo avanzare tentativi di definizione del Genius Loci di Messina se non attraverso la conoscenza degli sguardi che su di essa si sono rivolti nel corso dei millenni e delle presenze straniere che il mito o la storia hanno registrato lungo le sue plaghe. Ciò ci consentirebbe forse di liberare una volta per tutte la nostra percezione di questa città dalla camicia di Nesso, invero assai provinciale, di un’identità sognata giocata sull’accumulo di “caratteri” e “geni” che ci ha fatto comodo considerare reali ma che vengono contraddetti laddove si esercitino uno sguardo e una valutazione non conformisti della realtà. Com’è indubbio che vedersi attraverso gli occhi degli altri comporti, in qualche modo, il rischio di esporsi a un oltraggio delle proprie memorie (che lo sguardo altrui non sempre è in grado di cogliere), è altrettanto vero che tale esercizio, pur rivelandosi ingrato e doloroso, alla lunga mette in libertà risorse di pensiero che erano rimaste imprigionate nel cerchio magico dell’autoreferenzialità e dell’orgogliosa, a volte grottesca, rappresentazione di sé.

Marcello Mento mi pare muoversi a partire da tale consapevolezza, e nel suo libro spazia con grande leggerezza attraverso storie che ricadono sempre nell’areale peloritano. Lui le chiama modestamente spigolature, ma la loro esposizione lascia scorgere le innumerevoli letture che stanno a monte degli scritti, letture critiche che in alcuni casi hanno stimolato nell’autore vere e proprie “prosecuzioni dell’indagine”, come si direbbe in gergo poliziesco, ossia ulteriori, puntuali scandagli che egli ha inteso compiere al fine di chiarire a sé stesso i reali contorni di una determinata vicenda, di una determinata figura.

Disposti secondo un ordine cronologico, i capitoli illustrano vicende e personaggi che trapassano dal mito alla leggenda alla storia facendoci avvertiti di come l’angolo di mondo chiamato Messina sia stato da sempre teatro di eventi di singolare rilievo. Dalle tracce della mitica statua di Zeus Peloros alla presenza di Re Artù e della sorella sua Morgana in riva allo stretto, dalla politica “peloritana” di Riccardo Cuor di Leone all’impresa di Antonio Duro incendiario di navi turche a Gallipoli, dall’epopea di Scipione Cicala, preso prigioniero dai turchi e dopo la conversione al Corano divenuto ammiraglio della flotta turca ottomana, alla presenza a Messina dell’autore del Don Quijote, da Caravaggio a Rembrandt, da Pasquale Bruno a Dolomieu, e poi Simone Martinez, Carlo Grimaldi, Anastasio Cocco, Leone Savoja, Saro Cucinotta e Maddalena Gonzenbach (sorella della Laura raccoglitrice di fiabe prima ancora di Pitrè), e giganti come Nietzsche e Wagner, come il premio Nobel Mechnikov che proprio sulle rive dello Stretto scopriva la fagocitosi. E Le Corbusier, e Daphne Phelps, nipote del pittore Robert Kitson e raffinata landlady di Villa Cuseni…

Quello che colpisce in tutte le storie narrate da Marcello Mento è che nessuna di esse appare una monade disarticolata dagli eventi che si succedevano nel resto del mondo. La storia di Messina e del suo areale è stata sempre fortemente embricata alla storia degli altri, e quanto traspare dalle sapide spigolature è proprio la straordinaria apertura di questo territorio alle più svariate correnti artistiche e filosofiche, ai movimenti culturali e alle sperimentazioni scientifiche, alla storia tutta dell’Europa e alle fabulazioni che lungo le sue trame sono venute producendosi. Una storia dunque per nulla autarchica, nient’affatto provinciale, sempre aperta agli apporti esterni e, in qualche modo, assai più libera e fiera di quella che contrassegna il nostro presente…..

Ciò che, infine, a me pare di poter aggiungere dopo aver letto questo bel libro è (sperando di non forzare il pensiero dell’autore) il messaggio sottilmente circolante lungo le storie restituite alla memoria, e cioè un lucido, ancorché implicito riflettere sulla radicale, triste, perniciosa transizione dalla sfera etica, civile, aperta al mondo, a quella estetica, consolatoria, crogiolantesi nel particulare, nella quale la società messinese e quanti negli ultimi decenni l’hanno governata hanno trovato molto comodo e indolore permanere.

 

Foto di Franz Moraci

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