Scrivere di mafia, ancora, nel giorno in cui ricordiamo il più tragico evento della nostra Storia di siciliani equivale a muoversi nel campo minato della retorica e di quell’antimafia che oggi pare completamente svuotata.

 

Lo diceva Raffaele Cantone a Messina lo scorso giovedì: “Purtroppo qualcuno pensa che si possa utilizzare in generale anche l’antimafia come un sistema dietro il quale tutelarsi, questo è un argomento sul quale ragionare. Il tema dell’utilizzo del brand antimafia da tempo si è imposto: rischia di fare un grande danno e di mettere in discussione quello che è stato fondamentale: l’antimafia sociale, io credo sia stata determinante per la lotta alla mafia”.

Anche Musumeci ha fatto, sempre a Messina, una distinzione: “L’antimafia spero che non si concluda mai in Sicilia, è un modo di pensare e di concepire la lotta alla criminalità, poi c’è un’antimafia vera e una non vera che è servita a fare carriere anche in ambito politico e che noi abbiamo sempre denunciato”.

Ma come distinguerla? “Si distingue con la sobrietà degli atteggiamenti – ha risposto Musumeci -, è innanzitutto uno stile, se diventa una scorciatoia per riabilitare la mediocrità delle proprie esistenze non è più antimafia”.

Sono due dichiarazioni recenti che cito perché oggi è l’anniversario della strage di Capaci, dove morirono Francesca Morvillo, moglie di Falcone, gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Dove morì l’uomo del metodo che ha fatto scuola in magistratura, quel Giovanni Falcone che indicò come colpire il fenomeno mafioso, ovvero gli interessi economici.

In un’intervista che gli fece Corrado Augias, incalzato da una ragazza seduta tra il pubblico degli studi televisivi, Falcone rispose: “I mafiosi sono simili ai palermitani, ai siciliani, agli italiani: non sono marziani, questo intendo”.

Cantone dal palco dell’aula magna a Messina, diceva che è necessaria adesso una riflessione approfondita.

Una riflessione seria e approfondita, a mio avviso, non può che partire dalla mafia come fenomeno sociale, seguendo anche qui il percorso indicato da Falcone. Non sono marziani.

La mafia è nata con l’esigenza di controllo del territorio, da figure che all’epoca erano quasi dei “presidenti di quartiere”, può sembrare un accostamento bonario ma trovo sia più inutile considerarli quasi come dei villain: come i cattivi nei fumetti dei supereroi. I villain da un lato, i magistrati supereroi dall’altro. La nostra realtà non è però un fumetto, e che Falcone sottolineasse che i mafiosi non sono marziani non è un dettaglio. Credo anzi sia la chiave di lettura della nostra storia.

Tracciare una linea netta di demarcazione tra noi e loro, tra buoni e cattivi, distanziando questi ultimi come marziani, ci allontana dalla verità e da ogni possibile azzeramento del fenomeno criminale. La realtà scompare e la Sicilia diventa la location di un fumetto. La realtà che viviamo giorno dopo giorno, invece, è che ci indigniamo ora per quell’inchiesta, ora per quell’altra ma continuiamo inesorabilmente a ignorare le nostre “favelas”.

È una riflessione non originale e affatto complessa, eppure la realtà sociale in cui viviamo non s’è mossa di un millimetro.

A Messina in particolare. La borghesia messinese e peggio ancora quella parte che si crede “aristocrazia” vive come se non esistessero o, peggio ancora, come se fossero loro sudditi. Cioè come se fosse una divisione sociale naturale.

Io per prima, devo ammettere, sconosco alcune zone di questa città. Di recente però mi capita di andare spesso a San Paolo. E il mio sconcerto nel guardare con regolarità il contesto urbano che mi circonda in quelle occasioni non è per chi ci vive ma per chi, come me, li ignora.

