MESSINA. Neanche ottanta anni fa, dalla Stazione di Messina, partivano a vagonate carri merci pieni di marmi anneriti e in parte calcinati. Si trattava di teste, bassorilievi, fregi e frammenti di un’intera chiesa.

C’è un punto nero nella secolare storia del Duomo di Messina: i quattro anni che vanno dal’incendio che danneggia la Cattedrale (13 giugno del 1943) alla sua riapertura (13 agosto 1947), ovvero il periodo che intercorre tra i mesi prima dello sbarco Alleato e la rinascita definitiva dell’Italia. Nel caos e l’incertezza generati dall’armistizio e del governo provvisorio degli occupanti, a vincere non sono le spoglie di uno Stato in disfacimento, ma gli accordi e i giochi di forza gestiti dai singoli. Accordi e giochi che, in quattro anni, determinano il saccheggio della maggiore chiesa di Messina. A studiare le vicende del Duomo dopo la Guerra è, da anni, la dottoressa Grazia Musolino, attuale direttore del Polo Museale di Villa De Pasquale.

Questa è la storia di una presunta svendita sottobanco, in barba alla tutela e ai messinesi stessi; un braccio di ferro che alla fine vede vincere l’arcivescovo Angelo Paino, uomo di indiscutibile autorità, tanto vicino e appoggiato da Benito Mussolini durante il Ventennio, quanto bravissimo a destreggiarsi con il Comando Alleato di stanza a Messina. Dall’altra parte, a testimoniare l’impotenza italiana, sono Giuseppe Mallandrino e Armando Dillon, rispettivamente Ispettore onorario ai Monumenti e Soprintendente di Catania. In mezzo, infine, la Cattedrale e i suoi tesori, fortemente danneggiati dall’incendio. Cattedrale che diventa cavia per un gioco di ricostruzione posticcia che vede animatore l’arcivescovo e possibili finanziatori gli stessi acquirenti dei suoi resti.

L’INCENDIO DEL GIUGNO 1943. La Soprintendenza ai monumenti aveva pensato proprio a tutto per proteggere l’interno della Cattedrale e, temendo il potere dirompente delle bombe, aveva coperto con cataste di legno e sacchi di sabbia il Baldacchino e l’Altare maggiore. L’unico particolare a cui non aveva pensato erano gli spezzoni incendiari. Nel maggio del 1943, gli ordigni colpiscono la cattedrale e l’incendio che si sviluppa trova alimento sia nel soffitto ligneo, che era stato ricomposto dopo il terremoto del 1908, che nella struttura protettiva delle opere d’arte. La chiesa brucia a lungo. La temperatura che si raggiunge fa fondere il grandioso Baldacchino in bronzo di Simone Gullì. Le opere scultoree, invece, cominciano a calcinarsi, per poi spaccarsi per i getti d’acqua usati dai Pompieri. Quello che resta della chiesa ricostruita dopo il sisma da Francesco Valenti è, a prima vista, un mucchio di macerie. Più o meno lo stesso che si presentò dopo il 28 dicembre del 1908 ai fotografi venuti da fuori. La differenza principale, però, è che adesso i resti sono molto più fragili perché alterati nella loro struttura chimica. Non per questo, comunque, non si possono recuperare.

L’APOSTOLATO E LE ALTRE OPERE. L’Apostolato viene danneggiato in minor misura dall’incendio. Alcune parti appaiono compromesse, ma non del tutto irrecuperabili. È comunque una beffa per la città che, neanche trent’anni prima, l’aveva ricomposto frammento su frammento. L’organizzazione rinascimentale delle pareti destra e sinistra della cattedrale, detta appunto “Apostolato”, fu commissionata a Giovanni Angelo Montorsoli nel 1550. L’architetto e scultore scandì le superfici con una successione di larghe lesene scanalate, alternate a dodici cappelle, sei a destra e sei a sinistra, lievemente incavate e incorniciate da marmi policromi a disegno geometrico di gusto toscano. All’interno, furono collocate dodici grandi statue raffiguranti gli Apostoli, per la cui realizzazione si lavorò fino al XVIII secolo. Sulla navata destra, c’erano anche la statua di San Giovanni Battista di Antonello Gagini (1525) e il pergamo cinquecentesco. Nelle tre navate, infine, si trovavano altre opere, senza considerare i monumenti nel transetto e i sepolcri imperiali. Di tutto questo, dopo i “restauri” voluti da Paino, rimane solo la statua di Gagini.

Il Fonte battesimale, il Pulpito e una parte dell’Apostolato della navata destra

LA RICOSTRUZIONE DELL’IMPRESA CIOCCHETTI. Angelo Paino affida alla ditta romana Ciocchetti il restauro del Tempio. L’impresa, qualche anno dopo, sarà anche protagonista del discusso e altrettanto distruttivo primo ripristino del teatro Vittorio Emanuele. A denunciare i criteri adottati dalla ditta è Giuseppe Mallandrino, ispettore onorario ai monumenti che, nelle sue lettere ad Armando Dillon, Soprintendente di Catania, descrive tutti gli scempi. È il 1946 e i resoconti parlano chiaro: il pulpito, ad esempio, viene smembrato a colpi di mazza, e praticamente distrutto. Dei frammenti, poi, non si sa più nulla. L’impresa Ciocchetti lavora come un treno. Viene smontato rapidamente tutto. E tutto viene dichiarato irrecuperabile. Frattanto, Paino già progetta la sua nuova chiesa.

