Il mare, a Messina, non è mai soltanto un orizzonte. È una presenza, una memoria, un’identità ed una fonte inesauribile di storie e suggestioni. È lo Stretto che separa e unisce, il luogo dei miti antichi, delle leggende tramandate, dei personaggi che appartengono alla storia ma anche all’immaginario collettivo. È un mare che, da sempre, sembra invitare a guardare oltre ciò che si vede. Ed è forse proprio da qui che nasce anche lo sguardo di Lorenzo Martino, che nel disegno ha trovato il modo di dare forma alla propria immaginazione. Nel suo lavoro realtà e fantasia si incontrano, insieme alla storia, alla memoria, alla cultura siciliana e a quell’universo di immagini e racconti che il giovane artista messinese ha iniziato a coltivare fin da bambino. Nato a Messina il 4 marzo 1992, Lorenzo cresce in una casa immersa nell’arte. Suo padre, il pittore messinese Giosè Martino, gli trasmette il piacere dell’osservazione e lo abitua fin da piccolo a vivere tra quadri, musei, chiese e storie dell’arte. Dopo il liceo classico a Messina, Lorenzo lascia la sua città a diciotto anni per studiare Architettura a Ferrara, vive un’esperienza Erasmus a Siviglia e, dopo la laurea, si trasferisce a Milano, dove frequenta per tre anni la Scuola del Fumetto. Un percorso che sembra, dunque, attraversare discipline e città diverse, ma che conduce in una direzione precisa: quella di un artista che utilizza il disegno per raccontare, reinterpretare e costruire mondi. È così che Lorenzo diventa Valdemone, nome con cui firma la sua attività artistica, e divide il suo tempo tra l’insegnamento e il lavoro di illustratore e fumettista. La sua produzione spazia dall’illustrazione al racconto per immagini, attraversando temi legati alla storia, al mito, alla cultura e all’immaginario della sua terra. Nel 2023 ha illustrato per Mesogea “Colapesce”, testo di Ignazio Buttitta, curandone la copertina e le illustrazioni interne. Nel giugno 2026 è tornato a confrontarsi con la stessa figura leggendaria con “L’ombra di Colapesce”, un’opera interamente realizzata da lui, dalla scrittura al disegno, fino al colore. Ma Colapesce è soltanto una delle porte attraverso cui entrare nel suo universo creativo. Perché dietro ogni tavola, ogni personaggio e ogni storia c’è soprattutto uno sguardo: quello di un artista nato sullo Stretto e cresciuto con la curiosità di chi ha imparato presto che, qualche volta, per raccontare la realtà bisogna prima lasciarsi guidare dall’immaginazione.

Come nasce la tua passione per il mondo del disegno?

“Sicuramente è stata importante l’influenza di mio padre, Giosè Martino, che tra le varie cose è anche un pittore. Sono cresciuto tra i suoi quadri e quelli di una cerchia di artisti messinesi che frequentava, come Francesca Borgia, Piero Serboli e Togo. Mio padre mi ha trasmesso anche la passione per la storia, portandomi a visitare chiese e musei. A casa si respirava quindi un’atmosfera molto legata all’arte. I miei raccontano che da piccolissimo osservavo molto, senza voler prendere in mano matite o pennelli. Poi, intorno ai tre anni, ho iniziato a disegnare e da allora non ho più smesso.”

Quando hai capito che poteva diventare un lavoro?

“Già durante l’adolescenza. Disegnavo sui quaderni e alle medie realizzavo i miei primi fumetti, spesso trasformando i professori in mostri che con i miei compagni dovevamo combattere. Alle superiori disegnavo anche sui banchi: uno, sul quale avevo riprodotto il Giudizio Universale di Michelangelo, sono riuscito persino a portarlo a casa con l’aiuto ed il consenso dei collaboratori scolastici.”

Che iter di studi hai seguito?

“Dopo il liceo classico ho pesanto anche all’Accademia di Belle Arti, ma Architettura mi sembrava una scelta più aperta: c’erano il disegno, la progettazione e l’arte, ma anche maggiori possibilità professionali. Solo dopo la laurea ho deciso di specializzarmi nel fumetto frequentando la scuola del Fumetto di Milano.”

Sei cresciuto in mezzo alla pittura. Perché hai scelto proprio il fumetto?

“Non è stata una scelta completamente consapevole. Probabilmente mi affascinava la possibilità di raccontare attraverso più immagini, sfruttando la sequenzialità. Mi è venuto spontaneo sviluppare un linguaggio più sintetico e narrativo rispetto a quello pittorico.”

Qual è la forza del fumetto?

