Giusto per dare un senso al momento storico che stiamo oggi vivendo mi preme menzionare due centenari, quello della marcia su Roma e quello della nascita di Pier Paolo Pasolini. L’anno di nascita del poeta di Casarsa coincide infatti con la farsa che Benito Mussolini apparecchiò per l’Italia e che venne adeguatamente avallata da Re Vittorio Emanuele III, il re detto Sciaboletta, forse il peggior sovrano che l’Italia abbia avuto nell’intera sua storia.

Un secolo fa nasceva quindi concretamente il fascismo come regime, e nasceva al contempo l’uomo che del fascismo avrebbe rivelato la prometeica vocazione a incarnarsi sotto le forme più diverse e inaspettate, da quella dell’italietta perbenista e piccolo borghese dell’età giolittiana a quella dell’italietta perbenista e piccolo borghese dell’età democristiana.

Pasolini ebbe in dono dalla sorte una straordinaria capacità profetica. Pur vivendo il proprio tempo con una forte attitudine a dispiegare lo sguardo sul presente egli riusciva a intravedere ciò che il Paese sarebbe diventato nel giro di qualche decennio.

Giorgio Agamben scrisse una volta che “il contemporaneo è colui che appare ai propri conviventi come un profeta”, e profeta appunto venne a costituirsi Pasolini per i propri contemporanei. Egli fu forse l’unico intellettuale italiano a registrare, con sgomento e strazio, la devastante mutazione antropologica cui era andata incontro la società italiana tra la fine degli anni ’50 e la metà degli anni ’60. Forse per rabbia, forse per pudore egli preferì adombrare sotto metafora quello che lui considerava un vero e proprio genocidio culturale, la scomparsa della cultura contadina e del mondo tradizionale sotto l’incalzare di una modernità capitalistica che a somiglianza di macchina schiacciasassi veniva triturando al suo passaggio ogni realtà che non rientrasse nei propri orizzonti di consumo e di profitto; e coniò per tutti noi, lettori stupefatti dei suoi straordinari Scritti Corsari, la storia delle lucciole sparite dalle campagne d’Italia e non più in grado quindi di diffondere il loro chiarore nel buio della notte.

Se Pasolini non fosse andato incontro alla feroce uccisione sulla cui reale origine non si è mai fatta luce, egli avrebbe senz’altro profetizzato, nei decenni che ci precedono, l’avvento di un nuovo, rinnovato travestimento assunto dal fascismo, una forma “democratica”, istituzionale, europea e soprattutto “atlantica”, in perenne bilico tra il sovranismo di Trump e quello di Putin, esperta nella creazione di mitologie fasulle e ancor più esperta nella manipolazione mediatica di larghe fette di società colpite da crisi economiche, ideologiche e prive ormai di autentici valori comunitari, sostituiti da egoismi, negazionismi, narrazioni a vario titolo mistificanti. Una forma nuova dunque, ma non meno luttuosa e tragica di quelle che l’hanno preceduta.

Se vogliamo gettare uno sguardo su questo nuovo travestimento, non abbiamo che da scorrere le cronache italiane di questi giorni, da guardare da vicino i volti di coloro che oggi governano il Paese. Un altro poeta italiano, Francesco De Gregori, cantava appunto, alcuni anni, fa che “i nuovi capi hanno facce serene, e cravatte intonate alla camicia”.

Coloro che cento anni fa marciarono su Roma, quelli che in buona fede credevano trattarsi di rivoluzione socialista e quelli che – recandocisi in treno – li abbindolarono per dare il colpo finale al liberalismo esanime che aveva loro aperto la strada, tutti costoro portavano la camicia nera. Oggi essa viene indossata solo nelle manifestazioni folkloristiche che si organizzano annualmente a Predappio (ogni Paese ha il folklore che si merita). Ma a me, osservatore che si sforza umilmente di leggere la realtà che lo circonda ma affatto privo del dono di profezia concesso a Pier Paolo, le camicie bianche degli ultimi arrivati al comando mi appaiono solo il frutto di un costante, furbesco, efficace bagno in varechina.

 

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