L’INTERVENTO DI ARMANDO DILLON. Allarmato dalle comunicazioni di Mallandrino, il Soprintendente scrive ripetutamente alla Curia, raccomandando la scrupolosa salvaguardia dei frammenti di interesse artistico dell’apostolato e degli altri altari. Dillon inoltre, con una nota del 22 luglio del 1946, stanco di trovarsi sempre «di fronte a fatti compiuti e ad ulteriori distruzioni», chiede che l’affidamento dei frammenti non venga dato alla ditta né, tanto meno, all’ingegnere Galletti (di Messina), che dirige i lavori. «Evidentemente – scrive – non possono avere troppo interesse alla loro conservazione». Dillon invia pure una lunga e dettagliata relazione al ministero della Pubblica istruzione, dove evidenzia la scarsa sensibilità di Curia e impresa per i problemi di carattere artistico e scientifico, sottomessi a «interessi di altro genere». Oltretutto, il funzionario sottolinea come delle dodici statue dell’Apostolato, almeno sei si potevano recuperare senza alcun problema.

IL DUOMO “NUOVO” DI ANGELO PAINO. Venti anni prima, l’Arcivescovo era riuscito a far togliere il vincolo dalla fortezza Matagrifone, la più antica di Messina e danneggiata dal terremoto, e nell’area, contravvenendo alle indicazioni che volevano comunque il rispetto dei resti, aveva innalzato il Sacrario di Cristo Re. Ad Angelo Paino, molto tenuto in conto da Mussolini prima e dagli alleati e dal governo di transizione poi, non viene quindi difficile mettere in un angolo la Soprintendenza. Contemporaneamente alla relazione di Dillon, infatti, la ditta Ciocchetti prende i calchi del pulpito e degli altari della Pietà e del Cristo risolto, e comincia a crearne delle copie con un impasto a base di polvere di marmo. Poi, invece di restaurare le statue superstiti, commissiona ai “migliori artisti viventi” le nuove sculture che andranno a collocarsi nell’Apostolato, anch’esso ricostruito in maniera posticcia. Gli interventi, però, non si fermano qui: l’arcivescovo fa pure innalzare ex-novo gli altari a tempietto delle due absidi laterali, dedicate al Santissimo Sacramento e a San Placido, nonostante questi fossero solo minimamente danneggiati, e fa restaurare pesantemente anche gli stucchi della cappella di sinistra, progettata da Jacopo del Duca. Infine, viene rifatto il mosaico dell’abside maggiore. Paino, insomma, crea una chiesa finta, con le copie di monumenti che si potevano recuperare. E spende tantissimo, più che per i possibili restauri. Quello che rimane oggi, è una zona d’ombra: dove sono andati a finire tutti i resti? Perché solo una piccola parte è rimasta nei depositi di Curia e soprintendenza, mentre gran parte sembra abbia preso vie sconosciute? Si parla delle case dei messinesi, cui teste e busti furono venduti sottobanco. Ma si vocifera anche degli Stati Uniti, dove si troverebbero altri elementi.

LA RELAZIONE DEL PRIMO CUSTODE. Nel settembre del 1946, a due mesi dalla sua relazione, arriva sul tavolo di Dillon un rapporto dettagliato di Giuseppe Mannina, primo custode del Duomo di Messina. L’uomo conosce a menadito tutte le opere della Cattedrale, e quello che racconta ha un’importanza determinante. Gran parte del patrimonio, infatti, si capisce che avrebbe potuto essere recuperato: «Delle statue degli apostoli – scrive – sono rimasti diversi pezzi». Di San Paolo, San Giacomo maggiore, San Giacomo minore, San Matteo, San Giuda restano teste, busti e altri frammenti. Mentre integri sono i bassorilievi che si trovavano sopra gli altari. Questi elementi, racconta il custode, si trovavano all’interno del Duomo. «Dietro l’abside – scrive – si trovano 12 profeti tutti sfregiati, parecchi rotti in molti pezzi, alcune colonnine, parti di cornice, 18 pilastri con lo stemma di Messina. Di essi – continua – molti sono interi ed intatti. Ci sono pure molti pezzi dell’apostolato destro, ormai invisibili perché sommersi dalle erbe». Pur difendendo dalle accuse più gravi la ditta Ciocchetti, Mannina spiega come si era provveduto allo smontaggio delle statue superstiti dell’Apostolato sinistro: «Certamente i lavori non sono stati fatti con tutta quella accuratezza che si conviene a lavori monumentali, ma – spiega – non posso affermare che siano stati presi a colpi di mazza. Le statue venivano imbracate e legate. Nel sollevarle però dal piedistallo – continua – non sopportavano il loro peso e si frantumavano. Le parti artistiche venivano staccate, legate e portate giù, ma pochissime volte restavano intatte». (da D. De Joannon. “Gli Alleati del saccheggio”, Centonove, 18 dicembre 1998)

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