MESSINA. Cambiare programma per Messina, riscrivere la lista delle priorità e puntare sulla nascita di imprese innovative in campo tecnologico. Ecco come immagina il futuro della città dello Stretto Paolo Pino, messinese classe ’94 laureato in ingegneria all’Università di Messina e poi al Politecnico di Torino. Al momento Dottorando al Politecnico di Torino, è in visita alla McGill University di Montréal, in Canada.

Di seguito il contributo integrale: 

 

Ci ritrovavamo al cospetto di un miracolo.

Lo Stretto, rigato a tratti dai riflessi caldi delle luci della città, era un monumentale ed insondabile prodigio liquido che ci sfilava davanti fino a scomparire nel mare aperto in lontananza, inghiottito dalla notte blu di Agosto.

La scena era pronta per il primo atto della tragedia. La prima battuta arrivò puntualissima:

«Che peccato. Abbiamo tutta questa meraviglia, eppure siamo in questo stato».

La risposta non si fece attendere:

«Non ci manca niente. Già solo con il turismo saremmo ricchissimi».

Breve silenzio. Quindi, la sentenza:

«Su i missinisi chi fannu schifu».

Gli animi e le lingue, atterriti dalla potenza ancestrale della verità che era stata appena proferita, non ebbero che da offrire i loro rassegnati grugniti di approvazione.

Avevo sentito queste battute decine, centinaia di volte negli anni. Un mantra ripetuto continuamente, fino alla nausea, fino — il che era peggio — all’abitudine.

Una caratteristica di molte credenze è la loro capacità di vivere ben più a lungo dei motivi e delle cause che le hanno originate, per cui ci si ritrova ad accettarle in quanto date. Per abitudine, appunto.

Questo non è un male di per sé. Possedere delle nozioni senza doverle necessariamente giustificare ogni volta è cognitivamente efficiente e socialmente coesivo. Fanno un corpus di sicurezze diffuse, condivise e stabili, un protocollo chiaro al quale tutti si attengono e nel quale tutti si riconoscono. Offrono quella tranquillità appagante per cui non è necessario alcuno sforzo aggiuntivo.

Ma quando una credenza non è conforme alla realtà, è religione. E, portata alle estreme conseguenze, è una minaccia al benessere e al progresso.

Che il turismo e la valorizzazione del patrimonio ambientale abbiano il potenziale di risollevare le sorti di Messina è certezza assoluta in molti, o perlomeno è uno dei punti di riferimento inamovibili dell’immaginario collettivo, una delle punte di diamante del rilancio. Sembra ovvio, considerate la posizione e la bellezza naturale della città. Ma se così non fosse? Se la priorità dovesse essere altro? Se questa fosse solo una pericolosissima credenza?

Convinto che debba pur esserci qualcosa di più complesso al disotto, ho messo in discussione questa idea. Sono andato alla ricerca di dati, evidenze e modelli che potessero confermarla, smentirla, modificarla, o perlomeno ricollocarla in una prospettiva più ampia. Ciò che ne è scaturito è una serie di brevi riflessioni sullo sviluppo delle città che ho quindi pensato di condividere adesso, nel momento in cui questi argomenti sono tornati al centro del dibattito politico che precede l’elezione del nuovo Sindaco, a Giugno 2022. Tutti gli attuali candidati, a vario titolo, hanno fatto riferimento alla questione tra le altre, e questo è un bene. Ma io temo che manchi qualcosa, che non dovremmo fermarci qui, che ci sia dell’altro da considerare. E così mi auspico che questo contributo possa giovare al dibattito collettivo, senza alcuna pretesa e con l’unico desiderio di fornire degli spunti che entrino a far parte del modo in cui i cittadini, specialmente i più giovani, si interrogano e riflettono sullo sviluppo di Messina.

Partiamo dalle premesse ed allineiamoci sulle definizioni: cosa si intende, esattamente, quando si dice che Messina dovrebbe puntare sul turismo per riprendersi? Cosa rende una città ripresa, ricca, fiorente?

I fattori che determinano il benessere delle città sono naturalmente molteplici e complessi. Alcuni indicatori che contraddistinguono la crescita di una città potrebbero essere: una popolazione giovane ed in aumento, un corrispondente aumento generalizzato del potere d’acquisto, dei redditi e dell’istruzione medi degli abitanti, e tassi positivi nella creazione di nuove imprese e occupazioni. A questo aggiungo: imprese e occupazioni ad alto valore aggiunto, che rendano la città un’avanguardia in settori strategici e rilevanti, e che alimentino un circolo virtuoso in cui questo valore viene continuamente reinvestito per produrne di nuovo e migliore.

