Dal particolare all’universale. Nel mio libro di letteratura italiana era un ritornello costante, questo o l’inverso. Sottolineava la traiettoria poetica di molti autori. Dal liceo ad oggi è un percorso, una frase, che è rimasta impressa a fuoco nelle mie riflessioni. Perché la condivido con voi oggi?

Per la questione di Shakespeare, per Messina, per quello che si è proposto da subito Lettera Emme, per la globalizzazione, per il glocal. Per capire dove siamo.

Molti dei fuori sede, mi tocca dirlo, una volta lontani dalla Sicilia acquistano pose francamente discutibili. Hanno conquistato quell’universale, credono. A Parigi, Londra, a Melbourne, New York, Milano e Roma. Una conquista che li riporta nel piccolo mondo antico dove sono nati per indicare quel provincialismo o quell’altro. Loro sanno. Eppure non è trasportando il corpo altrove, non è nell’esterofilia, che ci si libera del condizionamento mentale del piccolo orticello in cui si è nati.

Niente di più provinciale abbracciare i nuovi grandi luoghi rigettando connotazioni identitarie, censurando ogni manifestazione di queste come banalità affette da provincialismi.

Un occhio attento, privo del complesso di inferiorità dell’essere nato alla periferia del mondo, scorgerebbe gli stessi vezzi piccoli, identitari ovunque. Perché la dimensione umana – e man mano che la globalizzazione avanza è sempre più evidente – è piccola e per sostenersi non può fare a meno di sapere chi è e dove si trova. Non a caso le grandi metropoli sono spesso considerate luoghi alienanti per l’individuo, non a caso sono il frutto dell’industrializzazione, non a caso il capitalismo ha generato i fenomeni di massa e annacquato l’identità.

In questo contesto ci formiamo all’interno di un immaginario che non ci vede in nessun modo partecipi. I modelli forniti sono nati e si nutrono altrove, spesso negli States ma non solo.

Sono modelli che finiamo per scimmiottare perché nella nostra immagine del mondo c’è un’assenza importantissima: noi. Un noi che può riguardare chiunque, anche una comunità in Guatemala, ma che per quel che ci riguarda è Messina, è la Sicilia.

La conseguenza di un immaginario che ci vede assenti è un senso di inadeguatezza insuperabile, una profonda frustrazione, il desiderio smisurato di quell’altrove dove esistono quei modelli a cui sottostiamo: solo lì possiamo finalmente corrispondere all’idea che abbiamo del mondo, perché è un’idea priva di noi e piena dell’altrui.

La conseguenza più grave e un’altra, che dirò tra poco. Prima voglio citare la scrittrice, premio nobel per la letteratura, Toni Morrison. Il suo primo libro, lo scioccante L’occhio più azzurro, ha come protagonista una bimba che beve litri di latte solo per continuare ad ammirare l’immagine di Shirley Temple nella tazza. Lei, piccola e nera, venera come tutto il Paese ini cui vive e si forma, una bimba bianca dai riccioli d’oro. La lettura di questo libro mi aprii gli “occhi” castani, meridionali, messinesi, sugli effetti di modelli condizionanti infinitamente distanti da sé.

Sul complesso d’inferiorità che ci affligge in quanto meridionali e che non ci lascia neanche una volta messo piede nel luogo più distante e cosmopolita dell’universo.

Per questo Lettera Emme si pone come urgenza di restituirvi una rappresentazione del mondo in cui siate presenti. Le cinque mezze, le cinque donne messinesi, e così via, sembrano un esercizio di stile sterile, oppure – qualcuno lo ha proprio detto – fenomeno di un certo provincialismo.

Eppure, tornando a quella che ritengo la conseguenza più grave di una rappresentazione continua di un mondo in cui manchiamo, lì dove il nostro qui è assente, cioè nell’immaginario: come si può intervenire per modificarlo, per evolvere? In nessun modo: manca l’idea, manca l’immagine, manca l’identità. Così Messina non esiste, non esistono i messinesi, oppure il luogo, la provincia, esiste solo con accezione negativa. È questo il miglior modo perché il piccolo resti piccolo, anzi piccino: giusto per arricchirlo di quella sfumatura di misero.

Perché si interrompa quel percorso ideale dal particolare all’universale.

In questo contesto l’architetto Nino Principato da diversi anni è impegnato a restituire la storia di questa città, le foto di com’era che affollano la sua pagina facebook sono un ottimo esercizio per ricollocarci all’interno di un’idea di mondo, per ricostruire un’identità lì dove un terremoto e le scellerate scelte politiche successive ce ne hanno resi privi più di chiunque altro.