La conformazione urbanistica di questa città aiuta la nostra finzione quotidiana. I poveri stanno “fuori”, e “calano” casomai in centro solo nel week-end, cioè nei giorni in cui noi lo evitiamo.

Ci indigniamo per l’inciviltà del messinese, per la mancanza di rispetto verso la città ma raramente ci chiediamo quale rispetto viene riservato agli abitanti di questi quartieri.

Ci impressioniamo per il nuovo possibile governo, per il nordista Matteo Salvini che però a Messina è venuto ed ha parlato con gli abitanti del Rione Taormina. Additiamo il populismo di queste nuove tendenze politiche, senza dirci che la sinistra davvero è salottiera ed è scomparsa nel momento in cui ha abbandonato le periferie (se mai c’è stata nelle periferie messinesi).

Ci diciamo casomai che non dovrebbero votare.

Poi, sotto elezioni, ci indigniamo se il voto in quei quartieri influisce nell’elezione del sindaco. Ignoriamo l’impressionante spartiacque che esiste tra la zona Sud e quella Nord della città. Restiamo indifferenti a quel che accade oltre il viale Europa. Ci chiediamo, però, in questi giorni quanti voti ha in quei quartieri questo o quel candidato, e qualcuno si chiede quanti pacchi della spesa verranno regalati.

Qui ci fermiamo. Ed è esattamente qui che ci condanniamo all’immobilità.

Mentre scrivo, arrivano i comunicati dei candidati sulla strage di Capaci. Io però mi chiedo, anzi, chiedo ai sette candidati non quanti voti hanno in questi quartieri ma quali programmi. Voglio sentire quale piano urbanistico, quali interventi sociali, quali investimenti economici perché gli abitanti di questi quartieri possano vivere in condizioni di decenza e avere serie possibilità di riscatto e crescita. Come possano conquistare un’indipendenza sociale dal voto di scambio, cioè quali programmi perché questa gente smetta di nutrire gli appetiti elettorali dei più ambiziosi. Parlo di quartieri come Mangialupi, Santa Lucia Sopra Contesse, Rione Taormina, Villaggio Aldisio, Camaro, San Paolo, Giostra, Bisconte.

Su quest’ultimo mi voglio soffermare. Come tutti voi mi sono disperata per il razzismo nei confronti dei migranti. Come chi ha letto la notizia del subbuglio sociale in quel quartiere per i migranti nell’hotspot-caserma, mi sono avvilita, depressa.

Niente mi colpisce di più di questo dilagante razzismo, niente mi sconcerta di più di sentir dire che il rifiuto del razzismo sia un atteggiamento “buonista”.

Dopo lo sconcerto, e la profonda depressione che mi scatena il razzismo della maggioranza degli italiani, una sola riflessione mi viene spontanea: è l’inevitabile frutto del nostro classismo. Creare un centro migranti in un quartiere degradato, in cui gli abitanti vengono perlopiù ignorati, è il frutto evidente di questa cecità sociale.

Giovanni Falcone non era un supereoe. Era un siciliano che ha fatto il suo dovere, nel suo ruolo e con le sue possibilità. Non sono pochi i siciliani che ogni giorno fanno esattamente questo. Non serve che siano gesta eroiche.

Si tratta di responsabilità verso se stessi e gli altri, verso la comunità in cui viviamo. La nostra vita non è un fumetto, in cui la granita è buona, le braciole immancabili, Mimmo e Stellario “Ossignore che zalli” e il mare “cummogghia tutti gli imbrogli”.

In un’intervista la figlia di Bob Kennedy, Kathleen, pochi giorni fa, ricordava una frase del padre: “Solo gli angeli e i santi stanno a guardare: tutti gli altri si devono rimboccare le maniche”.

Oggi, 23 maggio, c’è da chiedersi soltanto se siamo solo spettatori di un fumetto, se siamo santi o angeli. Oppure se vogliamo vivere questa nostra vita da essere umani. E, soprattutto, quanto lunghe sono queste nostre maniche.

 




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