Ora, se questa premessa fosse accettabile, e se il turismo potesse effettivamente essere il volano dello sviluppo e della crescita per come li abbiamo definiti, dovremmo essere in grado di trovare facilmente, in Italia e nel mondo, esempi di città che, anche con un patrimonio inferiore al nostro — che è il più bello del mondo, ma non lo sappiamo usare, no? — fossero effettivamente dei centri economici fiorenti ed in espansione. Quelli bravi la chiamerebbero una proof by existence.

Alcuni, dopo le battute iniziali della tragedia di cui sopra, prendono a riferimento Reggio Calabria ed il suo Chilometro più bello d’Italia come un esempio magistrale di come basti poco a valorizzare un luogo con grande potenziale, ed a renderlo un’attrazione.

«Chi ci voli?»

Per quanto il Chilometro di Reggio Calabria sia senza dubbio un’iniziativa lodevole ed una dimostrazione deliziosa di valorizzazione dei waterfront urbani, e per quanto qualcosa di simile abbia senza dubbio un impatto positivo sulla qualità della vita e dell’economia locali, Reggio Calabria non rientra esattamente nella definizione di città in ripresa.

Qualcuno, a torto o a ragione, potrebbe sostenere che il caso di Messina sia diverso. Che Messina abbia di più da offrire e su cui costruire un’industria turistica trainante e rigogliosa.

«Sulu sulu pi l’arancini e a granita chi facemu ‘ccà».

Naturalmente c’è dell’altro. Abbiamo Caravaggio e Antonello. Se esistesse allora una città che, per storia e bellezza, per patrimonio artistico, paesaggistico e culturale, fosse addirittura superiore a Messina, e che questo patrimonio lo sapesse anche valorizzare bene, allora potremmo aspettarci che questo fosse il motore principale del suo sviluppo, la maggior sorgente del valore aggiunto che la città genera.
Prendiamo Firenze.

Mi direte: «Firenze farà miliardi con il turismo».
Vero. Per la precisione, ne ha fatti circa due nel 2018. Ma sapete a quale frazione del valore aggiunto totale generato dall’intera area urbana di Firenze equivale il turismo? Al 5,8%. Un millesimo di quanto in un anno viene generato dalle aziende fondate dagli alumni del MIT di Boston, una delle migliori università tecniche del pianeta. Aziende che, per inciso, sono 30.200. Nella città di Firenze, al 2018, hanno sede legale 110.410 imprese.

Se questo non bastasse, potremmo ancora divertirci a trovare centinaia di centri urbani, più o meno grandi, con tradizioni e vocazioni turistiche spiccatissime, che si dedicassero al turismo anche più di quanto lo faccia Firenze, che ne facessero il loro centro di gravità permanente, la grande scommessa. Chi per il mare, chi per la montagna, chi per i laghi, chi per la vita notturna. Cortina d’Ampezzo, Gallipoli, Porto Cervo, La Valletta. Chi più ne ha più ne metta.

Fatto? A questo punto, chiediamoci: quante di queste città sono centri economici e di sviluppo all’avanguardia? Si potrebbe obiettare che in quei luoghi, in effetti, di lavoro ce ne sia.

«Mio cugino ha un amico che conosce uno che ha un carretto della limonata alle Cinque Terre e in estate si fa 500€ a sera. Figurati cosa potrebbe fare a Messina!»

Per andare al punto, è forse il caso di porre diversamente la domanda: per quali città i nostri figli e le nostre figlie, i nostri fidanzati e le nostre fidanzate, i nostri amici e le nostre amiche hanno lasciato Messina? O anche: se non per quali città, per quali settori?

Eccolo, al nostro cospetto, l’enorme, gigantesco elefante nella stanza: il turismo non salverà Messina.

«Va bene, Paolo, ma è pur sempre qualcosa. Creerebbe posti di lavoro, farebbe mangiare delle famiglie.»

Niente di più vero. Ma è questo il meglio che sappiamo immaginare per Messina, per la Sicilia?

