In Sicilia, come in altri areali connotati dalla presenza di forme culturali ancora in parte tradizionali, la santità è oggetto di sistemi suoi proprî di rappresentazione. Di fatto, la cultura siciliana ha da sempre avvertito l’esigenza di comprendere entro un’unica categoria classificatoria, quella appunto della santità, uomini e donne che a motivo di unesistenza virtuosa ottengono il riconoscimento comunitario quali eletti da Dio intermediari di un progetto di salvezza rivolto all’umanità intera. Il santo diventa così il rappresentante metastorico di una comunità di salvati e viene a trovarsi nella specialissima condizione di colui che, tenendo gli occhi fissi sul divino di cui ormai egli partecipa, volge a tratti lo sguardo sullumanità sofferente dalla quale egli proviene e alla quale infine si propone come modello da imitare, come luogo di snodo e di mediazione, come fonte di potenza salvifica e terapeutica, come benefica presenza protettiva, come metafora complessiva di un sistema di guarentigie chiamato a fornire orizzonti di speranza e modelli di comportamento all’umano operare.

Esistono naturalmente forti distinzioni tra la santità canonizzata e per così dire imposta alla comunità dei fedeli e la santità affermatasi a seguito di iniziative collettive “periferiche” per entro un processo di canonizzazione popolare di tipo spontaneistico del quale l’autorità ecclesiastica è costretta quasi a prendere atto e che la stessa cerca in qualche modo di incanalare in un alveo ufficiale al fine di attenuarne gli eccessi devozionali e le spinte effervescenti. Il Concilio di Trento, e poi gli ordini religiosi – in specie i mendicanti – da questo orientati, promossero una forte riaffermazione del culto dei santi proprio per le evidenti potenzialità pedagogiche e di plasmazione e purificazione delle coscienze dai tratti culturali che connotavano gran parte dei sistemi di rappresentazione propri delle plebi rustiche europee nei primi millecinquecento anni dell’era cristiana. Non a caso i soggetti maggiormente impegnati nella valorizzazione e diffusione delle immagini e delle reliquie dei santi furono gli ordini religiosi cui venne storicamente attribuito il compito, dalla Controriforma in poi, di mediare, attraverso le variegate modulazioni che ne connotavano le rispettive Regole, i complessi e non sempre lineari rapporti tra Chiesa-istituzione e Chiesa-popolo di Dio attraverso strategie di diffusione del messaggio cristiano non monolitiche ma disposte a interloquire e dialogare con le tradizioni locali, a misurarsi con i tratti di esse non immediatamente riconducibili a una spiritualità pura e rarefatta, a plasmare o riplasmare gli aspetti delle culture e subculture etniche che più direttamente mostravano una filiazione dal paganesimo, vero e proprio fiume il cui scorrimento, ancorché sotterraneo, segnò la vita religiosa europea almeno fino alle soglie dell’età contemporanea.

È comunque evidente che quale ne sia la natura, aristocratica o popolare, dietro ogni santo c’è un’intera comunità che lo elegge tale e ne rivendica la canonizzazione. La divine election, nell’ambito delle dinamiche sociali che entrano in gioco nella storia delle santificazioni, è più la conferma metafisica di una venerazione già affermatasi che la causa prima del riconoscimento dello stato di santità; alcuni santi poi “vengono fruiti” durante la loro vita in maniera pressoché esclusiva dalle fasce medio-alte della società e solo dopo la loro morte, allorquando il corpo santo diviene oggetto di venerazione a volte superstiziosa, anche dai ceti popolari.

Sotto un profilo antropologico, sia pur rispettoso delle dinamiche religiose e teologiche sottese alla storia della santità, il santo qui celebra la sua più intima vocazione, al di là dei peculiari caratteri confessionalmente riconosciuti come disvelamento della volontà di Dio (mediazione, intercessione, protezione, guarigione etc.), attraverso una funzione spesso inconsapevolmente assunta e quasi mai esplicitata in seno alla cultura in cui ha luogo la sua vicenda: quella di mantenere, come sostiene lo storico francese Jean-Michel Sallmann, l’equilibrio della comunità contro ogni fattore interno o esterno che rischi di turbare o scardinare tale equilibrio.