Tuttavia un equilibrio tra il rinnegare e l’esaltare va trovato. E a mio avviso in questa attribuzione natale di Messina a Shakespeare è stato perso.

Innanzitutto perché questa ricerca e ricostruzione della nostra identità, urgente e necessaria, delle volte prende una pericolosa deriva. Gli americani usano un’espressione che a me piace molto: “Set the bar”. In sostanza nel loro linguaggio quotidiano – e la lingua sempre rivela il contesto immaginario in cui ci si muove – c’è un livello, un confine da settare come obiettivo personale o collettivo. Quel confine, quella barra qui è spesso posta troppo in basso (in realtà non c’è affatto). Ritrovarsi in un luogo piccolo, non cosmopolita, non può essere l’alibi per non spostare l’asta in alto, molto più in alto. Per non fare le cose cioè come vanno fatte: al loro meglio. Medici che non si aggiornano, che si accontentano di fare il minimo per poi inviare il paziente altrove, dove godrà di più moderni mezzi e competenze. Burocrati incancreniti nelle loro poltrone, adagiati sul “nessuno fa niente, perché mai dovrei io”. O, peggio ancora, persone che si inventano professionisti di qualcosa da un giorno all’altro, non con la pur apprezzabile elasticità di chi si reinventa, ma muovendosi sotto quell’asta in cui si può far tutto senza grandi competenze.

Detto questo, mi preme dirvi che nessuno di noi ha bisogno che Shakespeare sia messinese.

Non cambierebbe quasi nulla. Much Ado About Nothing è ambientato a Messina ma Messina è assente, è un’ambientazione atona – tipica di chi non ha elementi per descrivere i luoghi – e non è l’unica ambientazione dei drammi del Bardo. Messina all’epoca era uno dei più importanti porti al mondo, perciò facilissimo che all’autore fosse nota. Lo è stata per molto tempo. Una conseguenza evidente, una traccia storica della sua importanza ce l’abbiamo sulla nostra tavola, nelle nostre amate abitudini culinarie. Veneriamo infatti un pesce che con i nostri due mari non ha nulla a che fare: il pesce stocco, cioè il merluzzo. Eredità dei passaggi nordici nel nostro Stretto.

Menzionare Molto rumore per nulla come evidenza della messinesità di Shakespeare non è solo poco scientifico, è triste. Perlomeno è il sentimento che mi suscita, perché con tutta evidenza pur sapendolo, pur conoscendo la storia – perché qualcuno di quelli che menziona tra le evidenze l’ambientazione del dramma lo saprà pure – ci è diventato impossibile immaginare che il nostro qui, e non un altrove, fosse il centro del mondo, o uno dei centri.

Lo era invece.

Ma molto più importante oggi è capire che non abbiamo bisogno di Shakespeare. Di Omero, o di D’Arrigo, semmai, ovvero di chi la nostra città la narri. Da quel turbolento incontro dei nostri due mari, alle vedute collinari, ai 60 chilometri di costa balneabile. Il ragusano ha fatto la sua fortuna grazie a Camilleri che ha raggiunto l’universale attraverso i “cabbasisi”, i cannoli… Cioè attraverso quelle piccole minuzie che hanno dato forza e identità ai personaggi, così alla storia. Partendo – non alienandolo come provinciale né andando a pescare altrove per fare di altro qualcosa di proprio – dal particolare.

Per tutti questi motivi – e spero che fin qui ci siate davvero arrivati – continueremo ad elencarvi cinque vezzi, un po’ ridendone, un po’ dando loro il luogo che meritano, cercheremo di narrare Messina, facendola protagonista del nostro immaginario, pur sempre connessa a un contesto universale. E non daremo adito a teorie non supportate da vere e approfondite ricerche scientifiche.

Sbaglieremo, anche spesso, ma se c’è una cosa che non posizioneremo a metà sarà quel “bar”, quell’asta che rappresenta il nostro obiettivo ideale. Quella sta in alto. E lì resta.

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linda
linda
19 Marzo 2017 20:20

Questa disputa mi ricorda tanto Omero nel Baltico. Quando andai ad ascoltare tale teoria dal vivo ne uscii stravolta, mi stavano quasi convincendo che Scilla e Cariddi in realtà si trovavavo nel mar baltico. E’ sempre una questione di cose che combaciano incredibilmente, ma bisogna pur prendere una posizione alla fine del tutto. 🙂

Altotas
Altotas
21 Marzo 2017 14:07

Noi messinesi non abbiamo bisogno che shakespeare sia messinese ma noi uomini abbiamo bisogno di desiderare l’affermazione della verita’, per non negare noi stessi. Semplicemente. Fatti non fummo…