MESSINA. Si è chiusa a Messina la seconda edizione di Scriptōpìa, il progetto dedicato alla scrittura cinematografica e audiovisiva che mette sceneggiatori, registi, studenti, università e pubblico in dialogo intorno a ciò che precede e rende possibile un film: l’idea, la storia, la scrittura. Sei giorni di incontri, lezioni, proiezioni e confronti, attraversati quest’anno dal tema Lo straniero di prossimità.
Un tema che, nelle parole di Francesco Gulletta, ideatore e organizzatore della manifestazione, diventa soprattutto una riflessione sulla perturbazione, sul movimento, sulle connessioni e sulla necessità di non costruire muri là dove esistono possibilità di incontro. A festival concluso, Gulletta ripercorre la genesi di Scriptōpìa, il rapporto con l’Università e con le scuole, il senso di una manifestazione che vuole restituire centralità alla scrittura e racconta ciò che, soprattutto, vorrebbe rimanesse a Messina.
Si chiude la seconda edizione di Scriptōpìa. Qual è la prima immagine che ti viene in mente guardando ai giorni del festival?
La prima cosa che mi viene in mente è una grande gioia per la risposta del pubblico. Non soltanto da parte mia e di Davide Scimone, con cui condivido questo progetto, ma di tutte le persone che hanno contribuito alla realizzazione della seconda edizione.
Abbiamo visto una presenza compatta, entusiasta, che non è mai diminuita nei sei giorni del festival: quattro giornate di proiezioni, le lezioni dei registi e degli sceneggiatori nei diversi dipartimenti dell’Università e, la sera, le proiezioni nella splendida cornice della chiesa di Santa Maria Alemanna.
È stata una grande soddisfazione anche vedere una squadra così eterogenea per età e provenienza lavorare insieme con un unico obiettivo. Dai ragazzi della produzione, del web e della grafica fino a chi, come noi, ha qualche anno in più, passando per un service che riunisce addirittura due generazioni, padre e figlio. Tutti accomunati dalla stessa idea.
La prima edizione aveva segnato la nascita di un festival nuovo per Messina. Questa seconda edizione ha confermato che quella intuizione poteva diventare un progetto stabile? Ha aggiunto qualcosa all’identità del festival rispetto alla prima?
Scriptōpìa non è nuovo soltanto per Messina. È un festival nuovo per l’Italia e, forse, non soltanto per l’Italia.
L’idea nasce da un’intuizione di Davide Scimone. Una dozzina di anni fa pensò che la scrittura per il cinema fosse una componente davvero sottovalutata e che fosse necessario creare un festival per ragionare intorno a questo tema.
Mi chiese di sposare il progetto. Noi avevamo già alle spalle un’esperienza comune, quella della Film Commission, che continua ancora oggi e che dura ormai da più di vent’anni.
Prima di Scriptōpìa avevamo organizzato diverse rassegne, tra cui Corto Stretto, e poi un’edizione zero, Descrivere cinema, che funzionò molto bene. Avevamo provato anche a recuperare un luogo ormai abbandonato, quella particolare scalinata della passeggiata a mare che oggi non conduce più alla parte bassa, e lì avevamo montato un grande schermo, sfidando persino il vento, ospitando sceneggiatori di grande rilievo.
Quella prima esperienza si fermò lì, ma non si fermò l’idea. Oggi Scriptōpìa aggiunge qualcosa alla propria identità: ha trovato una sua direzione precisa e ha dimostrato che intorno alla scrittura audiovisiva è possibile costruire una comunità di pubblico, studenti, professionisti e studiosi.
Scriptōpìa mette al centro qualcosa che nel cinema spesso rimane invisibile: la scrittura. Perché avete sentito l’esigenza di costruire un festival proprio intorno alla figura dello sceneggiatore e al lavoro sulla storia?
Perché la scrittura per il cinema è una parte quasi reietta della produzione cinematografica. Eppure, se non ci fosse quella scrittura, non ci sarebbe nulla.
La sceneggiatura non è semplicemente un copione per gli attori, come spesso si pensa. È una scrittura tecnica, che serve a tutti i membri della troupe. L’intestazione di una scena, per esempio, indica un ambiente, una condizione di luce, un momento della giornata: sono informazioni che interessano lo scenografo, il direttore della fotografia, chi organizza la produzione, la segretaria di edizione e molte altre figure.
È una scrittura ibrida, che può somigliare alla prosa, ma che ha una funzione completamente diversa. E soprattutto è una scrittura destinata a scomparire nel momento in cui iniziano le riprese. Il film che vediamo sullo schermo non è più la sceneggiatura: è un testo completamente diverso, determinato dalle circostanze della produzione e da quella che potremmo definire una seconda scrittura, quella del montaggio.
Il montaggio non determina soltanto la punteggiatura del film: può cambiarne completamente il senso e il posizionamento delle immagini.
Ma il problema è ancora più ampio. In un momento in cui le risorse tecniche consentono praticamente a tutti di realizzare immagini, abbiamo una produzione sterminata di video e di fotografie. La capacità tecnica e la capacità di costruire immagini sono cresciute enormemente. Ma quante di queste immagini hanno una reale necessità di esistere? Quante restano?