«Certo che no. Ma questa è la cosa più immediata da fare, quella più naturale, il punto di partenza.»

Ma non deve essere l’unico. Non esistono città che si siano evolute in avanguardie urbane, sociali, culturali e tecnologiche dopo aver scommesso sul turismo. Il turismo, nella maggior parte di questi casi, è stata una conseguenza.

Singapore è una delle città più visitate al mondo perché in passato ha investito in infrastrutture, industria elettronica, servizi finanziari, commercio ed una forza lavoro estremamente qualificata, non perché ha creato percorsi guidati per permettere ai croceristi di assaggiare i cannoli. San Francisco è una delle città più ricche del pianeta perché ha dato vita alla Silicon Valley, non perché ha colorato i tram.

«Tanto per cominciare non puoi paragonare Messina a Singapore e San Francisco…»

Qui si mettono a confronto storie e modelli di sviluppo. Probabilmente Messina non può diventare San Francisco, ma deve ambire ad esserlo. Gli obiettivi ed i metodi devono assolutamente essere realistici ed intelligenti, ma la visione no. La visione deve essere coraggiosa, ribelle, ambiziosa. Altrimenti si chiamerebbe veduta.

«…ma soprattutto secondo te investire nel turismo si riduce a colorare i tram e fare percorsi gastronomici? Non c’è forse tanto altro? Non si tratterebbe, qui, di rilanciarlo formulando una visione più complessa, articolata, organica, all’altezza del potenziale del territorio, declinata in una moltitudine di servizi, piattaforme e strutture diversi, connessi e integrati?»

Certamente. Ma il punto è che, per quanto bene possiamo farlo, investire nel turismo non è la geniale mossa strategica con il potere di risollevare le sorti di una città con oltre duecentomila abitanti. Di renderla fiorente, capace di attrarre giovani, di fare quello che oggi fanno Milano, Bologna e Torino. Se funzionasse, nella storia dell’umanità e nelle vastità del pianeta avremmo già visto qualche esempio. Troveremmo un modello da seguire. E invece non c’è. E aggiungiamo anche questo: forse siamo già bravi con il turismo. Forse abbiamo già risultati tali per cui, se la chiave fosse davvero questa, per quanto imperfetta sia adesso, magari ne avremmo già visto i frutti a casa nostra tempo fa.

Con questo non voglio assolutamente dire che dovremmo sbarazzarci completamente di ogni volontà di investire nel settore turistico e dell’ospitalità, né negare che questi siano importanti per il presente e per il futuro di Messina. Sono convinto che sia un settore chiave. Voglio solo far notare che forse questa non è la panacea o l’asso nella manica che pensiamo che sia. Che forse non è da qui che passa tutto il progresso che rende grandi le città. Che è il momento che i nostri sforzi si rivolgano ad altro ed a come Messina sarà tra cinquanta o cento anni. Che dovremmo avere il coraggio di sfidare questa preconcezione una volta per tutte.

Non bisogna commettere l’errore di considerare che buono e facile equivalga a risolutivo. E soprattutto non c’è torto maggiore che possiamo fare a noi stessi ed alla nostra Terra che non investire anche su qualcosa di diverso, che si ponga un orizzonte temporale molto più lungo, con la prospettiva di generare un ritorno di gran lunga maggiore in futuro. Puntare tutto su un cavallo non è una strategia vincente. Specialmente se è il cavallo zoppo.

Intendiamoci: non è solo di turismo in senso stretto che si parla in città. Il turismo è tra i pilastri portanti di una teoria più ampia della vocazione di Messina al mare, che dovrebbe farne la ricchezza. E allora da qui si prendono le mosse per parlare di riqualificazione della Fiera, affaccio al mare, opere architettoniche, uso del Porto e delle rade. Utili? Certo. Generano avanguardia e alto valore aggiunto? Limitatamente, specialmente considerati i termini in cui se ne parla. Renderanno Messina più attrattiva di altre città portuali molto capaci, o di quelle che intercettano i flussi dei nostri giovani migranti? Probabilmente no.

Se turismo e paesaggio non sono i fattori che realmente determinano l’ascesa delle metropoli, cos’è, dunque, che fa la differenza? Cosa rende una città più ricca di un’altra?