San Sebastiano (Milano?, III secolo o inizio IV secolo), venerato come santo dalla Chiesa cattolica, fu cavaliere romano e si distinse per il soccorso agli ammalati. Informazioni e leggende sulla sua vita sono narrate nella Legenda Aurea scritta da Jacopo da Varagine e nella Passio Sancti Sebastiani, opera di Arnobio il Giovane, monaco del V sec. Dato storico certo, che ne testimonia il culto sin dai primi secoli, è l’inserimento del nome di Sebastiano nella Depositio martyrum, il più antico calendario della Chiesa di Roma (354). Sant’Ambrogio (340-397) nel suo Commento al salmo 118 ci riferisce che Sebastiano era originario di Milano e si era trasferito a Roma. Il martirio di Sebastiano, avvenuto sotto Diocleziano, viene solitamente rappresentato sotto la forma della trafittura da frecce. In realtà, condannato a essere trafitto dalle frecce e abbandonato perché ritenuto morto dai suoi carnefici, egli viene amorevolmente curato da una pia Irene e riesce a guarire. Cercando il martirio, ritorna da Diocleziano per rimproverarlo delle sue malefatte e questi ordina di flagellarlo a morte e poi di gettare il corpo nella Cloaca Massima. La salma viene recuperata da mani pietose e sepolta nelle catacombe che oggi vengono appunto dette di San Sebastiano. Considerato terzo fra i sette difensori della Chiesa nella catalogazione di Gregorio Magno, compatrono di Roma dopo Pietro e Paolo, Sebastiano, soldato e martire di Cristo, ritorna nell’arte con incredibile frequenza. La copiosità delle immagini è alimentata dal terrore per la peste, contro cui viene invocato quale protettore. Il motivo leggendario delle frecce viene collegato dagli studiosi ad elementi biblici e classici, che sono stati tramandati dalla credenza popolare e dalla convinzione che le pestilenze, le carestie, le alluvioni etc. siano castighi (frecce) divine, contro i quali è necessaria l’intercessione del Santo Protettore.

Il culto di Sebastiano protettore dalla peste si evidenzia nelliconografia, che si presenta di una talevastità da potersi affermare, pur nei limiti della generalizzazione, che la maggior parte degli artisti, specie nel Rinascimento, almeno una volta si sia cimentata nella raffigurazione del santo. Il nome di San Sebastiano ha finito, nel tempo, con l’identificarsi con l’eroe, l’uomo di virtù eccezionali posto di fronte alle avversità della vita. Identificato in tal modo come uomo ideale nel Rinascimento, San Sebastiano è assurto a simbolo nell’arte e portavoce di unumanità sofferente.

Secondo le fonti storiche, San Sebastiano era un militare, un uomo adulto, virile, spesso perfino raffigurato come un vecchio, per esempio, nel VI e VII secolo d. C. A volte, però, tale modello iconografico ha ceduto il posto a quello di un giovane dai tratti efebici. Nella Chiesa latina il culto tributato al santo si è diffuso enormemente fin dagli anni successivi al martirio. In Sicilia Sebastiano è venerato dal XII secolo, ad opera dei Normanni, e ancor più dal secolo XVI, degli Spagnoli.

Se si esaminano i principali luoghi in Sicilia (Acireale, Avola, Barcellona P.G., Caltavuturo, Canicattini Bagni, Cassaro, Cerami, Ciminna, Ferla, Francofone, Gaggi, Giarre, Graniti, Maniace di Bronte, Melilli, Mistretta, Motta d’Affermo, Pachino, Palazzolo Acreide, Sambuca di Sicilia, Santa Venerina, Siracusa, Tortorici, Troina) nei quali è attestato un culto, a volte perdurante da parecchi secoli, verso questo santo, si è tentati di ipotizzare che la penetrazione normanna abbia parimenti comportato unestensione del culto di un santo dalla forte connotazione guerriera in gran parte del Valdemone e della Sicilia sud-orientale.

Ma, al di là delle tracce “territoriali” della diffusione del santo, esistono senza dubbio altri elementi che hanno fatto di Sebastiano uno dei santi più diffusi all’interno della cultura popolare siciliana. Occorre riflettere sulla penetrazione culturale dei simboli che il santo trafitto da sempre incarna, sulla sensualità che la sua figura promana, sull’uso che il cinema, il teatro e la cultura visiva hanno voluto farne, spesso ricorrendo a marcate strumentalizzazioni. Non sfugge infatti che l’evolversi dell’iconografia acuisce nel XV secolo il senso della pietas che la raffigurazione di San Sebastiano ingenera in chi vi si accosta. Se per tutto il Medioevo le caratteristiche fisiche sono quelle di un uomo vecchio e canuto, dal Quattrocento in avanti il santo assumerà l’aspetto di un giovane dai tratti delicati.

