MESSINA. In che termini, soprattutto numerici, si sostanzia l’ostruzionismo all’azione amministrativa da parte del consiglio comunale e la conseguente mancata agibilità politica della giunta che il sindaco Federico Basile ha lamentato, e che è alla base delle sue dimissioni? Uno a 442: è la proporzione tra le delibere bocciate, una sola, tra le 442 proposte dalla giunta al consiglio e da questo approvate. Non sembrano esattamente numeri da opposizione che fa le barricate.
A inizio legislatura, l’amministrazione di Basile ha potuto contare su una ampia maggioranza, 20 consiglieri su 32, che man mano si sono assottigliati fino a 13: una riduzione che fino ad ora non ha mai messo in discussione l’operato amministrativo che discende dalle scelte politiche della giunta. E infatti è successo una sola volta (su 442 delibere) che il consiglio comunale abbia bocciato una delibera, respingendo la proposta delle modifiche al regolamento per l’applicazione del canone unico patrimoniale, tra l’altro avvenuta nella seduta dell’1 marzo 2025, un anno prima delle dimissioni. E allora perchè l’ormai ex sindaco (non esattamente, ha venti giorni per ripensarci) ha adombrato una specie di “ingovernabilità” per giustificare le sue dimissioni, motivandole con la necessità di andare di nuovo al voto (possibilmente lontano da regionali e politiche) per avere una maggioranza numericamente più forte?
Basile imputa al consiglio comunale i tempi lunghi e l’ostruzionismo dell’aula rispetto alle discussioni dei temi focali per la sua amministrazione, rispetto alla tempestività che un’amministrazione dovrebbe avere, quindi le discussioni in commissione, e la “melina” durante il voto da parte di un consiglio comunale che però sostanzialmente gli ha fatto passare tutto, sempre, anche in quantità molto elevate, dato che la giunta ha lavorato a pieno regime esitando un numero enorme di provvedimenti. A riprova del fatto che il consiglio non è mai stato esattamente battagliero, c’è anche il fatto che l’amministrazione ha dovuto ritirare meno di una decina di provvedimenti (sui 442 arrivati e i 441 approvati) tra quelli sottoposti all’aula perchè non avrebbe avuto i numeri per farli approvare.
E quindi? Bisogna distinguere le funzioni di giunta e consiglio, che “in piccolo” riproducono le dinamiche tra governo e parlamento. In ambito locale, soprattutto a Messina e soprattutto da Cateno De Luca in poi, la giunta propone e dispone, e il consiglio discute la proposta e poi la approva (pressochè sempre) o la boccia. Perchè il consiglio comunale, ovviamente, ha anche pieni poteri legislativi, può proporre cioè delibere autonomamente dalla giunta, ma questa facoltà è stata pressochè assente in questa sindacatura (e non è che nelle precedenti la situazione fosse poi troppo diversa), e quando l’aula se ne è avvalsa, in genere è stato su temi molto marginali. Di fatto, il ruolo del consiglio comunale si è ridotto a quello di ratificare le decisioni della giunta. E di discutere.
I consiglieri di opposizione, in ottemperanza al loro mandato elettorale, per il quale sono stati eletti (perchè il consiglio comunale è espressione della volontà popolare al pari del sindaco, e non dovrebbe ad esso essere subordinato, ma esprimerne una maggioranza, se c’è) e al programma grazie al quale hanno ottenuto i voti, che è per forza di cose diverso da quello del sindaco, propongono l’opposizione delle forme che ritengono più opportune, anche ostruzionistiche, come è permesso e garantito dal regolamento del consiglio stesso, ma anche dalla legge ordinaria: emendando le proposte della giunta (modifiche che poi vanno votate), ma anche tentando di allungare le discussioni, rimandandole in commissione e alla fine votando contro o astenendosi.
“Chi vuole fare opposizione vota no a una proposta, non si astiene” , ha precisato Basile nel corso della conferenza stampa in cui ha annunciato le dimissioni, ma è una sua interpretazione dei fatti, perchè leggi e regolamenti ammettono l’astensione che ai fini del voto ha lo stesso peso del voto contrario. Un pallino, questo dell’astensione che ha Basile ha sempre avuto: a novembre 2022, insediato da poco più di cinque mesi, aveva proposto una modifica al regolamento del consiglio comunale che prevedeva proprio che ogni deliberazione “si intende approvata quando abbia ottenuto il voto favorevole della maggioranza dei votanti, ossia un numero di voti a favore pari ad almeno la metà più uno dei votanti. Gli astenuti non sono presi in considerazione ai fini della determinazione del quorum funzionale necessario all’approvazione delle deliberazioni”, recitava la delibera, lo stesso meccanismo della Camera ma non del Senato. Perchè, spiegava il documento, “se l’astenuto ha voluto auto-escludersi dal procedimento della votazione e, di conseguenza, dal suo risultato, il calcolo delle maggioranze andrebbe operato sui soli votanti“
Pallino che aveva avuto anche Cateno De Luca, anch’egli intenzionato a modificare il regolamento d’aula nel 2018 (poi soppiantato da un regolamento molto simile proposto dallo stesso consiglio comunale): De Luca, nelle sue battaglie col consiglio comunale (per gli stessi motivi lamentati da Basile), aveva sempre utilizzato le dimissioni per far leva sui consiglieri. Anche a lui, il consiglio (e De Luca formalmente non aveva nemmeno un consigliere comunale appartenente alla sua maggioranza) ha sempre, costantemente votato tutti gli atti importanti.
L’avversione per Sud chiama Nord rispetto all’astenzione ha avuto anche tratti surreali: mentre Basile nel rivoluzionava il regolamento del consiglio comunale dichiarando guerra all’istituto dell’astensione, a Roma i deputati e senatori del movimento si… astenevano dalla fiducia al nascente governo di Giorgia Meloni.
(foto di repertorio della prima seduta di consiglio comunale, luglio 2022)