Prima di procedere, è d’obbligo dire che la soluzione a questo problema non può che essere complessa come il problema stesso. Lo stato in cui Messina si trova oggi, così come lo stato in cui qualunque città del mondo si trova oggi, è il prodotto di decenni, secoli di trasformazioni e processi sociali, economici, storici, politici, culturali e tecnici, che si dispiegano su scale locali, nazionali, globali, ciascuna delle quali è in grado di avere un’influenza sui destini e l’evoluzione delle comunità. Le città — e Messina non fa eccezione — sono il risultato in divenire di scelte operate ad ogni livello ed in ogni tempo.

Tutto questo serve a dire due cose. La prima è che, proprio in virtù di questa complessità, dovremmo sospettare di tutte le strategie per il futuro che pensino di poter avere un impatto significativo ruotando soltanto attorno ad un singolo asse di rivoluzione (vedasi turismo, mare e paesaggio). La seconda è che, affinché Messina si riprenda, è necessario che la volontà popolare operi in un contesto produttivo, in cui le sue energie si moltiplichino perché in risonanza con lo zeitgeist, lo spirito del tempo, incanalandosi nelle congiunzioni tra fattori politici, economici e tecnici favorevoli. Non c’è rivoluzione industriale senza macchine a vapore, senza capitale per costruirle, e senza attività in cui sfruttarle. Decifrare la complessità, capire quali siano queste congiunzioni, interpretare proficuamente questo tempo e disporsi ad incalzare e cavalcare le onde del mondo che cambia è essenziale per ripartire.

«Tri uri i discussu pi diri chi?»

Avete ragione. Vado al punto. Vogliamo dunque che Messina sia economicamente prospera. Ora, la prosperità economica è spesso collegata all’incremento di produttività, vale a dire all’aumento di output del lavoro a parità di input. La produttività aumenta in due circostanze: con un incremento dell’efficienza e con l’innovazione. Per efficienza si intende una combinazione più conveniente delle risorse a disposizione: organizziamo strumenti, processi e individui in modo migliore affinché producano di più. Per innovazione si intende invece l’implementazione di conoscenze ed idee nuove e, soprattutto, con un mercato.

Tra le due, l’innovazione — specialmente quella tecnologica — è quella di gran lunga più importante. L’innovazione è il motore dei grandi balzi in avanti, è ciò che ha consentito la nascita di industrie e mercati fondamentali per la società moderna — come quelli dell’automobile, del trasporto aereo, dei fertilizzanti, dell’elettronica di consumo, dei farmaci, dei servizi informatici — e che ad oggi continua a creare nuove industrie e nuovi mercati. L’innovazione è la ragione per cui le aziende del MIT generano mille volte il valore del turismo di Firenze. E le città che sono state in grado di incubare queste innovazioni, di supportare la nascita di queste nuove tecnologie, di offrire un ambiente conduttivo e stimolante, queste sono le città che, nel passato, hanno prosperato, e queste sono le città in cui, nel presente, i giovani messinesi vanno a vivere.

A dimostrazione di quanto la capacità di fare innovazione sia importante, uno studio del National Bureau of Economic Research ha evidenziato come, a determinare la crescita marcata di alcune città piuttosto che di altre durante gli inizi della rivoluzione industriale in Francia non fu tanto l’istruzione media dei cittadini, quanto la presenza di piccoli gruppi altamente istruiti di imprenditori, ovvero di innovatori. Erano questi, infatti, i primi a cogliere il valore delle nuove tecnologie che emergevano ai tempi e ad adottarle, consentendo alle loro comunità di avvantaggiarsi nello sviluppo industriale.

Ad ulteriore sostegno di questa tesi, può essere utile considerare il ruolo odierno giocato dalle aziende tecnologiche innovative nella creazione di valore e posti di lavoro negli Stati Uniti.

Inizialmente si credeva che la principale fonte di nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti fossero le piccole e medie imprese. Le piccole e medie imprese sono anche il cuore pulsante dell’economia italiana e messinese, ed è naturale che il discorso si concentri sul loro ruolo ed il loro benessere. Ma ad un’analisi più approfondita ci si rese conto successivamente che l’elemento trainante era in realtà un sottogruppo di questa classe, vale a dire le imprese nuove e giovani. Sono infatti queste quelle che introducono nel mercato nuove idee, nuove invenzioni, nuovi modelli. Negli Stati Uniti sono responsabili della quasi totalità dell’aumento netto di nuovi posti di lavoro, come potete vedere nel grafico sotto. Tra queste start-up, poi, sono quelle tech, quelle che sviluppano tecnologia, ad avere i tassi di assunzione più alti rispetto alle altre aziende coetanee.