“È molto potente, è un’arte complessa perché unisce disegno, scrittura e una componente quasi registica: inquadrature, ritmo e sequenza delle immagini. Per questo può comunicare moltissimo.”

Quali sono gli autori che ti hanno maggiormente influenzato?

“Sergio Toppi è stato fondamentale. Poi, durante la Scuola del Fumetto, ho scoperto autori sudamericani come Alberto Breccia e José Muñoz, dai quali mi hanno colpito soprattutto la deformazione e il grottesco. Tra i francesi c’è Moebius, mentre tra gli italiani adoro Andrea Pazienza.”

Come vedi oggi il fumetto italiano?

«È una scena molto interessante. Nonostante le difficoltà e la precarietà del lavoro, ci sono moltissimi talenti. Il fumetto si è spostato sempre più dalle edicole alle librerie e ha conquistato un pubblico molto più ampio.»

Una volta i fumetti appartenevano a prettamente a linguaggio per bambini o per “nerd”…

“Oggi esiste un fumetto per tutti: per chi cerca storie politiche, di genere, leggere o più impegnate. Ci sono autori italiani straordinari, come Andrea Serio, che apprezzo moltissimo.

Di cosa parla L’ombra di Colapesce?

“Il fumetto parte dal mito di Colapesce, ma non racconta semplicemente la leggenda. Il protagonista è un ragazzo della Messina del 2026 che deve realizzare un fumetto proprio su Colapesce e, attraverso questo lavoro, riflette sul suo rapporto con la città e con la terra d’origine che ha lasciato. È un rapporto contraddittorio, fatto di partenze, ritorni, amore e odio verso la propria terra. Ho sempre visto Colapesce come un personaggio molto attuale: da una parte rappresenta il desiderio di esplorare e andare lontano, dall’altra quello di tornare. È una dimensione che sento molto vicina alla mia esperienza e a quella di tanti messinesi.”

Perché proprio Colapesce?

“Perché è un personaggio di tutti e può essere interpretato in tanti modi. Io ci vedo una spinta contraddittoria: da una parte il desiderio di andare lontano, dall’altra quello di tornare. È qualcosa che sento molto vicino a noi messinesi e, più in generale, a chi lascia la propria terra.”

Quanto c’è di autobiografico in quest’ ultimo tuo lavoro?

“Moltissimo. È il primo fumetto in cui sono anche autore dei testi e volevo parlare di qualcosa che conosco bene. Anch’io vivo un rapporto doloroso con Messina, che ho lasciato a 18 anni. Il protagonista ha molto di me e anche gli altri personaggi prendono spunto dal mondo messinese in cui sono cresciuto.”

Come definiresti il tuo stile?

“È difficile definirlo. Ci sono molte influenze, italiane, francesi e sudamericane, che ho assorbito nel tempo. Mi piace soprattutto la deformazione espressiva e il grottesco. Nei miei lavori cerco una via di mezzo tra il realistico e l’umoristico.”

A Messina sono nate e continuano a nascere tante nuove realtà culturali…

“Sono molto contento di quello che sta nascendo. Rispetto agli anni 2000 percepisco più movimento e più entusiasmo. Penso all’Officina del Sole, a Puliamo Messina, alle riviste come The Messineser e alle pagine d’informazione come Lettera Emme nate anche da persone della nostra generazione. Sono segnali molto belli.»

La città di Messina nel tuo percorso e in quello che fai ti ha più aiutato o ostacolato?

“Mi ha aiutato moltissimo. Messina è una città complessa, piena di contraddizioni, di bellezze e di brutture. La risceglierei sempre. Mi dà gioia e orgoglio essere messinese e credo che la città sia alla base del mio immaginario e della mia ricerca artistica.”

Anche il tuo nome d’arte richiama questo legame. Perché Valdemone?

“Il Valdemone era una delle tre circoscrizioni storiche della Sicilia e comprendeva principalmente il territorio messinese e l’area dell’Etna. Da ragazzo vedevo spesso questa parola sulle ceramiche e sui prodotti artigianali della zona. Dopo la laurea, quando ero già a Milano, ho pensato di usarla proprio per richiamare la terra da cui provengo e la sua tradizione.”

Qual è il tuo P.S. (Post Scriptum)?

“Credo sia importante ricercare sempre l’entusiasmo. Quello che da bambini troviamo facilmente e che crescendo diventa più difficile ritrovare. Per me disegnare è soprattutto una ricerca di gioia, divertimento ed entusiasmo. E penso che ognuno dovrebbe cercarlo nel proprio percorso, non necessariamente attraverso l’arte.”

 

 

 

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