Sempre più spesso, soprattutto nei cortometraggi, vediamo lavori molto belli, patinati, tecnicamente eleganti, ma carenti dal punto di vista strutturale e narrativo. Le storie hanno un’importanza sempre minore. Ecco perché ci è sembrato ancora più urgente riportare al centro la scrittura, l’idea, il progetto, la capacità di mettere ordine nelle idee.
Il tema di quest’anno, “Lo straniero di prossimità”, ha una particolare forza proprio perché sposta il concetto di straniero dalla distanza geografica alla vicinanza. Quanto questo tema ha orientato la scelta degli ospiti, dei film e degli incontri?
Moltissimo. Ma Lo straniero di prossimità è anche una provocazione, un pretesto. In realtà il tema che ci interessava era quello della perturbazione, del movimento.
Non esistono storie senza movimento. Non esiste una progressione senza movimento. La perturbazione è la modifica della condizione iniziale che innesca una storia, quello che qualcuno ha definito il viaggio dell’eroe: una serie di ostacoli attraverso i quali il protagonista modifica inevitabilmente la propria condizione.
Lo straniero, allora, non è necessariamente qualcuno che arriva da lontano. Può essere tutto ciò che non conosciamo o che decidiamo di non conoscere. Possiamo essere stranieri anche a noi stessi, se non facciamo lo sforzo di conoscerci e riconoscerci.
Abbiamo cercato di declinare questo concetto in molte direzioni. Il quieto vivere di Gianluca Matarrese, per esempio, racconta due cognate che scelgono consapevolmente di costruire la propria estraneità, cercando tutto ciò che le differenzia e innalzando dei muri.
Poi c’è il tema della guerra, e in particolare della guerra nel Mediterraneo, che è una questione di prossimità molto più di quanto siamo disposti a pensare.
E ancora Agnus Dei e Amore di Nunzio Gringeri, che affrontano spiritualità, religione, riti e consuetudini che ci sembrano lontani e arcaici, ma che si svolgono a pochi metri da noi.
E c’è la questione della tradizione. Gringeri dice una cosa che trovo bellissima: per continuare a perpetrare la tradizione bisogna tradire la tradizione. Tradizione è tradimento. Anche questo riguarda lo straniero, l’inclusione, il movimento, la costruzione delle storie. Tutto è fatto di connessioni. Dovremmo cercare connessioni piuttosto che costruire muri.
Abbiamo voluto affrontare anche la figura della donna nella commedia italiana, che resta in qualche modo una figura straniera, invitando Lisa Nur Sultan, autrice capace di muoversi continuamente oltre i confini tra commedia e cinema più propriamente drammatico.
Uno degli aspetti più interessanti di Scriptōpìa è il dialogo tra cinema, università e formazione. Che cosa hai visto accadere nel rapporto tra gli studenti, gli autori e i professionisti incontrati durante il festival?
È un aspetto che mi sta particolarmente a cuore. Quando ero studente al DAMS di Bologna ho sofferto molto la mancanza di laboratori. Soltanto alla fine del percorso abbiamo avuto un vero seminario, durante il quale eravamo una quindicina di studenti e abbiamo realizzato un documentario sulla Manifattura Tabacchi, che sarebbe poi diventata il centro delle arti di Bologna.
A Messina la situazione era abbastanza simile: una facoltà con una forte vocazione umanistica e certamente interessata allo sviluppo di approcci pratici da parte dei professionisti del cinema e della televisione. Per questo ci è sembrato urgente creare occasioni di confronto con gli addetti ai lavori, con i tecnici, con i registi, con gli sceneggiatori, anche nell’ottica di arrivare a laboratori permanenti.
La cosa bella, già al secondo anno, è vedere un interesse e un entusiasmo crescenti. Da parte dei docenti, degli studenti e soprattutto degli stessi professionisti, che sono molto interessati a confrontarsi tra loro.
Un merito particolare va a Federico Vitella, coordinatore del comitato scientifico dell’interfacoltà dell’Università di Messina, che ha voluto fortemente mettere in dialogo sceneggiatori e registi con figure appartenenti ad ambiti diversi dell’Ateneo, dai giuristi ai sociologi.
Ed è proprio quando ci si allontana apparentemente dal campo specifico degli ospiti che spesso nascono i confronti più interessanti.
Quanto è importante, oggi, creare occasioni concrete perché chi vuole scrivere per il cinema e la televisione possa incontrare chi questo mestiere lo fa realmente?
È fondamentale, perché i ragazzi sono spesso confusi e hanno bisogno di capire come funzionano realmente i meccanismi del mestiere che pensano di voler fare.
Quest’anno, per esempio, l’incontro con Karen Di Porto è stato particolarmente motivante. Ha fatto capire molto concretamente che cosa serve per intraprendere questo percorso e, più in generale, che cosa significa costruire un mestiere. È stato un incontro motivazionale a trecentosessanta gradi.
Il confronto diretto con chi lavora nel cinema permette di trasformare un’idea astratta in qualcosa di concreto. E questo vale non soltanto per gli studenti, ma per chiunque voglia avvicinarsi seriamente alla scrittura audiovisiva.