Insomma, prosperano le città che innovano in campo tecnico. E non solo. Le più evolute sono quelle che dell’innovazione comprendono la natura ciclica, e che creano condizioni favorevoli affinché più e più cicli di innovazione si instaurino e si succedano nelle proprie regioni. L’evoluzione di una città tende infatti a seguire delle curve a campana, esattamente come le innovazioni stesse. Dopo una fase iniziale di concepimento, si assiste al boom della crescita, si raggiunge un massimo, e poi inizia il declino.

Per i centri urbani questo equivale a dire che l’instaurarsi di una prima, industria centrale — ad esempio quella automobilistica (si pensi a Torino o a Detroit) — genera un iniziale boom di espansione in cui molte persone in cerca di opportunità di lavoro confluiscono nel territorio. Attorno a questo nucleo si sviluppano quindi un indotto ed una rete di industrie correlate, con ulteriore incremento della popolazione, il ché, per finire, stimola la nascita di altre industrie per soddisfare le nuove necessità di quella che nel frattempo è divenuta una grande città, come intrattenimento e ristorazione, o turismo urbano. Poi il declino. Deindustrializzazione, invecchiamento, emigrazione dei giovani.
Vi ricorda qualcosa?

Fonte: How Can Small Cities Attract People and Keep Growing? | Nithin Eapen | TEDxUBridgeport

Tuttavia, se nella fase di maturità si compie il salto da una curva a campana ad un’altra, creata dalle innovazioni emerse nel frattempo, la crescita della città può continuare. Per fare un esempio, San Francisco ebbe il primo boom quando si scoprì l’oro, ne ebbe un’altro con l’industria dei microprocessori, e poi un altro ancora con Internet.

Fonte: How Can Small Cities Attract People and Keep Growing? | Nithin Eapen | TEDxUBridgeport

In altre parole, in luoghi del genere si innescano circoli virtuosi per cui le città si popolano di individui brillanti ed altamente istruiti, che a loro volta producono nuova innovazione, nuove industrie, nuovi mercati. Attraggono capitale, investimento, e continuano a crescere alle spese di chi invece non lo capisce e rimane esclusivamente un esportatore di giovani talenti. Winner takes it all, chi vince prende tutto.

Ricapitolando: ciò che sembra fare la differenza nella prosperità economica delle città è la loro capacità di generare e sviluppare innovazione tecnologica in mercati strategici e con il contributo di aziende giovani ed imprenditori capaci. Non il turismo, ma l’innovazione. Non una singola innovazione, ma tutte quelle che dalle prime derivano. Non tutte le aziende, ma quelle giovani. Non tutte quelle giovani, ma quelle giovani ed in campo tech e deep tech. Non imprenditori che inventano solo nomi nuovi per i locali della litoranea, ma visionari alla frontiera del progresso e della conoscenza.

È ora di affrontare questo cambio di paradigma anche a Messina. È ora di riscrivere la lista delle priorità e di dare maggior rilievo alla nascita di imprese innovative in campo tecnologico.

Cosa possono fare dunque quelle le città di medie dimensioni, che non hanno raggiunto i livelli di sviluppo e dimensione delle enormi e ricchissime metropoli come New York, Tokyo o Milano, per crescere e tirarsi fuori dalla spirale di declino che le impoverisce di capitale economico ed umano? Come invertono la tendenza?

Molte hanno puntato su agevolazioni fiscali che attraessero imprenditori ed investitori. Questa è certamente una strategia, e Messina potrebbe sfruttare alcune di queste tattiche a proprio vantaggio, in particolare nel costruire relazioni con grandi attori e compagnie. Tuttavia, come si fa notare in questo articolo della Harvard Business Review, gli incentivi fiscali finiscono per diventare presto obsoleti ed inefficaci. A stimolare la nascita di imprese, o a convincerne delle altre a trasferirsi in una determinata città, è piuttosto l’ecosistema, vale a dire la rete di connessioni e servizi che stimola la nascita e l’arrivo di nuove start-up ed organizzazioni. In particolare, sono tre le aree su cui puntare:

