MESSINA. Da oltre un decennio, non passa anno che la Corte dei conti non bacchetti il comune di Messina, specie per le partecipate, aziende miste delle quali il comune è azionista di maggioranza (o unico). Quest’anno lo ha fatto il 13 ottobre, con un’istruttoria firmata dal magistrato contabile Gioacchino Alessandro, che ha messo nero su bianco una serie di  osservazioni sulle relazioni del Comune sul rendiconto finanziario 2015 e sul bilancio di previsione del 2018. All’interno delle quali, in un intero capitolo, diviso in dodici punti, i magistrati contabili fanno a pezzi la galassia delle partecipate del Comune, quelle dai mille e passa dipendenti, entrati quasi tutti senza alcun concorso.

Preliminarmente si bacchetta sia “il mancato conseguimento degli obiettivi rispetto a quanto programmato in sede di piano di razionalizzazione“, e “l’incapacità del sistema informativo di rilevare i rapporti finanziari, economici e patrimoniali delle società partecipate“. In soldoni, la Corte dei conti rimprovera al Comune di non essere riuscito a “tagliare” il numero delle aziende, e alle aziende di fare un po’ come pare a loro, senza rendere conto all’azionista di maggioranza, cioè Palazzo Zanca. Poi, però, si entra nel dettaglio.

La mancata conciliazione dei rapporti creditore/debitore tra l’ente e gli organismi partecipati“, spiegano i magistrati, causano “rilevanti disallineamenti contabili“. Quanto? Più di 9 milioni e 600mila euro l’Amam, poco più di sei milioni e 200mila euro Messinambiente. Dati contabili che, si legge, “non risultano approvati dall’assemblea dei soci“.

Poi ci sono quelle che non hanno nemmeno comunicato, secondo la Corte dei conti, i dati da indicare in nota informativa: e cioè Il Tirone, Feluca e Polisportiva Messina (le ultime due in liquidazione). La Polisportiva Messina, la cui storia è esemplare dell’assurdità delle partecipate del Comune, ha approvato l’ultimo bilancio nel 2010: per questo, i magistrati contabili bacchettano “la mancata adozione di iniziative volte a contrastare il mancato rispetto dei termini previsti per l’approvazione dei bilanci delle società“.

Un paragrafo speciale, è riservato alla “situazione di grave criticità in merito alle società nei confronti delle quali il Comune ha maturato debiti al 31 dicembre 2015“. Quali sono? Atm (4,7 milioni), Amam (7,5 milioni), Ato3 (15,9 milioni). Non solo. I magistrati rilevano “la presenza di società con perdite di esercizio e bilanci non approvati al 2015: Atm, Messinambiente, Feluca, Ato3, Il Tirone.

Poi ci sono i casi “cronici: Per Messinambiente emergono perdite di esercizio di 1,58 milioni di euro, e un indebitamento di oltre 75 milioni di euro con un peggioramento rispetto al 2014, in cui l’indebitamento ammontava a 69 milioni. Dulcis in fundo, il costo del personale: 23,6 milioni di euro. Anche l’Amam non se la passa bene: indebitamento addirittura superiore, pari ad 80,4 milioni di euro, e costo del personale di quattro milioni, con un incremento rispetto al 2014, in cui era di 3,6 milioni. Ce n’è anche per l’Atm: “Il mancato conseguimento dell’obiettivo di riduzione dei trasferimenti da parte dell’ente all’azienda speciale – scrivono nelle osservazioni i magistrati contabili – con uno scostamento tra le previsioni del piano di riequilibrio pluriennale ed il consuntivo 2015 pari a 702.500 euro“.

Quindi Feluca (partecipata in liquidazione col partner privato fallito), i cui dipendenti il Comune ha diviso tra Amam e Atm: “inevase le richieste di documentazione sottostante l’operazione di mobilità

 

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