Una delle peculiari caratteristiche dei rituali festivi dedicati a San Sebastiano sono legati alla corsa. Il costume bianco (i nudi) e la corsa caratterizzano gran parte delle feste a lui dedicate, soprattutto in territorio etneo e ibleo (Acireale, Avola, Melilli), ma anche in provincia di Messina (Mistretta, Tortorici).Il colore bianco è un evidente simbolo della fede, mentre quello rosso allude agli effetti ematici delmartirio.

Tra i numerosi centri in cui è attestato il culto di questo pretoriano convertito al Vangelo e martirizzato legato a un albero di alloro e col corpo trafitto da numerose frecce (dalle piaghe del martirio deriva la sua competenza nei confronti delle pestilenze), vanno ricordati Mistretta e Tortorici, ed è in quest’ultimo paese che la devozione verso il santo si concretizza in una serie di pratiche rituali che si svolgono lungo l’intero mese, a volte mescolandosi col culto di Sant’Antonio Abate.

I momenti salienti di tale ciclo sono la cosiddetta festa d’a bura che ha luogo la vigilia della domenica più vicina al 13 gennaio. In quel giorno i devoti del santo confezionano numerose torce realizzate con fasci di ampelodesmo (bura). Le torce, accese nella piazza del Duomo, vengono portate per il centro del paese al suono di un tamburo e quindi, alla fine del giro, i loro residui vengono accatastati sul sagrato della stessa Chiesa a formare un grande falò, occasione per i più giovani di cimentarsi in salti sul fuoco di arcaica memoria.

L’indomani si svolge una processione che vede muovere dalla piazza principale  fino alla Chiesa Madre, al seguito della Vara di Sant’Antonio, numerosi gruppi di fedeli provenienti dalle contrade del paese, che al suono di un tamburo e a volte di una ciaramella recano in mano grossi rami di alloro (addáuru) e di agrifoglio (darifógghiu). Una volta benedetti, i rami e gli alberelli saranno esposti in segno augurale nei balconi o nelle cancellate delle case o offerti in dono in segno di deferenza o addirittura depositati in prossimità della statua di San Sebastiano.

Due giorni prima della festa solenne si rievoca un episodio storico, ossia la sottrazione della Vara da parte di una comunità devota allo stesso santo (Avola o Melilli), attraverso un’azione teatrale vera e propria: un gruppo di uomini prelevano il fercolo e lo conducono fino al torrente Calagni, laddove secondo la leggenda per l’intervento diretto del santo i ladri furono costretti ad abbandonare la Vara indebitamente trafugata. Molti anni fa all’interno della Chiesa Madre si svolgeva un’interessante pantomima scenografica: attraverso un apparato fatto di corde e contrappesi la statua di San Sebastiano veniva prima sottratta alla vista dei fedeli e poi fatta ricomparire in mezzo al tripudio generale. Un angelo manovrato da argano scendeva poi dall’alto a coronare il santo. L’intera rappresentazione, pur nella sua rozza schematicità, è da leggere quale retaggio dei misteri medievali che in Sicilia, sotto varie denominazioni, perdurarono fino alle soglie dell’era moderna. Ai gruppi familiari presenti vengono poi distribuiti, a cura della Commissione della festa, dei panitti devozionali dalle valenze apotropaiche.

Nel giorno della festa solenne la statua del santo caracolla, accompagnata dal sonoro rintocco delle secolari campane, lungo le tortuose vie del paese in una processione veloce e interminabile che tocca tutti i quartieri, prelevando di volta in volta i ricchi donativi in denaro raccolti dai fedeli.

La festa ha i suoi momenti spettacolari, oltre che nei numerosi balli che San Sebastiano  compie nel corso dei giri processionali, nell’imponente massa dei Nudi, fedeli di ambo i sessi scalzi e biancovestiti alla stregua di quanto avviene in altri luoghi di culto del santo nella parte sud-orientale dell’isola. Costoro portano a spalla la vara ovvero la scortano ora sfilando lentamente ora correndo e ballando in piena sintonia con i movimenti del fercolo. La cifra complessiva dell’evento è costituita, oltre che dai già menzionati elementi vegetali la cui ricorrenza va naturalmente ben oltre la semplice reminiscenza agiografica, soprattutto dalle forti valenze penitenziali e dalla grande carica emozionale che la celebrazione, largamente partecipata all’interno di una collettività culturalmente omogenea, ancora esprime.