1. Istruzione.

Come notato sopra, l’istruzione superiore eccellente è la chiave. Le istituzioni di istruzione superiore dovrebbero essere il fulcro della rinascita. Le Università e i centri di ricerca sono per definizione fonti inesauribili di innovazione tecnologica. Giovani laureati, dottorandi e ricercatori potrebbero commercializzare i risultati dei loro sforzi e trasformarli in imprese innovative, creatrici di lavoro e benessere. Perché questo accada, è necessario però che in quegli stessi luoghi il talento apprenda le competenze ed i metodi necessari a trasformare il progresso in impresa. In questo studio del Politecnico di Torino si mostra come l’insegnamento di discipline legate ad imprenditorialità ed innovazione tra i dottorandi abbia contribuito positivamente alla nascita di nuove start-up innovative.

2. Diversità e inclusività.

Il talento ha molte forme e va sfruttato a piene mani. Soprattutto, il talento fiorisce dove talenti diversi si incontrano e si contaminano. Questo include anche il talento internazionale. Attrarre studenti, lavoratori e ricercatori stranieri può ulteriormente incrementare la densità e la qualità del talento e dargli respiro globale. In America, il 55% delle startup valutate ad oltre un miliardo di dollari è stato fondato da immigrati altamente istruiti.

3. Infrastrutture.

Naturalmente, tutto questo va supportato da infrastrutture adeguate. Questo è un problema fortunatamente ben noto e spesso è oggetto dei dibattiti nella politica messinese, ma raramente è declinato in questa chiave. Lo si auspica come una necessità per il territorio, e questo è sacrosanto, ma ripensarlo anche per la sua funzione nello sviluppo tecnologico ed imprenditoriale può aiutare a formulare proposte più mirate. Esempi sono le connessioni aeree alla Sicilia, i collegamenti da e verso distretti ad alta densità di aziende per l’efficienza e l’integrità delle supply chain, la connessione veloce a Internet, e la disponibilità di abitazioni a basso costo per i lavoratori.

Con l’incredibile accelerazione impressa dalla pandemia allo smart-working ed al lavoro flessibile e da remoto, non c’è mai stata condizione più favorevole per sfruttare produttivamente queste opportunità. Gli investitori stessi non avvertono più la necessità di riversare capitale e denaro esclusivamente in alcune aree, ma colgono ed apprezzano i vantaggi di queste nuove dinamiche distribuite. Si potrebbe pensare di partire da alcuni settori strategici, da alcune specializzazioni per cui c’è una vocazione più diretta. Questi low-hanging fruits, questi percorsi a minor resistenza, a Messina potrebbero proprio essere quelli in cui la nostra Università produce ricerca di rilievo. Energie rinnovabili e idrogeno, Internet of Things, materiali avanzati, chimica verde, tecnologie navali, edili, biomediche ed ambientali. Partire da questi verticali sarebbe necessario per avviare il motore, ma sarà fondamentale che si distinguano fortemente nel panorama nazionale e che pongano le basi per una diversificazione successiva nel futuro. Infatti, se una data specializzazione è facile da riprodurre altrove, questa perderà di rarità, e dunque di valore e di attrattività. Come mostrato da studi dell’Istituto Brookings, la diversità dei settori tecnologici è fondamentale, ed un ecosistema di startup complesso per la diversità e la competitività delle sue aziende si correla al reddito ed alla produttività medi locali ancor più di quanto non faccia il numero di cittadini con una laurea.

Insomma, bisogna trasformarsi in una culla di innovazione policentrica e lungimirante. In una start-up city. Le start-up sono per loro natura imprese ad alto rischio, e non è raro che falliscano. Ma esistono strumenti e conoscenze che si possono applicare per ridurre e diversificare significativamente questo rischio. E poi, tutte le aziende più moderne, ricche ed all’avanguardia sono state start-up all’inizio. Essere una start-up city significa darsi la possibilità che la prossima Google, la prossima Tesla, la prossima Apple nascano qui, ma ancor prima significa darsi la possibilità che molte imprese più piccole ma altrettanto innovative inizino in virtù di questo ad attrarre capitale, a migliorare la qualità della vita, ed a fermare la diaspora.

