Da qualche giorno, LetteraEmme riceve messaggi che si possono riassumere in “perché non avete pubblicato la notizia delle persone morte dopo il vaccino”: come sempre, il tono di chi pone la (legittima) domanda varia da quello di chi ha sincera curiosità, a quello di chi vuole conoscere la linea editoriale della testata, di chi curiosamente tira in ballo “big pharma”, qualsiasi cosa sia, fino a spingersi a chi ha la certezza che siamo pagati dalle case farmaceutiche per non diffondere notizie, o presunte tali.

È bene o male la regolare dinamica di chi, come LetteraEmme, ha scelto il dialogo e la trasparenza nei confronti dei propri lettori, a volte anche in maniera piuttosto conflittuale. Questioni alle quali rispondiamo per lo più in privato, ma che stavolta riteniamo impongano una risposta (ed una riflessione) pubblica.

La prendiamo larga. Giusto un anno fa, l’ordine dei giornalisti, solitamente elefantiaco nelle reazioni e sonnacchioso nei confronti dei temi di attualità, si è dimostrato attento e solerte nel raccomandare prudenza e attenzione nel raccontare quella che l’anno scorso era la piena fase di una pandemia di cui non si conosceva pressochè nulla: l’organo che rappresenta i giornalisti si era reso conto che si stava scrivendo la prefazione delle pagine di storia che si studieranno con attenzione tra venti, cinquanta, cento anni, ed era necessario che lo si facesse con accuratezza, precisione, senso della misura e possibilmente senza ricorrere a sensazionalismi.

Lacrime nella pioggia. Da un anno la stampa (buona parte di essa, almeno) si sta sforzando nel dare il peggio di sé, gettando abbondante benzina sul fuoco delle argomentazioni di chi della stampa non si fida più perché non la ritiene affidabile, preferendogli il passaparola, oscuri blog, gruppi whatsapp, meme di ignota provenienza, dietrologie e “fatti alternativi”. E, in tutta onestà, c’è poco da puntare il dito: se questo succede è perchè chi dovrebbe dare risposte spesso sussurra, ammicca, insinua, solletica gli istinti più bassi. Quasi sempre per sciatteria, quasi mai per vera convenienza.

Bene, preambolo chiuso. Perché LetteraEmme non pubblica notizie di persone morte dopo aver fatto il vaccino? Intanto perché nelle scienze non vale l’adagio latino “post hoc ergo propter hoc“: “dopo” non vuol dire “a causa di”, e la successione temporale non è una condizione sufficiente per stabilire una causalità, come in questo caso. Dovrebbe essere palese, ma ogni tanto è necessario ribadire l’ovvio. Ogni anno in Italia muoiono centinaia di migliaia di persone per trombosi. Non è, sfortunatamente, un evento raro, ma non è nemmeno, come pare sia da una ventina di giorni a questa parte, la prima causa di morte in Italia. Molto semplicemente, fino all’inizio della campagna vaccinale, la morte per trombosi non era notizia da prima pagina. Così come non lo è quella di cancro, quella di infarto, quella per un colpo apoplettico o per una disfunzione renale. Nessuna di queste, però, è stata associata come possibile (ma non probabile, al momento remota) conseguenza della somministrazione del vaccino.

La questione, molto complessa, è al vaglio degli esperti, che saranno tenuti ad accertare tutte le eventuali controindicazioni dei farmaci, adottando le decisioni consequenziali (come
già accaduto nelle scorse settimane in via cautelativa). Fino ad allora, qualsiasi supposizione non avvalorata dai fatti rischia di creare confusione e allarmismo in un periodo storico già saturo di confusione e allarmismo. E finchè non si pronuncerà con certezza chi è deputato a farlo, LetteraEmme non pubblicherà nessuna di queste notizie (che notizie non sono).

Affermazioni eccezionali devono essere supportate da prove eccezionali, che al momento non ci sono e che di certo non possono essere sostituite da un punto interrogativo nel titolo.

Quello che è certo è che di vaccino AstraZeneca ne sono state somministrate 34 milioni di dosi, con circa 200 casi di trombosi (una trentina dei quali risultati fatali), senza che ancora vi sia una correlazione certa e verificata: sono fatti comunicati dall’Ema, l’agenzia europea del farmaco. L’unica titolata ad esprimersi, e non con congetture, sospetti, possibilità, voci di corridoio e “si dice”.