Come leggere l’aspetto assai appariscente della corsa? Va innanzitutto ricordato che l’uso di condurre in corsa i fercoli processionali (’i vari o varetti) appare pratica attestata in Sicilia da parecchi secoli e in numerose località. Le frenetiche corse dellevare su e giù per le strette vie dei paesi, i loro balli piroettanti, le faticose salite e le precipitose discesedei fercoli e tutta la serie di prodezze somatiche cui i portatori si sottopongono nelle loro piroettanti acrobazie, tutto ciò deve farci riflettere, al di là del dato spettacolare, sul significato di tali particolari modalità generalmente adottate nelle feste popolari nel condurre una machina festiva in processione. E la risposta, una risposta almeno, mi pare possa essere offerta da quanto emerge, in tema di pratiche popolari da reprimere come errores non laudabiles, nelle disposizioni sinodali dei secoli XVI e XVII, laddove veniva esplicitamente proibito l’uso scomposto nel trasporto delle statue dei santi in processione. “Le statue dei santi, stabilisce ad esempio il Sinodo messinese del 1681, vengano condotte con modestia e decenza. Si eviti pertanto di trascinarle ora velocemente ora lentamente, ora avanzando ora retrocedendo, ora a destra ora a sinistra, con direzione inclinata e con vertiginosa scompostezza, fingendo miracula, ossia con l’atto tipicamente magico della finzione rituale dell’animazione della statua, la quale viene così ridotta al rango di golem, di macchina resa vivente per incantagione, anziché effigie fatta per adombrare la santità che proviene da un’esistenza virtuosa.

Prescindendo da considerazioni di più diretta derivazione dai contesti storico-sociali nei quali l’evento festivo aveva luogo (ad es., in periodi di pestilenza o di altre pandemie, in situazioni cioè in cui era sconsigliato il perdurare di assembramenti e viceversa si affermava l’esigenza che il Santo, per così dire, si sottraesse a manifestazioni di culto che avrebbero comportato un’eccessiva vicinanza dei corpi dei fedeli), si potrebbe ipotizzare che la corsa di San Sebastiano, nella prospettiva della festa vissuta come “teatro a cielo aperto” (quale di fatto, per molti secoli, in Sicilia essa è stata e ancora in parte è) possa essere letta come acontrappasso simbolico all’immobilità del martirio (legato come egli è ad una colonna per essere trafitto dai dardi dei suoi aguzzini); b– segno dinamico del suo zelo nell’evangelizzazione. Come miles Christi, Sebastiano non riesce a star fermo, a non convertire al Vangelo il proprio prossimo; cfacies cristiana di una figura mitologica tratta dal pantheon classico: Sebastiano corre per sfuggire al suo inevitabile martirio (20 gennaio, tempo invernale che deve essere ucciso per dare modo alle messi di risorgere sempre di nuovo).Sotto tale profilo, il santo efebico paga un tributo sacrificale analogo a quello subìto da consimili figure dell’antichità classica (Attis, Adone) o addirittura medio-orientale (Mithra).

Rimane naturalmente imprescindibile, nell’analisi di tale straordinario culto, l’aspetto che in premessa ho cercato di mettere in luce, l’essere cioè San Sebastiano un formidabile Genius Loci in grado di conferire identità e senso di appartenenza alle comunità presso le quali si è storicamente affermato il suo culto. Come tale riconosciuto in grado eminente “paesano”, come risulta ad esempio dauna razioni ben conosciuta dai fedeli mistrettesi:

«Sammastianu siti lu ’ran Santu,
lu vostru cori
è ’na tazza d’argentu,
cu Vi risguarda ci veni lu chiantu.
Sammastianu Cavaleri Santu !
                                       

Li  tiranni e li Jurìi t’assicutaru,

t’assicutaru sinu a lu jardinu;

nt’ô ’mperi r’alivu t’attaccaru

p’arripusari lu to santu schinu!

Ri Mistretta siti lu patruni, 

lu prutetturi di li cristiani  

cu ti dumanna  ’a  ’razia ci la runi

massimamenti a li to paisani!                    

Tieni la firi forti Vastianu
ca n’
hai la miegghiu parti di lu cielu».                                                              

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