Armiamo i nostri laureati, dottorandi, ricercatori e docenti migliori di competenze economiche ed imprenditoriali, supportiamo la formazione di nuovi acceleratori e fabbriche di imprese, creiamo programmi di mentorship con eccellenze italiane ed internazionali nel mondo dell’imprenditoria tecnologica, incrementiamo le connessioni con il mondo corporate, apriamo canali per l’accesso al capitale ad ogni stadio di sviluppo, mettiamo a disposizione risorse e metodi per progettare soluzioni all’avanguardia e per testarle rapidamente sul mercato, definiamo metriche e strumenti per monitorare l’impatto che tutto questo ha sulla città ed usiamo i dati per supportare le decisioni future. Le rappresentanze politiche si facciano ambasciatrici di queste esigenze ed ambizioni presso le istituzioni a livello regionale e nazionale e supportino regolamentazioni e piani a favore di queste attività. I cittadini chiedano ai politici di parlare anche di questo, pretendano che innovazione e tecnologia siano nei programmi che verranno presentati e che abbiano la stessa centralità che sino ad ora è stata data al turismo ed al paesaggio. Potenziamo ciò che c’è già e creiamone di più.

«Sì, gioia mei, ma a Messina ci su problemi cchiù gravi».

A Messina ci sono problemi gravi ed urgenti, ad esempio nel settore dell’assistenza sociale, della sicurezza idrogeologica, o dei servizi nei villaggi della periferia. Nel discorso politico si fa anche spesso riferimento al predissesto ad alla necessità di chiudere i bilanci, motivo per cui spesso ci si ritrova ad utilizzare i fondi per il miglioramento per compensare le carenze dell’ordinario.

Questi problemi necessitano della più totale e devota attenzione, ma non esulano dalla responsabilità di pensare a ciò che di altro si può fare per il futuro. Piuttosto, devono convincerci ad investire anche una piccola parte delle poche risorse disponibili in qualcosa di nuovo, per spezzare questa spirale di declino e darci l’opportunità di cogliere i benefici dell’innovazione, che a loro volta ci metteranno maggiormente in grado di far fronte a queste difficoltà.

L’unica certezza che abbiamo, se non ci proviamo, è di fallire.

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enzo
enzo
21 Aprile 2022 14:23

Mi trovo totalmente d’accordo con Paolo … l’evoluzione attrae, una città che si rinnova nel tempo attraverso l’uso tecnologico può solo migliorare.
Ma caro Paolo MESSINA è una città martoriata in tutto … ricordati che dopo oltre quarant’anni si sono ricordati di noi è dello scempio delle baracche.
Io me ne vado a SINGAPORE nel frattempo è vivrò sicuramente meglio, poi torno che è meglio gra

già da me
già da me
21 Aprile 2022 16:16

…senza un aeroporto al max a 30 Km. di distanza, non si va da nessuna parte !!!

Giovanni Mollica
Giovanni Mollica
21 Aprile 2022 16:59

Bravissimo, finalmente una persona che ragiona in una città che vive di illusioni, guardandosi l’ombelico. In buona fede o, più spesso, in malafede.

Mario
Mario
22 Aprile 2022 21:37

Che un giovane e brillante ingegnere messinese si laurei a Torino e faccia il visitatore al Montreal e che molto probabilmente la sua prossima scelta lo porterà ancora più lontano da Messina per legittimi motivi di ambizione personale e professionale è la dimostrazione della necessità di una rivoluzione antropologica per questa città che al momento primeggia solo nel tasso di abbandono scolastico.

Enza
Enza
25 Aprile 2022 9:35
Reply to  Mario

Una lettera intrisa di luoghi comuni e di dichiarazioni d’amore per questo globalismo becero che tanto male sta facendo ai popoli. Un elogio continuo delle multinazionali che, non so se questo ragazzo lo sappia, ma non pagano un centesimo di tasse, almeno in Europa, e adottano una politica nei confronti dei propri dipendenti che definire schiavista è poco. È proprio per carpire i favori di questi giganti del mondialismo che la nostra legislazione a favore dei lavoratori è stata completamente smantellata. Leggo poi questo costante riferimento ai laureati. A noi non servono laureati, che in virtù del loro pezzo di… Leggi tutto »

Nina Currò
Nina Currò
7 Maggio 2022 8:30

Condivido e ritengo ovvio che il turismo non possa cambiare, da solo, l’economia della città. Investire sulla bellezza serve a ‘riappropriarsi’ della città, a lottare perché i giovani non emigrino già dall’Università, a ridiventare ‘attrattiva’, cioè attrarre investimenti…..