Questo è un primo motivo di corretta procedura giornalistica, prima ancora che di buon senso. Poi ci sono gli altri. Accostare nel titolo una morte alla somministrazione di un vaccino, e poi seppellire alla ventesima riga “la correlazione è ancora da dimostrare”, è un modo un po’ (molto) paraculo di porre la questione. Un fatto è oppure non è: se deve essere dimostrato non è un fatto. Dubbio, supposizione, preoccupazione: ma non un fatto. Niente che abbia a che fare con una corretta informazione, dunque.

Già a febbraio dell’anno scorso, in piena psicosi da coronavirus (eravamo ancora agli inizi, e qualsiasi ambulanza faceva arrivare decine di messaggi di terrore su colleghi, amici e vicini di casa “untori”), avevamo deciso di non scrivere di “sospetti” contagi, ma di contagi verificati da noi e confermati dalle autorità. Già una volta, ben prima della pandemia, LetteraEmme era rimasta scottata dall’aver dato per deceduto un paziente che, seppur grave, era ancora in vita: le nostre fonti, solitamente attendibili, si erano sbagliate, non abbiamo effettuato un ulteriore controllo, fidandoci, e avevamo dato una notizia errata. Come nostro costume, non abbiamo cancellato fischiettando e facendo finta di nulla, ma abbiamo spiegato, scusandoci, cosa era successo e perché avremmo fatto in modo che non sarebbe più accaduto.

Andiamo al dunque. Questa scelta, la nostra, ha dirette conseguenze anche sulle nostre tasche: da un anno, i pezzi iperdrammatizzati e clamorosi coi titoli urlati intorno alla pandemia sono i più letti, di svariate unità di misura. Rinunciarvi vuol dire molte meno visualizzazioni, meno visibilità, molti meno click, molti meno introiti pubblicitari. Ma una riflessione professionale (e di vita) va fatta: le scelte che nel breve periodo hanno rappresentato una facile scorciatoia, nel lungo si sono dimostrate un ennesimo chiodo nella bara di questa professione, ormai ridicolizzata, culturalmente marginale, socialmente irrilevante. Per questo abbiamo deciso di non avvelenare ulteriormente i pozzi con informazioni frettolose, scorrette, parziali, sbagliate professionalmente e moralmente: vogliamo essere parte della soluzione, non parte del problema.

Per farla breve: ad oggi non c’è alcuna correlazione certificata di persone decedute a causa delle conseguenze di questo o quel vaccino. Di sicuro a queste latitudini. Si tratta di supposizioni, sospetti, congetture, ipotesi, fondate o meno. Cose, cioè, che poco o nulla hanno a che fare con il giornalismo, soprattutto quando si parla di sanità, di una pandemia mondiale e di morte. È un mestiere, questo, che a nostro giudizio dovrebbe fornire risposte, non alimentare dubbi e incertezze, cavalcando il sentimento popolare.

Non sappiamo se domani, fra un mese o chissà quando, le autorità sanitarie e coloro i quali sono chiamati ad occuparsene scopriranno o meno un nesso (ad oggi di fatto non sussistente) fra vaccini e decessi, in che percentuali e in quali circostanze. Quando e se succederà, saremo i primi a pubblicare la notizia. Ma non adesso. Non prevediamo il futuro, non abbiamo competenze mediche e non è nostra intenzione sostituirci a chicchessia.

Facciamo i giornalisti e basta, raccontando i fatti. Se i fatti ci sono.

Questa è la linea editoriale che abbiamo scelto, piaccia o non piaccia. E pazienza per qualche clic e qualche soldo in meno.

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MAURILIO GALLETTA
MAURILIO GALLETTA
8 Aprile 2021 13:40

VI AMMIRO

Walter arena
Walter arena
8 Aprile 2021 17:01

Complimenti per la scelta, questo e’ il giornalismo che mi piace, da oggi vi seguiro’ piu’ assiduamente.

Cetty
Cetty
8 Aprile 2021 18:18

Complimenti per l’onestà. Condivido pienamente la vostra scelta.

Anonimo
Anonimo
8 Aprile 2021 19:18

Grandiosi come sempre.

Domenico
Domenico
8 Aprile 2021 19:32

Condivido fin le virgole

Carlo Cucinotta
10 Aprile 2021 16:52

Come cittadino e come operatore dell’informazione concordo con la vostra posizione.
Condivido senza se e senza ma.
Complimenti.