C’è stato, in questi giorni, un incontro, una domanda o una reazione del pubblico che ti ha particolarmente sorpreso?
Gli incontri sono stati tutti molto interessanti proprio perché le persone invitate avevano provenienze diverse. Quest’anno, inoltre, abbiamo scelto volutamente figure che potevano sembrare outsider rispetto ai consueti canali distributivi.
Ma erano outsider soltanto apparentemente. Gianluca Matarrese, per esempio, è al suo decimo film e i suoi lungometraggi sono stati presentati a Venezia e hanno vinto numerosi festival. Lo stesso vale per Nunzio Gringeri.
Ci interessava portare a Messina qualcosa che spesso non passa attraverso i normali canali della distribuzione in sala, ma che costituisce un territorio enorme, ricchissimo di opere amate dagli addetti ai lavori e da un pubblico che abbia voglia di scoprire.
Questa, del resto, è una delle vocazioni di Scriptōpìa: mostrare opere che a Messina, e spesso in Sicilia, non sono ancora state viste.
Scriptōpìa non è soltanto un festival di proiezioni. È stato piuttosto pensato come un luogo di confronto sulla scrittura e sui processi creativi. Quanto conta, secondo te, restituire tempo e spazio alla riflessione sul “come nasce” una storia?
Tempo e spazio sono fondamentali e dovrebbero esserlo molto di più per tutti noi.
Dovremmo cercare e trovare lo spazio e, trovato lo spazio, trovare anche il tempo. Dovremmo sottrarci alle mille sollecitazioni quotidiane per vivere un tempo in cui la nostra attenzione sia dedicata a una sola cosa.
Solo così, dal mio punto di vista, possono nascere grandi storie e grandi riflessioni.
Messina può diventare una città capace di ospitare una riflessione nazionale sulla scrittura audiovisiva? E che cosa servirebbe perché Scriptōpìa possa crescere ancora?
Credo di sì. Messina sta vivendo un buon periodo, fatto di fermenti, iniziative, suggestioni. Spesso queste esperienze si dissolvono, si polverizzano, ma lasciano comunque qualcosa nell’aria. Credo che sia una città ideale per ospitare una riflessione sulla scrittura audiovisiva.
Perché Scriptōpìa possa crescere servono più persone, più confronto durante l’anno tra noi e tra soggetti diversi, un’articolazione ancora maggiore dei settori.
Ci sono molte questioni che potrebbero essere affrontate con maggiore continuità: le sceneggiature tratte da opere letterarie, oppure il cinema della realtà, il documentario narrativo, che ha raccolto l’eredità del neorealismo italiano, una delle ragioni per cui il nostro cinema è conosciuto nel mondo
E penso ad Amore di Nunzio Gringeri, a Il quieto vivere di Gianluca Matarrese. A quei documentari narrativi, insomma, che sono cinema della realtà, eredi del neorealismo italiano.
Servono, quindi, più tempo, più soggetti coinvolti e probabilmente anche più risorse economiche.
Adesso che le luci si spengono, che cosa vorresti che rimanesse, a Messina, di Scriptōpìa 2026?
Sono rimaste tante piccole luci. Tanti spunti, tante idee. E alcune persone, sull’onda dell’entusiasmo del festival, stanno pensando di fare delle cose.
Abbiamo ragazzi che hanno iniziato a scrivere cortometraggi, altri che hanno cominciato a lavorare su reel o su video che accompagneranno la musica che producono. Questo è quello che mi interessa davvero: che qualcosa continui a muoversi dopo che le luci si sono spente.
Mi piacerebbe che Scriptōpìa lasciasse proprio questo: la voglia di scrivere, di provare, di costruire qualcosa.
C’è poi una cosa che quest’anno mi è mancata molto: il confronto con le scuole superiori. Abbiamo spostato il festival e probabilmente siamo finiti troppo a ridosso dell’inizio dell’anno scolastico, per cui non siamo riusciti a riportare gli studenti dei licei alle lezioni universitarie, come invece era avvenuto l’anno scorso.
Ho però incontrato alcuni ragazzi nelle scuole e ho trovato persone molto disponibili a raccogliere sollecitazioni e, in alcuni casi, persino più propositive degli stessi universitari. Per questo vogliamo prestare molta attenzione alle scuole superiori e riportarle dentro Scriptōpìa il prossimo anno.
Se dovessi raccontare Scriptōpìa a qualcuno che non c’è mai stato, senza usare la parola “festival”, come lo definiresti?
In realtà non saprei trovare un’altra parola, perché festival è una parola che mi piace molto.
Mi restituisce l’idea di fermento, di fucina, di un grande magma fatto di incontri e suggestioni, anche molto diverse tra loro.
Uno cerca di incardinare le discipline, ma poi, dentro un festival, qualunque esso sia — musicale, cinematografico, letterario o scientifico — le discipline zampillano, si incontrano, producono cose diverse, generano confronti.
Perciò, se devo dirti la verità, la parola festival non la abbandonerei.
(in copertina foto di Carla Bonomo)





