MESSINA. Aveva iniziato Graziano Delrio, ministro alle Infrastrutture, a Messina un mese fa:  “La concessione del ponte è stata caducata. Lo Stato, nel 2012, ha deciso di interrompere la concessione”, aveva chiarito il ministro, usando un termine giuridico per spiegare che le procedure per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina si erano interrotte ormai cinque anni fa. Un messaggio che evidentemente nessuno aveva fatto arrivare a Davide Faraone, sottosegretario alla Salute dello stesso Governo, che da Delrio è seduto a quaranta centimetri di distanza: secondo lui, “il ponte sullo Stretto appare indispensabile”.

Lo stesso siparietto si è ripetuto, a distanza di un mese: protagonista stavolta è il ministro della Coesione  Claudio De Vincenti, secondo il quale è necessaria una velocizzazione infrastrutturale del passaggio tra Calabria e Sicilia. E fin qui l’ipotesi più sviluppata, anche progettualmente, è quella del Ponte di Messina”.  In quanto capo del dicastero alla Coesione, De Vincenti dovrebbe conoscere la posizione dell’Unione Europea in materia di ponte sullo Stretto, secondo la quale l’opera non è prioritaria e quindi di fondi destinati alla sua costruzione non ne sono previsti.

Questo avrà pensato il ministro delle Finanze Pier Carlo Padoan all’atto della scrittura del Def, il documento di economia e finanza per il 2017, in cui in sostanza di tutto quanto fatto finora per l’attraversamento stabile dello Stretto, si passa un colpo di matita, e si torna alla fase dello “studio di fattibilità finalizzato a verificare le varie opzioni di attraversamento stabili e non stabili”.

Quelle del governo Gentiloni, e prima di lui di quello Renzi, e a ritroso con Monti, Berlusconi e Prodi, sono manovre alle quali si assiste da decenni. Un’accelerazione (finta) e una brusca frenata, un colpo al cerchio e uno alla botte. L’ultimo atto concreto, al netto di dichiarazioni e prese di posizione (o di distanza), è il diniego che il Governo ha opposto alla pretesa risarcitoria della Stretto di Messina: “Le richieste di indennizzo da parte della Stretto di Messina sono infondate“. Così, una volta per tutte, a febbraio Delrio ha messo la parola fine alle pretese che la Spa che avrebbe dovuto costruire il ponte aveva avanzato, chiedendo 325 milioni di euro allo Stato, a causa del “pregiudizio scaturente dalla mancata realizzazione dell’opera, indotta dal venir meno della convenzione di concessione”.

Nel frattempo, quello che c’è di certo intorno al ponte è che la Stretto di Messina, società concessionaria del progetto del ponte con azionariato composto da 81,85% di Anas, 13% di Rfi, 2,75% ciascuno delle regioni Sicilia e Calabria, è in liquidazione dal 2013, e che il progetto definitivo dell’opera, consegnato dal general contractor Eurolink (capeggiato da Impregilo) a dicembre del 2010, è stato approvato dalla Stretto di Messina ma non dal Cipe. Per farlo era necessario prorogare i termini per l’approvazione definitiva, e il Parlamento italiano aveva approvato un decreto legge che prevedeva come un accordo aggiuntivo tra il contraente generale e la società concessionaria da ratificare entro il primo marzo 2013. Non essendo stato raggiunto l’accordo entro quella data, il contratto di appalto ha perso la sua efficacia, e il Cipe delibera “la riduzione totale del contributo assegnato alla Società Stretto di Messina e l’intervento non è stato inserito fra gli interventi indifferibili”.

Era il Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economicache aveva in mano le sorti finanziarie dell’opera. La cui realizzazione sarebbe dovuta essere garantita da una maggioranza di capitali privati sotto forma di project financing: al momento però di investitori disposti a metterci una lira non se ne sono mai visti.

Nel frattempo, la Stretto di Messina ha accumulato oltre 300 milioni di debiti. Senza mai aver spostato nemmeno una pietra tra Messina e Reggio.

 

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